Zamagni tra Oxford, Genovesi, economia civile e singolarismo

Una giornata di studi per gli 80 anni del prof. Stefano Zamagni, promossa dalla Scuola di economia civile, che ha sede al Polo imprenditoriale Bonfanti di Loppiano (Firenze). Riflessioni in un clima di viva gratitudine da parte di colleghi, allievi, imprenditori.

La sua grande generosità nei confronti degli studenti è stata la prima qualità dell’economista Stefano Zamagni ricordata da colleghi e allievi. Poi è stata evidenziata la sua visione interdisciplinare che contraddistingue il suo operare. E ancora il sentimento di responsabilità sociale che lo caratterizza. È iniziata così la giornata di studi per festeggiare gli 80 anni (4 gennaio 1943) del prof. Stefano Zamagni in un clima di viva gratitudine da parte di colleghi, allievi, imprenditori, operatori del Terzo settore.

La vocazione dell’economista civile” era un titolo su misura per un tale appuntamento, promosso il 13 gennaio dalla Scuola di economia civile, di cui Zamagni è presidente del comitato scientifico. La Scuola ha sede presso il Polo imprenditoriale Lionello Bonfanti, a Loppiano. Due tavole rotonde hanno cadenzato gli approfondimenti, descrivendo chi è lo studioso Zamagni e cosa è successo a chi l’ha incontrato. Riflessioni appassionate con pennellate (anche simpatiche) di qualificati relatori, da Michele Dorigatti a Luigino Bruni ed Elena Granata, da Pierluigi Sacco e Leonardo Becchetti a Sergio Gatti.

Prof. Zamagni, come sta un economista di grande caratura giunto ad 80 anni?
«Sta bene, perché è soddisfatto del cammino che ha iniziato sin dagli anni della giovinezza universitaria, ma soprattutto sta bene perché spera di vedere almeno conclusa la prima tappa di un cammino che è iniziato circa un quarto di secolo fa e che ha dato vita al progetto dell’economia civile. Ricordo sempre quando, nell’occasione del conferimento della cittadinanza onoraria a Chiara Lubich da parte della città di Rimini, venni chiamato – io sono di Rimini – per pronunciare la cosiddetta Laudatio. Si tratta di circa vent’anni fa».

Cosa successe?
 «In quell’occasione parlai a Chiara Lubich dell’economia civile e lei, che mai aveva studiato economia, mi colpì moltissimo, perché aveva capito esattamente il cuore di questo paradigma, tanto che disse: “Beh, ma l’Economia di Comunione è una espressione della economia civile”. Ricorderò sempre queste parole. Il che vuol dire che nella sua mente prima e nella sua opera poi c’era l’idea che la testimonianza cristiana nel mondo d’oggi non può avvenire solo dentro le chiese, negli oratori, ma deve in primo luogo riguardare due ambiti, quello della politica e, soprattutto, quello dell’economia. E questa sua idea mi ha dato la forza di continuare, nonostante le difficoltà di varia natura, come è facile immaginare».

I festeggiamenti di oggi manifestano che la semina ha portato frutti…
«La mia gioia per questa festa non è tanto quella di celebrare gli anni passati, ma di guardare in avanti e di fare in modo che l’università Sophia diventi il vero polmone generatore di pensiero in questo ambito. Finora, per ragioni varie, questo non si è potuto realizzare. Ma questo è la mia aspirazione. È una sorta di patto con Gesù».

Addirittura! In cosa consiste il patto?
«Ho chiesto a Gesù che, prima di farmi morire, mi faccia vedere che questo si possa avverare, perché l’economia civile ha bisogno di un polmone culturale. E questo non può che essere l’università Sophia. Il fatto che questa celebrazione si realizzi qui al Polo di Loppiano non è casuale. E questo è un modo per anche dare una nuova linfa al progetto dell’Economia di Comunione che va avanti bene. Ovviamente, tra alti e bassi, come sempre capita, che però ha bisogno di un pensiero orientante all’azione».

Cosa aveva intuito da giovane che sarebbe successo nella sua vita?
«Ho avuto la fortuna, subito dopo la laurea, di andare a perfezionarmi ad Oxford, dove rimasi quattro anni. Lì ho avuto come maestri (allora si chiamavano supervisori) personaggi di altissimo rango. Ricordo John Hicks, premio Nobel, Amartya Sen, un altro premio Nobel. Sin da allora capii che il modo allora corrente di fare teoria economica non era adeguato per interpretare le esigenze di chi, come nel caso mio, avendo alle spalle una formazione di tipo cattolico, notava che c’era una discrasia. Perché il paradigma dell’economia politica che ha la sua matrice, starei per dire teologica, nel protestantesimo – e che ha meriti indubitabili – non era in linea con quello che la Chiesa cattolica andava insegnando. Così mi chiedevo: “Com’è possibile che una realtà come quella della Chiesa cattolica, diffusa in tutto il mondo, possa andare a braccetto con una tale impostazione economica?”».

Così è iniziata la sua ricerca?
«Fino a trovare, quasi per caso, come ormai tutti sanno, l’economia civile e nella forma che oggi ormai tutti conoscono, legata all’opera di Antonio Genovesi, Napoli 1753. Ma lo scoprii per caso, perché fino ad allora – e siamo alla seconda metà degli anni ‘90 del secolo scorso – nessuno, ma nessuno, e dire che mi ero laureato in Cattolica a Milano, mi aveva mai menzionato l’economia civile. E dire che Antonio Genovesi, il primo cattedratico al mondo di economia, era un abate. Quindi non era uno qualsiasi. Eppure c’era stata una grande rimozione e ancora oggi mi chiedo perché le università cattoliche e quelle pontificie non hanno mai avvertito l’esigenza di recuperare quel tipo di approccio. Forse nel prossimo futuro avrò la risposta».

