Vincere insieme

Il tumore, la battaglia, i rapporti umani, la fede. Una testimonianza a due voci.
«Un viaggio che non si fa da soli». È una scelta di coerenza quella di Antonio Ascione e Giovanni Ruggiero: scrivere a quattro mani il diario di questo viaggio nella malattia, Abbiamo vinto. Insieme (Messaggero).

Medico epatologo il primo, inviato del quotidiano Avvenire il secondo, le loro strade si sono incrociate a causa della malattia di Ruggiero: un’epatite che ha portato prima alla cirrosi, poi al tumore e infine al trapianto di fegato.

 

Certo, «è ciò che accade a tantissimi pazienti», ammette Ascione; ma proprio per questo la scelta di raccontare questa storia, una tra le tante, vuol essere «un atto d’amore verso tutti coloro che sono nel tunnel della malattia».

 

L’idea del libro è venuta proprio all’epatologo: «Avevo scritto alcuni articoli in proposito per il mio giornale – racconta Ruggiero – ed è stato allora che Ascione, ritenendo utile far conoscere la mia storia dato che i portatori di epatite B in Italia sono molti, mi ha fatto questa proposta». Accoglierla non è stato così immediato, considerando che Ruggiero avrebbe voluto bruciare tutti i referti medici che gli ricordavano la malattia: «Ma poi ho scritto di getto, spinto dall’incontro con una donna che doveva sottoporsi a trapianto: ero riuscito a confortarla, condividendo con lei la mia esperienza».

Il racconto si muove di pari passo lungo il versante medico e “umano”: ogni capitolo in cui il giornalista annota pensieri, emozioni, reazioni alle sfide che la malattia pone, è completato da un intervento di Ascione sulle questioni più strettamente mediche, dalle spiegazioni sul decorso della patologia al delicato tema del rapporto tra medico e paziente.

 

La malattia, pur essendo il filo conduttore del racconto, non ne diventa mai protagonista: il ruolo principale è infatti lasciato alle persone in quanto tali. Dall’ammalato, ai medici, ai familiari, agli amici, tutto si sviluppa a partire da ciascuno di loro.

È la dimensione umana a rimanere al centro, sin dal momento della diagnosi. Viene chiamata in causa nell’affrontare la questione del quando e soprattutto del come il medico dovrebbe comunicare notizie di questo genere al paziente, e di come conciliare il legittimo desiderio e diritto di sapere da parte di quest’ultimo all’opportunità di non dire – o almeno non subito – alcune cose.

Ma anche il problema dello spirito con cui affrontare la malattia e la cura: interessante in questo senso la distinzione operata da Ruggiero tra medici che «affrontano un male per ripristinare un ordine che si è alterato» e quelli che invece lo fanno «col fine di far star bene il paziente». Anche l’epatologo si sofferma più volte sul tema della comunicazione con l’ammalato, e sulla necessità per un buon medico o infermiere di saperla usare al fine di «tutelare fisicamente e mentalmente il paziente che gli viene affidato».

L’umanità del malato è il nodo principale quando la malattia si aggrava e Ruggiero viene sottoposto al primo intervento, purtroppo condotto nella maniera sbagliata: l’attenzione è posta non tanto sull’errore medico, quanto sul rapporto di fiducia tra operatore sanitario e paziente.

Anche quando il tumore fa la sua comparsa, i rapporti umani sono centrali. Il primo pensiero di Ruggiero è infatti per la moglie e i figli, prima che per sé stesso: «Io pregavo per loro – afferma – e mia moglie pregava per me». E quando arriva il momento del trapianto, è la rete di relazioni con amici, colleghi, parenti ed équipe medica a dare un senso al tutto.

 

Sebbene Ruggiero nomini la dimensione della fede e della preghiera soltanto una volta, è evidente che non si tratta di un aspetto secondario: «È stata fondamentale nel darmi conforto – ammette Ruggiero – e soprattutto serenità. I progressi della medicina possono tranquillizzare, ma la vera serenità è un’altra cosa, arriva solo dalla fede. E posso dire di essere entrato in sala operatoria sereno».

 

Proprio questa serenità ha spinto l’Associazione italiana trapiantati di fegato ad adottare il libro all’ospedale Molinette di Torino, per distribuirlo ai pazienti in attesa dell’intervento: «So di almeno due persone che lo hanno letto appena prima del trapianto – racconta il giornalista – e ne hanno tratto grande conforto».

Ed ora che Ruggiero ha scelto di essere “testimone di sé stesso”, che fine hanno fatto i referti medici che voleva bruciare? «Li ho conservati, ma li tengo ben nascosti – confida – così come durante la malattia non tenevo le medicine sul comodino, ma chiuse nel mobiletto del bagno».

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