La lezione della storia

Dall’«io» al «noi», e ritorno. 120 anni tra individualismo e comunità.
Un giovane nero ad una fontanella pubblica riservata ai Colored a Halifax nel 1938 (wikipedia)

A volte può essere utile alzare lo sguardo dalla cronaca e dalle occupazioni quotidiane, per osservare i cambiamenti sociali da maggiore altezza. È quello che ha fatto Robert Putnam, famoso scienziato politico statunitense, studiando come sono variati negli ultimi 120 anni nel suo Paese una decina di parametri, in campo economico, politico, sociale e culturale. In questo periodo è successo di tutto: due guerre mondiali, i campi di concentramento, lo sviluppo tecnologico, le rivolte studentesche, il Vietnam, il terrorismo, la guerra fredda, i diritti civili… e si potrebbe continuare. Trovare un filo conduttore in questo guazzabuglio storico potrebbe sembrare assurdo, eppure Putnam sembra aver scoperto un trend, una tendenza che lo ha molto sorpreso (Comunità contro individualismo – Il Mulino 2023).

Gli Usa sono nati con il sogno di trovare un equilibrio «tra i due ideali di libertà e uguaglianza; tra il rispetto per l’individuo e la cura per la comunità». Quindi tra le esigenze dell’io, l’individuo, e quelle del noi, la comunità. Alla fine dell’Ottocento gli Stati Uniti erano, per certi versi, in una situazione simile a quella di oggi: disuguaglianza estrema tra ricchi e poveri, odio tra i partiti, società frammentata e litigiosa, «narcisismo culturale», grande progresso tecnologico e materiale. In quegli anni, «il darwinismo sociale (basato sulla “sopravvivenza del più adatto”) aveva dato vita al razzismo scientifico, all’eugenetica e a una difesa pseudo-biologica del capitalismo selvaggio». Potremmo dire che vinceva l’individualismo più esasperato. Erano gli anni dell’io.

Dall’Io al Noi

Poi, incredibilmente, tra il 1890 e il 1960, fatta eccezione per una pausa negli anni ’20 e all’inizio degli anni ‘30, la società americana, pur tra tanti aspetti negativi, è diventata «più equa, meno conflittuale, più connessa, più consapevole dei valori condivisi, orgogliosa del proprio paese e piena di fiducia nel futuro e nelle istituzioni». Tutti i parametri studiati da Putnam sono concordi nel mostrarlo. Un numero crescente di americani è stato coinvolto in associazioni civili, religiose, sindacali, di volontariato, di «aiuto reciproco ed elevazione morale». La distanza tra ricchi e poveri è diminuita: dal 1945 al 1975 la povertà negli Usa è calata di quasi la metà. I partiti hanno collaborato tra loro per le riforme. Gli investimenti nell’istruzione hanno innalzato il livello medio di competenza, favorendo crescita economica e sociale, perché «un’istruzione più diffusa significa maggiore eguaglianza». «La costruzione di chiese e la diffusione della Bibbia hanno stabilito nuovi record: abitare lo spazio sacro di una chiesa o di una sinagoga dava alle persone il senso di appartenere ad una comunità. In Usa le istituzioni religiose sono state a lungo la fonte più importante dell’integrazione comunitaria e della solidarietà sociale». In generale, sono aumentati i livelli di «cortesia, uguaglianza e comunità». Putnam elenca tutti i parametri che lo dimostrano. Il balzo in alto del noi è stato continuo, con solo una pausa negli anni ’20, e in crescita (anche durante la guerra) fino ai primi anni ’60.

Dal Noi all’Io

Poi, d’improvviso, tra il 1963 e il 1967 un imprevisto e brusco punto di svolta. La direzione del cambiamento si inverte, dando origine ad un’America «meno uguale, più polarizzata, più frammentata e più individualista». Il pendolo della storia torna sull’io. I temi relativi all’individuo sostituiscono quelli relativi a unità e accordo. Il “sogno americano” vuole il successo materiale individuale, come la proprietà di una casa. Il livello medio di fiducia diminuisce. Cala la partecipazione a partiti, associazioni e sindacati, con un «crescente individualismo dei lavoratori più giovani». Il 35% dei giovani millennials afferma di non avere un’identità religiosa. L’avanzamento dei diritti individuali rende «il matrimonio meno necessario e, quando c’è, meno stabile». Nella vita personale e nella vita pubblica, nel bene e nel male, l’io soppianta il noi, indipendentemente dalla polarità destra-sinistra, anche se ogni partito cavalca a suo modo le “novità sociali”.

