Zivago forever!

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Erano i tempi del socialismo reale, in Russia. Durante i quali, per molti scrittori oppressi dalla macchina della burocrazia sovietica, “la stufa era diventata la redazione preferita”. Così s’esprimeva Bulgakov, il geniale autore de Il Maestro e Margherita, in una lettera del ’32. La censura del regime non permetteva la pubblicazione di molti suoi lavori; perciò lui stesso li bruciava nella stufa di casa. Un miracolo tutto italiano salvò invece il romanzo di Boris Pasternak, Il dottor Zivago, da un probabile analogo destino. Miracolo operato alla fine degli anni Cinquanta della casa editrice Feltrinelli. Pasternak era allora già ben conosciuto anche fuori dalla Russia per la sua fama di poeta. Inizialmente aveva aderito alla rivoluzione, cercando di essere sempre leale con il regime pur senza nasconderne le atrocità commesse. Però da quando aveva preso posizione contro le terribili condizioni dei contadini collettivizzati e aveva intercesso per salvare dal lager lo scrittore Mandel’- stam autore di un’ode contro Stalin, egli viveva isolato e strettamente sorvegliato dal Kgb nella sua dacia di Peredelkino. Un collaboratore a Mosca della casa editrice italiana venne a sapere che Pasternak aveva scritto un nuovo romanzo. Riuscì a fissare un appuntamento con l’autore, facendosi portavoce di una proposta editoriale di Feltrinelli. Pasternak accolse l’ospite ma, per non destare sospetti, non lo fece neppure entrare in casa, e la conversazione si svolse nel giardino della sua dacia; ascoltò l’offerta; si dichiarò subito interessato e consegnò il manoscritto fino ad allora sottratto alla censura sovietica, anche per la collaborazione di una fedele dattilografa. Poi, congedandosi dall’ospite, lo salutò con un: “Ci rivedremo il giorno della mia fucilazione”. Il manoscritto giunse così in Italia, via Berlino Est. Venuti a conoscenza della rocambolesca vicenda, i dirigenti del Pcus andarono su tutte le furie, soprattutto perché era opera di Feltrinelli, che era iscritto al Pci. Fu chiesto l’intervento di Botteghe Oscure; ma a nulla valse. Dopo animate discussioni, Feltrinelli stracciò la tessera del partito e decise per la pubblicazione del romanzo. Era il ’57. Il successo fu immediato e clamoroso. Il dottor Zivago destò commozione in tutto il mondo; la traduzione italiana fu subito seguita da edizioni in varie lingue, e al suo autore venne conferito l’anno successivo il Premio Nobel per la letteratura. Ma Pasternak non venne autorizzato dal regime a recarsi in Svezia per ricevere il prestigioso premio, e molto tribolò per godere di qualche parte dei diritti d’autore. La reazione in Urss fu severa: pur non essendo un’opera esplicitamente anticomunista, Il dottor Zivago fu oggetto di violente polemiche e dure condanne. Pasternak fu espulso dall’Unione degli scrittori. Ma il romanzo ebbe ugualmente una notevole diffusione clandestina. Nel ’65, il successo mondiale del romanzo venne ulteriormente alimentato da quello del fortunato film di David Lean, con Omar Sharif, Julie Christie e Rod Steiger. Ora ci riprova il nostro regista Campiotti, della scuola di Olmi, che ha da poco riproposto per il piccolo schermo una nuova versione dell’epopea di Pasternak. Insomma Il dottor Zivago non ha nessuna voglia di essere messo nel dimenticatoio; vuole rimanere, per sempre; è ancora una ricca miniera, capace di suscitare emozioni. Particolarmente attuali quando soffiano venti di guerra che annunciano devastazioni, non soltanto di postazioni militari, ma anche di tanti destini umani. La vicenda la conoscono tutti: protagonista ne è il medico e poeta Jurij Zivago che, dopo aver combattuto al fronte nella prima guerra mondiale, rientra a Mosca proprio allo scoppio della rivoluzione. Con la moglie e il figlio piccolo decide di fuggire dalla capitale dove c’è solo fame e freddo. Si rifugiano in una cittadina dei lontani Urali, dove Zivago incontra Lara, già crocerossina nel suo reparto al fronte. Catturato dai partigiani rossi in lotta con i resti dell’esercito bianco, Zivago è costretto a seguirli per steppe e foreste, abbandonando i suoi. Riesce a fuggire, ma la moglie nel frattempo è emigrata all’estero. Ritrova Lara e con lei vive un breve ma intenso amore. A Mosca, che raggiunge con un viaggio avventuroso, il reinserimento è difficile. Muore per una crisi di cuore, solo e in miseria. Il romanzo, peraltro ampiamente autobiografico, offre un ampio spaccato di trent’anni di storia russa e sovietica. Sviluppa il tema della fragilità umana e del destino degli individui travolti dall’implacabile turbine di un vasto sconvolgimento collettivo. Ma anche quello della solitudine dell’artista che difende la propria forza creativa contro ogni interferenza esterna. Pasternak sosteneva che la libertà d’espressione non solo non contraddice gli ideali rivoluzionari, ma può integrarli e arricchirli; e affermava questo mentre in Urss si stava imponendo una concezione estetica che subordinava l’arte a precise finalità politiche. I giudizi su Zivago sono stati i più disparati: c’è chi ha visto in esso un capolavoro assoluto, un specie di novello Guerra e pace; chi l’ha accantonato come un polpettone sentimentale, una specie di Via col vento alla russa. Non s’impone certo per la sua novità, dal punto di vista letterario. Pasternak usa una struttura narrativa assai tradizionale; del resto egli stesso ammetteva d’essere d’accordo con chi “si lamentava di averlo trovato troppo fuori moda, dopo le opere di Joyce, di Faulkner, di Hemingway”. Ogni scrittore russo è soggetto a un singolare destino. Da un lato ha la innata fortuna di affondare le proprie radici in una terra che è sempre stata letterariamente estremamente fertile e rigogliosa. Il rovescio di questa medaglia è che egli deve da subito confrontarsi con i grandi del passato – coi Dostoevskij, i Puskin, i Tolstoj, i Turgenev – le cui immense concezioni artistiche, spirituali e psicologiche continuano, come spiriti, ad aleggiare su quella terra appassionata e sconfinata. Non so quanto ad esempio avrebbe gradito Tolstoj – almeno il Tolstoj dell’ultimo periodo – un romanzo come Zivago, nel quale l’amore romantico è ampiamente esaltato, e pare quasi giustificare comportamenti amorosi che prescindono dai legami matrimoniali. Lui, dell’amore romantico aveva un’opinione tutt’altro che ottimista: vedeva nelle sue lusinghe minacce, nei suoi fervori idee fuorvianti dalla visione cristiana dell’amore coniugale, inscindibilmente legata alla castità. Ma, d’altra parte, la lettura che Pasternak dà degli avvenimenti che alimentano la vicenda di Zivago è essenzialmente spiritualistica, anzi consapevolmente ispirata da categorie di pensiero cristiane. Pasternak, che proviene da una famiglia ebraica sefardita assimilata, attinge nella concezione del suo romanzo più che alle sue radici, alla teologia cristiana della storia, come dimostrano i versi conclusivi: “Scenderò nella bara e il terzo giorno risorgerò /e, come le zattere discendono i fiumi /per il giudizio, a me, come chiatte in carovana /affluiranno i secoli dall’oscurità”.

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