Vivere non è un gioco da ragazzi

La nuova serie in onda dal 15 maggio su Rai 1 racconta il difficile mondo dell'adolescenza soffermandosi del tema delle droghe moderne, della fuga da sé stessi e del dialogo tra genitori e figli; fino a toccare quello della necessità di rinnovati modelli genitoriali
Da una scena della serie "Vivere non è un gioco da ragazzi" (Foto: Nico Ufficio Stampa)

È stata presentata ieri, 12 maggio 2023, la serie Vivere non è un gioco da ragazzi, in onda su Rai 1 in tre prime serate, da lunedì 15 maggio. Diretta da Rolando Ravello, è prodotta da Picomedia (la stessa casa di produzione di Mare Fuori) in collaborazione con Rai Fiction, ed è scritta da Fabio Bonifacci, autore anche del libro da cui è tratta. A interpretarla ci sono attori giovani ed altri più grandi come Stefano Fresi, Nicole Grimaudo, Claudio Bisio e Lucia Mascino. Ambientata a Bologna, la serie racconta il mondo dell’adolescenza, tra amori, amicizie, desideri e paure, mescolando teen, family e school drama; soffermandosi in particolare sul tema della droga. I protagonisti hanno descritto Vivere non è un gioco da ragazzi (già disponibile su Raiplay) durante la conferenza stampa. Il primo a farlo è stato Leonardo Ferrara, capostruttura di Rai fiction:

«È una serie tasversale che affronta il problema molto delicato della droga contemporanea: quella delle pasticche che si trovano nelle discoteche e vengono lanciate come veicolo di divertimento. Hanno lo smile sopra, come un invito alla vita, all’evasione e al divertimento, ma il risvolto è quello del dramma, perché possono creare la morte come capita a uno dei protagonisti della vicenda. La storia si rivolge ai giovani per il tema trattato, che però è un argomento che riguarda tutti».

 

Poi Roberto Sessa, produttore di Picomedia:

«Quando Fabio Bonifacci ci ha parlato della possibilità di adattare il suo romanzo per una serie, ci è piaciuta moltissimo l’idea di raccontare in chiave realistica un tema dominante in molte famiglie italiane: il rapporto tra genitori e figli su un tema scottante come l’uso di sostanze stupefacenti moderne, con le conseguenze che crea nel loro rapporto. La scommessa è stata quella di portare questo tipo di racconto su Rai 1: la nostra preoccupazione è stata di trovare un equilibrio tra il mondo degli adulti e quello dei ragazzi. La sfida è ora che ragazzi e genitori vedano insieme questo racconto realistico ma mai angoscioso».

 

Anche il regista, Rolando Ravello, parla delle scelte compiute:

«Il tentativo è stato quello di dipingere un arcobaleno di famiglie italiane, senza cadere nel cliché e nella retorica. Senza voler insegnare niente a nessuno, prendendo invece questa problematica come spunto per riflettere su quello che sta succedendo, su questo problema dei nostri tempi. Credo che la famiglia sia la cosa più importante ma non è facile tenerla in piedi, perché oggi i nostri ragazzi vivono una situazione non facile che abbiamo creato noi. È il caso di ricercare un dialogo senza far finta che non ci siano problemi. Ci sono e sono diversi da quando avevamo sedici anni noi. È cambiato il mondo e sono cambiate le droghe. Adesso costano pochissimo e sono diffusissime. È un problema che c’è e vale la pena affrontarlo per riaprire un dialogo tra ragazzi e genitori».