La bandiera statunitense sventolata tra la folla, uno dei simboli della cultura degli Stati Uniti d’America (wikipedia – Rick Dikeman CC BY-SA 3.0)

1963-1970

Ma cosa succede in quei pochi anni in cui il pendolo della storia si inverte bruscamente? Secondo Putnam, tante possono essere le cause, prima fra tutte la reazione «agli eccessi del periodo precedente». Ma anche il fatto che quel noi riguardava soprattutto i maschi bianchi benestanti, molto meno la popolazione di colore e le donne (anche se in quegli anni ci fu comunque un piccolo miglioramento della loro condizione). Il razzismo imperversava, così come un conformismo soffocante. Da qui il rifiuto giovanile e la lotta dei movimenti per l’autorealizzazione e la libertà individuale, che però, come effetto collaterale non voluto, portano un aumento di narcisismo ed egoismo. Dagli “anni della speranza” si passa agli “anni della rabbia” e dell’insofferenza. Anche i Beatles si separano. In pochi anni, esplodono il movimento hippy e quello femminista, la pillola e il cambiamento dei costumi sessuali, la spiritualità new age, l’epidemia di droghe, la violenza insensata e crescente in politica e nella società, la guerra del Vietnam, le Pantere nere e le rivolte urbane delle minoranze razziali, la contestazione giovanile del Sessantotto, la crisi economica con inflazione e disoccupazione, le cosiddette “guerre culturali” e le battaglie per i “diritti civili”. Esce il libro di Rachel Carson (Primavera silenziosa) sul decadimento ambientale. Questi eventi, queste «crisi multiple e intrecciate» colpiscono la società, la lasciano «sbalordita», lacerano l’unità (apparente?) degli anni ’50, provocano una specie di «esaurimento nazionale», spegnendo la speranza e la fiducia di poter costruire insieme una società migliore. Risultato: disuguaglianza, isolamento sociale, polarizzazione. Fino ai giorni nostri e alla «società tribale».

Leadership

Tra le cause per cui negli anni ’60 il pendolo della storia ha cambiato direzione, Putnam sottolinea l’importanza della leadership umana, nel bene e nel male. Qualcuno nel 1963 ha deciso di uccidere Kennedy e il suo «ottimismo», qualcuno nel 1968 ha deciso di uccidere Martin Luther King e il suo sogno di eguaglianza tra bianchi e neri. Qualcuno ha deciso di far partire «una campagna attiva da parte dei vertici aziendali e dei politici conservatori a tutti i livelli di governo, durata per decenni, con lo scopo di ridurre gli iscritti e il potere dei sindacati». Sono solo alcuni esempi, che fanno intravedere una precisa strategia per cambiare la concezione del mondo e il corso della storia, proprio negli anni ‘60.

Questo ci insegna che «l’azione umana e la leadership sono essenziali. Il cambiamento, in meglio o in peggio, non è storicamente inevitabile». Per cui il pendolo può invertire di nuovo la direzione, passando dall’io al noi, se lo vogliamo. Nei primi anni del Novecento, quando imperversava l’io, i cosiddetti “progressisti” si sono organizzati, «hanno cercato una nuova narrazione più comunitaria», una visione positiva e condivisa del futuro, pragmatica e orientata ai giovani. Hanno lavorato «a livello locale per costruire reti che aiutassero a migliorare la vita delle persone». Sono riusciti a «trasformare indignazione e risveglio morale in cittadinanza attiva», con un processo dal basso verso l’alto (i politici sono arrivati solo dopo l’impegno dei cittadini!). Senza scoraggiarsi degli insuccessi, «con riforme lente e costanti», perché la democrazia è un gioco a tempi lunghi.

Perché non provare anche oggi a muovere il pendolo della storia? Tenendo conto, però, della lezione del secolo scorso: dobbiamo far risorgere le virtù comunitarie (il noi), senza vanificare i progressi fatti in termini di diritti delle persone (l’io).

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