Una vita che è un inno alla pace

L’amore tra Takashi e Midori dà la certezza che la speranza non muore mai, anche nella devastazione della guerra.
Un uomo è in piedi davanti alla cattedrale distrutta di Nagasaki. Foto: Archivio LaPresse

Agosto 1945. A distanza di pochi giorni due funghi nucleari si levano nel cielo giapponese. Ancora oggi si dice in Giappone: due sono state le bombe atomiche, ma a Hiroshima si grida, a Nagasaki si prega. Perché? Il motivo sono loro, Takashi e Midori. La loro è una storia straordinaria. E una storia straordinaria non si può fare a meno di raccontarla.

Takashi Nagai nasce a inizio ’900. In quel tempo il Giappone è tutto un fermento. Dopo secoli di chiusura s’è aperto all’Occidente. Vuole recuperare in fretta il terreno perso. Modernizzarsi è la parola d’ordine. Il passaggio alla modernità è vissuto pure nella famiglia di Takashi. Suo nonno praticava la medicina tradizionale, suo padre quella occidentale.

Anche Takashi diventerà medico, si specializzerà in radiologia, una novità giunta dall’Europa. Al liceo e all’università diventa ateo convinto: «Supponevo semplicemente che l’essere umano non fosse altro che materia – ricorda Takashi –. Era l’età della scienza onnipotente, l’età del positivismo». Un giorno è chiamato d’urgenza a casa. Sua madre sta morendo.

Di fronte a lei, un’impressione netta. Cosa è stato? Takashi non saprà mai dirlo. Qualcosa nel suo ultimo sguardo lo folgora e una frase si pianta nella sua mente: c’è qualcosa nell’essere umano che non muore mai. Nei giorni successivi Takashi non riesce a scacciare quel pensiero. S’è radicato, sta mettendo radici. Capisce che deve andare a fondo, affrontare il mistero della vita e della morte. S’imbatte per caso in un libro, Pensieri di Pascal.

Poi un altro fatto, anch’esso di per sé casuale (ma esiste per davvero il caso?). Prende alloggio come studente a Urakami, un’antica località giapponese ormai inglobata nella città di Nagasaki. È ospite dei Moriyama, una famiglia di cristiani. Rari in Giappone. La vigilia di Natale del ’32 i Moriyama lo invitano alla messa. C’è anche la loro figlia, Midori, nome cristiano Marina, da poco tornata a casa per le feste. Per far loro piacere, Takashi accetta. Uscirà da quella messa con una sensazione in cuore: «Ho sentito qualcuno vicino a me che non conoscevo ancora».

La sera successiva, torna a casa dal lavoro. Nevica. Papà Moriyama lo chiama, preoccupatissimo. Midori sta molto male. Lui non ci mette molto a capire. Peritonite. Si carica Midori sulle spalle e, sotto la neve, corre verso l’ospedale. Dopo l’intervento il chirurgo lo chiama: «È andata bene, la sua fidanzata è salva». «Ma non è la mia fidanzata», protesta Takashi. «Su, non dica così, si vede», dice il medico. A Takashi quelle parole non dispiacciono del tutto.

Intanto, c’era la guerra con la Cina. Takashi è chiamato al fronte in Manciuria. Prima di partire, Midori bussa alla sua porta. Indossa il kimono, s’inchina e gli porge un maglione fatto da lei: «Mi scusi, sono venuta a ringraziarla per avermi salvato la vita».

Al fronte, Takashi ha un’esperienza traumatica. Giorno dopo giorno cura uomini, giovani come lui, dilaniati dalle bombe e dall’artiglieria. Dietro la propaganda nazionalista, scopre l’orrore della guerra. Quando vede le atrocità commesse dai giapponesi sui civili cinesi, il suo senso patriottico traballa.

Ha con sé un pacchetto mandatogli da Midori. Un paio di guanti di lana fatti da lei e un catechismo cattolico. Lo legge con avidità. I compagni d’arma lo deridono. Come può perdere tempo in simili fandonie? Takashi invece trova in quel libretto le risposte alle sue domande sulla vita.