 

Professore, come sta cambiando l’economia mondiale?
«L’economia mondiale sta cambiando in maniera radicale, anche se non ce ne rendiamo spesso conto. E ciò al seguito di quei fenomeni di portata epocale che sono la globalizzazione, la quarta rivoluzione industriale, che vuol dire intelligenza artificiale, e la diffusione ormai a macchia d’olio del singolarismo. Parola che in Italia ancora non circola, ma di cui altrove, a cominciare dai mass media, se ne parla da tempo».

Spieghi un po’…
«Il singolarismo nasce ufficialmente nel 2008 ed è la forma estrema dell’individualismo. Spesso mi dicono che c’è troppo individualismo. Io rispondo: “Magari”. Perché l’individualismo, pur con tutti i suoi limiti, aveva un ancoraggio, e cioè l’individuo doveva essere parte di qualcosa, di una famiglia, un gruppo, una comunità e si chiamava appunto individualismo dell’appartenenza. Il singolarismo è l’estremizzazione dell’individualismo e porta a troncare i rapporti. Esiste solo il singolo. Chi soffre di questo? I giovani, che sono sempre più tristi. Ma per forza! Se io predico che tu devi, per affermare il tuo io, troncare i rapporti con la famiglia, con la Chiesa, con questo e con quello, è chiaro che di lì a poco l’angoscia esistenziale, l’indifferenza e la solitudine che ne derivano sono inevitabili».

Come vede le sorti del capitalismo in questo ventunesimo secolo?
«Il capitalismo è stato definito come il parassita del cristianesimo. Non dimentichiamo che il capitalismo nasce in un particolare periodo storico, il Seicento-Settecento, ma all’interno della matrice culturale cristiana. Nelle altre matrici, in Asia, in Africa, il capitalismo non c’era mai stato. Quindi rappresenta una deviazione. Infatti le scuole di pensiero francescane (1400-1500) danno all’economia di mercato una certa direzione, che è quella del bene comune. Quando arriviamo alla fine del Seicento-Settecento in Inghilterra e poi altrove avviene la deviazione, e cioè il bene comune viene sostituito dal bene totale. Perché bene totale vuol dire logica del profitto ad ogni costo. Per cui l’unico scopo dell’agire economico è il profitto. Il fondamento culturale del capitalismo trova la sua sintesi nella frase di Hobbes “Homo homini lupus” (L’uomo è un lupo per l’uomo). Quindi oggi noi ci troviamo in una situazione in cui tutti si stanno rendendo conto degli errori commessi. Recentemente, premi Nobel come Angus Deaton, Joseph Stiglitz, Geroge Akerlof, hanno scritto che le sofferenze che patiamo sono colpa del pensiero economico dominante».

Che ruolo può giocare l’economia civile?
«In questo momento l’azione dell’economia civile diventa particolarmente importante, perché rappresenta l’alternativa. Infatti l’assunto antropologico dell’economia civile è “Homo homini natura amicus” (Ogni uomo è per natura amico di un altro uomo). Che è esattamente l’opposto dell’“Homo homini lupus”. Ecco perché io ho motivo di ritenere che non ci voglia tanto prima che questo cambio avvenga»

L’economia civile, l’Economia di Comunione, The economy of Francesco sono davvero nuove frontiere per il futuro dell’economia?
«Io penso di sì, ma non tanto per meriti nostri, piuttosto per i demeriti degli altri. Perché il paradigma dominante fa acqua da tutte le parti. Lo dicono i Premi Nobel dell’economia. Il recente articolo di Angus Deaton ha per titolo “Il fallimento dell’economia è per caso conseguenza del fallimento della scienza economica?”. Fino a 35 anni fa c’era un’altra alternativa al capitalismo, era l’economia marxiana. Ma oggi nessuno più sposa la via rivoluzionaria. Per cui è chiaro che l’alternativa all’attuale stato di cose non è che l’economia civile. È chiaro che però questo non vuol dire che è già tutto fatto. Bisogna rimboccarsi le maniche e cominciare a ricavare dall’impostazione dell’economia civile tutta una serie di teorie, di modelli, di pratiche. Le buone pratiche sono importanti. Guardiamo ad esempio il mondo del Terzo settore italiano, per fare un esempio».

Guardiamolo un momento…
«Mai in passato abbiamo avuto un Terzo settore ricco di volontariato, cooperative sociali, imprese sociali, eccetera. Tutto questo esprime l’esigenza di introdurre nell’arena del mercato una pluralità di forme di impresa che producono reddito, non solo lo redistribuiscono, ma con una logica diversa e con un fine ultimo diverso. È il concetto di biodiversità. E questo sta in parte avvenendo. Pensiamo alle imprese benefit, si chiamano in Italia “società benefit”. Sono imprese capitalistiche che hanno cambiato lo statuto e mettono in cima allo statuto l’affermazione che il profitto non è l’unico obiettivo dell’agire di impresa. In Italia sono già 2500. Questo dice che molti ormai si rendono conto che la strada fino ad ora percorsa, soprattutto in relazione alla tematica ambientale, non è più perseguibile».

Buon compleanno, prof. Zamagni!

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