Ormai sulla famiglia in Italia, e non solo, ma in modo speciale da noi, il cinema indaga, distrugge, analizza, soffre come se fosse l’unico soggetto da affrontare. Saranno gli sgoccioli di una tradizione neo-realista, sarà che spesso sono i soliti noti a fare i film, di fatto l’impressione non è delle migliori.
Ci prova un regista fuori schema come Strippoli che, come si usa, mescola i generi ‒ qui thriller psicologico con venature horror e mélo ‒ per raccontare un dramma che vorrebbe essere non solo italiano ma universale. Il dramma è l’infelicità delle persone, l’ipocrisia delle relazioni umane, l’incontro con il fallimento, la paura della dis-armonia e del dolore.
La famiglia borghese e felice con bella casa, belle amicizie, bella piscina, bei bambini e un bel cane, vede un padre sicuro di sé (un grande Adriano Giannini oggi molto presente sui set), una madre possessiva che vuole regolare la vita di tutti (Jasmine Trinca), un ragazzo sportivo e una figlia (Romana Maggiora Vergano):il massimo del benessere affettivo ed economico. Così sembra.
Tutto vero? No, perché il film che si snoda in quattro parti – la madre la figlia il figlio il padre –, inizia in una notte tempestosa dove la figlia, cresciuta e sola, riceve la visita imprevista della madre che le rivela la verità sulla famiglia. Lo scontro è duro, inevitabile, ed è il nocciolo del dramma: un amore malato che impedisce rapporti sinceri e veramente amorosi. Così scopriamo nelle storie dei figli un destino di disarmonia e di dolore che la madre avrebbe voluto evitare. Si è affidata infatti ad una Estranea, una donna-fantasma dallo sguardo cattivo e seducente che la aiuta a tessere le fila nella vita della famiglia. Una donna incontrata addirittura ai piedi di una statua della Madonna in chiesa mentre prega per la figlia in ospedale.
La madre si affida ad una sorta di Cassandra, o strega, o ad una proiezione della sua stessa coscienza, chiunque essa possa essere (una Valeria Bruni Tedeschi finalmente libera dai gigionismi e dall’occhio diabolico). C’è un’atmosfera mortifera che colpisce anche il padre, a cui è dedicato il capitolo più breve: è l’essere più debole – tema oggi assai presente al cinema ‒,meno resistente al dolore, in un film soprattutto di donne.
Il film non è facile, è gonfio di sofferenza, fin troppo, e delinea un quadro familiare bacato dalle bugie, dalle apparenze, e anche dal rancore della figlia verso la madre. Fatalmente, la morte è presente come in ogni mélo.
Una parabola, una metafora, una indagine psicologica? Cos’è questo film di Strippoli? È certo tutto questo. Ed altro. Il regista, bravo nella scansione degli episodi e delle emozioni, anche se talora eccessive, presenta tuttavia un sottotesto che è la figura dell’Estranea, cioè del Male. Esso si insinua seducente e falsificatore in una coscienza egocentrica e fragile al contempo ‒ la madre ‒ e la domina, portandola non alla vita ma alla morte. La quale appare la sola possibilità di sopravvivenza al dramma.
In un film baroccheggiante e ben recitato, che sembra talora indulgere a ricordi di certo cinema nostrano psicologico “familiare” del secolo scorso, è l’indagine sull’amore malato che conduce alla malattia mortifera dei rapporti il nucleo da cui tutto si diparte e ritorna. Implacabilmente desolato. Con ben poca speranza. È forse possibile dopo il dolore – della figlia in modo speciale ‒ ricominciare a vivere o c’è solo la morte? Domanda inquietante.