Torna dal fronte, amareggiato, sconvolto. Che fare? Stordirsi con l’alcol? O… cercare Midori? Si avvia verso Urakami, verso la chiesa della notte di Natale. Trova un prete. Gli parla. Vuole capire che cosa c’è dietro quel suo sguardo così limpido. Il prete gli racconta la sua vita: i nonni, cristiani, morti in prigione per la loro fede; quello che diventerà suo padre, chiuso in campo di detenzione e torturato; prima di essere ammazzato davanti ai suoi occhi, il fratello di lui, allora quattordicenne, gli fa una profezia: avrai un figlio e diventerà sacerdote. Il prete guarda Takashi: «Aveva ragione, quel prete sono io». Poi lo invita a pregare: «Il Vangelo non si può capire con l’intelligenza».

Uscito dalla chiesa, Takashi cerca Midori. Una strada si apre di fronte a lui e non vuole smarrirla. Riceve il battesimo e prende il nome di Paolo. Takashi e Modori decidono di sposarsi. Avranno quattro figli, due morti infanti.

Poi lui è di nuovo chiamato al fronte per la guerra con la Cina. Ma ci va con un altro spirito. Non si risparmia, si getta anima e corpo per salvare più gente che può, passa le linee per aiutare amici e nemici, a rischio della propria vita. Torna a casa e si getta a capofitto nella sua professione. Ma nel lavoro di radiologo la sicurezza allora era scarsa. S’accorge d’avere dei disturbi. Fa gli accertamenti. Si aspettava la diagnosi: leucemia mieloide. Prima di rientrare a casa passa a pregare sulla collina dove fu martirizzato Paolo Miki. A casa, Midori lo conforta. Vivranno assieme quello che comporterà la malattia.

Intanto, il Giappone entra nella Seconda guerra mondiale. Il 6 agosto ’45 gli americani sganciano la bomba su Hiroshima. Le notizie che giungono sono terribili. Per proteggere i bambini li portano in campagna, dalla nonna. Midori rimane a Urakami. Saluta il marito, con le lacrime agli occhi, mentre lui esce di casa per andare all’ospedale. Ha il turno di notte. Midori sente che è l’ultimo saluto. È il 9 agosto.

Poco dopo le 11 del mattino la seconda bomba atomica viene sganciata su Nagasaki. L’epicentro è proprio Urakami. Takashi esce dall’ospedale, vivo ma ferito all’arteria temporale. Attorno, solo orrore. Urakami non esiste più. Per tre giorni si occupa senza sosta di curare i sopravvissuti. Poi si dirige verso casa. Tra le macerie, riconosce le ossa carbonizzate di Midori, che fra le mani tiene il suo rosario, sciolto.

Di quei giorni dice: «Camminavo con Dio nella desolazione spettrale di Urakami e finalmente capivo la profondità della sua amicizia». Decide di darsi da fare, sa che la leucemia non gli lascerà molto da vivere. Con l’esempio sprona chi gli sta attorno a non rinchiudersi nel proprio dolore, ma a «camminare nella via delle beatitudini». Parole sue, come un lampo di luce nella distruzione spettrale di Nagasaki. Si dà da fare per ricostruire l’ospedale, la scuola, la chiesa, la biblioteca. Scrive libri. Con i soldi che guadagna pianta a Nagasaki mille ciliegi, per ridare un sorriso alla sua terra devastata. Vive in una piccola capanna, due metri per due, che lui chiama «il santuario dell’amore a se stessi».

Il 1 maggio 1951, consapevole di essere alla fine dei suoi giorni, si fa portare in barella in chiesa, poi al suo ospedale. Muore lì, a 43 anni, tra i suoi amici, pregando. Lo hanno chiamato “il mistico della pace”. Il 9 novembre 2021 l’arcivescovo di Nagasaki mons. Joseph Mitsuaki Takami ha concesso l’autorizzazione alla preghiera ufficiale per invocare l’intercessione e la canonizzazione dei coniugi Takashi Paolo e Midori Marina Nagai.

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