Oltre Atene e Sparta, Arcadia come modello di convivenza pacifica

La riscoperta di un modello sociale e antropologico dell’antichità che non è affatto un luogo per anime belle, ma un modo di convivenza cooperativa alternativa all’autodistruzione dell’umanità. Il contributo della filosofa e artista Monica Morando
Resti dell’antica Arcadia. Foto di Carole Raddato da Francoforte, Germania. CC BY-SA 2.0, Wikimedia Commons

Nella grande epopea greca che ha visto il confronto fra Atene e Sparta, confronto anche simbolico fra due modi di concepire lo Stato e la politica – archetipi ancor oggi evocati – un terzo modello è rimasto nello sfondo.

È il caso di Arcadia, la piccola regione del Peloponneso, che all’uso della forza militare ha preferito un modello di convivenza basato sulla poesia, una poesia che non è quella del “poema della forza”, come è stato chiamato l’Iliade di Omero, ma capace di generare giustizia, fondamento dell’umano.

Arcadia è nota in letteratura, tanto che Virgilio vi colloca il suo primo poema, le Bucoliche, e Goethe il suo Faust. Nel nostro immaginario collettivo la pensiamo come la civiltà silvo-pastorale, nostalgico luogo ideale ed utopico per anime belle.

A farcela riscoprire come paradigma politico è il viaggio letterario di Monica Ferrando nel suo Arcadia sacra, uscito per il Mulino.

L’autrice inizia il suo percorso osservando il grande quadro di Tiziano la Fuga in Egitto: profondamente affascinata, avanza una suggestiva ipotesi, ovvero che la destinazione della Sacra Famiglia non siano le sponde del Nilo quanto piuttosto la remota regione greca.

Ad avvalorare questa ipotesi c’è la pubblicazione poco precedente al quadro, nel 1502 a Venezia, del libro Arcadia del napoletano Jacopo Sannazaro, un’opera di grande successo che circolava in forma manoscritta già nei due decenni precedenti.

Il giovanissimo umanista Sannazaro riprende il percorso lasciato sospeso da Virgilio rileggendo l’idea di nomos ovvero lo spirito della legge. Una legge che in Arcadia è allo stesso tempo pascolo, canto, musica, tanto che il Dio degli Arcadi è quel Pan di cui conosciamo il Flauto.

La legge arcadica non è quella ovvia “del più forte”. È una legge che contempla la giustizia e con questa concepisce una convivenza umana e di rapporto con il cosmo pacifici.

Non sono certo ingenui gli arcadi, sanno benissimo che l’uomo senza un’esigenza di giustizia cade facilmente nella legge di naturahomo homini lupus («l’uomo è lupo per l’uomo»). Per questo è vitale nell’alimentare la giustizia, il rapporto fra la legge e la musica come quel tratto squisitamente umano che ci distingue dagli animali, sentimento che consente di staccarsi spiritualmente dalla guerra. Questa concezione legislativa, ma prima ancora antropologica, ha generato un particolare modello politico, di cui segnaliamo alcune caratteristiche.

Il paradigma politico arcadico evita di idolatrare le istituzioni, come avviene per le polis Atene e Sparta, e le mette al servizio del territorio nelle particolari forme dell’abitare. Il modello abitativo arcadico sfugge alla bipartizione città-natura selvaggia, preferendo una forma federativa costituita da piccole città guidate da un consiglio comunale e da un’economia di sussistenza – che oggi chiameremmo a km zero-  in armonia con l’ambiente naturale.

Questa articolazione territoriale ha anche un risvolto etnico. Mentre l’Attica ha lavorato sull’identità etnica forte, nella concentrazione su polis omogenee e fortificate – a segnalare anche simbolicamente il tratto identitario – l’Arcadia si propone come spazio articolato “debole” di diverse etnie, che proprio per questo possono stare insieme senza doversi annullare in un’unità funzionale al potere. Questa strutturazione avrebbe permesso agli arcadi di sperimentare Megalopoli, un agglomerato composto da 40 borgate e 4 città.

Lo stesso Aristotele, quando nel suo Politica si interroga sulle caratteristiche di una comunità per poterla definire politica, riconosce l’originalità del modello arcadico. Specificità evidenziata anche dallo storico greco Polibio che vede nel modello arcadico i caratteri di apertura, condivisione ed ospitalità da contrapporre alla conflittualità che avrebbe portato le polis alla disastrosa guerra del Peloponneso, con il fallimento politico tanto di Atene quanto di Sparta.

L’ipotesi di Monica Ferrando è che la Venezia cinquecentesca, indenne dalle lotte intestine di altre città italiane, abbia prodotto uno spazio civile e politico che rimandava al modello arcadico. E che Tiziano abbia colto lo spirito del tempo riportandolo nella sua pittura, come più tardi Palladio nell’architettura.

Arcadia ci porta a riconoscere, citando Ferrando, «i semi non germogliati di possibilità politiche indistruttibili», e con Virgilio «la memoria poetica di una giustizia possibile sulla terra oltre gli imperi che ne pretendono la sfruttamento e le gestione ad libitum».

Poesia e politica, quasi un ossimoro, eppure come ha scritto Chistian Bobin: «Abitare poeticamente il mondo o abitare umanamente il mondo, in fondo è la stessa cosa».

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