 

È il turno di Fabio Bonifacci:

«Siamo partiti dal tema della droga, il più visibile e forte nella serie. Una droga percepita come elemento di svago e componente del divertimento, un segmento della droga diverso e forse meno trattato. Ma la droga è un pretesto, perché il vero tema della serie sta sotto ed è la fuga de sé stessi. La trama ha la forma di un sassolino che diventa una valanga: parte dal gesto innocente di un ragazzo e arriva a coinvolgere il gruppo di amici, i genitori, la scuola, la polizia, i criminali del quartiere, tante forze che fanno un gioco di mosse e contromosse anche scompigliato dal vento dell’adolescenza. La storia fa cadere le maschere di molti protagonisti e si scopre in molti di loro una fuga da sé stessi e dalle proprie emozioni. Questo disagio è comune tra giovani e adulti nel racconto. Nei giovani è più forte perché l‘adolescenza estremizza tutto, ma il disagio della fuga da sé stessi qui è corale. La droga è uno dei modi, ma ce ne sono anche altri e la storia li scopre piano piano nelle varie figure dei genitori. Un altro tema molto forte è quello della genitorialità. Il vecchio modello di autorità genitoriale è finito, ma un’autorità genitoriale serve: ne hanno bisogno i genitori e ne hanno bisogno ancor di più i figli. Ma com’è questa nuova autorità genitoriale? Credo che nessuno sappia dare una risposta. Sicuramente non la so dare io ed era interessante esplorarla nel racconto».

Da sinistra: Riccardo De Rinaldis Santorelli, Nicole Grimaudo, Stefano Fresi e Claudio Bisio (Foto: Nico Ufficio Stampa)

Tocca agli attori: il primo è Stefano Fresi, nella serie Marco, il padre di Lele: uno dei ragazzi del gruppo che entra nel dramma della droga.

«La nostra è una famiglia unita e questo può salvare, ma quando c’è un fatto eclatante anche gli equilibri che sembravano solidi possono venir meno. Se c’è un problema al quale sei avvezzo, come quelli economici, li affronti conoscendoli, ma quando non ti passava per l’anticamera del cervello che un figlio potesse far uso di droga e addirittura darla a un suo amico innescando una valanga di eventi più grandi della tua famiglia, lì si perde contatto con la realtà e anche l’equilibrio nella coppia. Anche perché si ha la presunzione di avere la soluzione in mano, di dire adesso risolve papà. Invece si scopre di essere totalmente incapaci di gestire la situazione, che alla fine sarà fare un passo indietro sulla propria presunzione e cercare di trovarla insieme con la famiglia, recuperando il dialogo coi figli, che è la cosa più importante. Questa miniserie è molto corale. Ci sono tanti punti di vista (sia socioculturali e che caratteriali) su uno stesso problema.

 

Parola a Nicole Grimaudo, Anna nella serie, madre di Lele e moglie di Marco.

«Ho amato questa storia da subito perché non racconta personaggi ma persone. Vivere non è un gioco da ragazzi, ma anche fare i genitori non è un giochino tanto semplice, perché la posta in gioco è davvero alta. Sono i nostri figli! Credo però che il rischio si possa ridurre seminando da subito. Il ruolo di Anna è quello di una madre che ha cercato di avere un rapporto molto aperto, di grande complicità coi suoi figli. Lo dimostra il fatto che nonostante Lele si ritrovi a vivere una situazione molto più grande di lui, devastante, terribile, spaventosa, a un certo punto parlerà con i suoi genitori, perché capisce che sono le uniche persone con cui può parlare e rapportarsi. Ho amato questa storia perchè mi ha fatto pensare ai miei genitori e alla paura, alla fragilità e all’irrequietezza dei miei 18 anni. Sono stata sia figlia che madre leggendo questa sceneggiatura. È stato un viaggio che mi ha regalato moltissimo».

 

Dice la sua anche Lucia Mascino: Sonia nella serie, madre di una ragazza del gruppo.

«La serie guarda le cose da dentro e tocca il tema potente della verità. Riguarda anche il mio personaggio, Sonia, una donna brillante, intraprendente e progressista, che però non ha detto la verità».

__

Sostieni l’informazione libera di Città Nuova! Come? Scopri le nostre rivistei corsi di formazione agile e i nostri progetti. Insieme possiamo fare la differenza! Per informazioni: rete@cittanuova.it
_

I più letti della settimana

Chiara D’Urbano nella APP di CN

Edicola Digitale Città Nuova - Reader Scarica l'app
Simple Share Buttons