Vita mia

È folgorante, nella sua pregna semplicità e brevità, e per l’espressività intensa dei suoi interpreti, il nuovo lavoro di Emma Dante Vita mia, espressione palermitana che dice l’amore di dolcezza e possesso delle madri per i figli. La cui morte diventa inaccettabile. Al centro di uno stanzone un letto, e noi spettatori attorno. Partecipiamo – o spiamo? – alla veglia funebre per il più giovane di tre fratelli morto per un banale incidente in bicicletta. Questi ci accoglie pedalando attorno al catafalco dove sosta la donna nerovestita con gli altri due figli scavezzacollo in pigiama. Da qui in avanti si susseguono momenti di verità umane – giochi, abbracci, risa, pianti, ironie, beffe – dove però contano i gesti, gli sguardi, i silenzi, le frasi urlate o smozzicate, che ci fanno entrare nelle dinamiche relazionali di una famiglia matriarcale, e in quell’elaborazione del lutto di chi si ostina a voler tenere in vita il figlio prediletto. Si passa alla visionarietà e all’allegoria con scene struggenti: della madre che veste il ragazzo a festa con abiti bianchi mentre questi, pieno di vita, continua a parlare e giocare a pallone; o dal ballo del sirtaki dopo che il defunto, rianimato del molleggiare del letto, si è alzato e con gli altri fratelli, a turno, salta sulla branda. Pur descrivendo dettagli quotidiani la Dante va molto oltre: evoca un mondo ancestrale, coi moti dell’animo che lo determinano e i sentimenti sottesi. Solo così si spiega, al di là del dialetto stretto, la comprensione e il successo dei suoi spettacoli che hanno varcato anche l’Italia. E conferma la giovane regista siciliana come uno dei migliori talenti del nostro panorama teatrale. Al Romaeuropa Festival e in tournée, tra cui Buti (Fi), Marghera, Casalmaggiore (Cr), Udine, Torino, Caltanissetta,Anversa, Lille.

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