Coronavirus, il paziente n° 91 finalmente sorride

Il paziente n.° 91 è un malato di Covid 19 di 43 anni, pilota inglese della Vietnam Airlines, che dopo mesi di coma, in questi giorni, torna finalmente a sorridere col sollievo dell’intera nazione. In tutto il Paese restano alte le misure precauzionali.

I medici tornano a sperare per il paziente nr. 91 dell’ospedale governativo di Ho Chi Minh ville, il Cho Ray hospital, il più grande ed il migliore in assoluto del Paese. Anch’io, circa 28 anni fa, sono stato operato lì: a quel tempo c’erano in giro o per lavoro in Vietnam solo cubani, nordcoreani, russi (un sacco), qualche francese e io: fui ricoverato all’ottavo piano di un nuovo stabile del Cho Ray. Andò tutto bene, parlo della mia appendicite andata quasi in peritonite; mi salvò un medico che operava anche durante la guerra. Ascoltai il consiglio del medico, non presi l’aereo per Bangkok e mi feci operare al Cho Ray. Sarei morto se avessi tentato la via della Thailandia.

Il sistema sanitario del Vietnam è sviluppato e di tutto rispetto. Gli ospedali pubblici, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, sono divisi in tre livelli: 47 strutture coordinate a livello centrale; 419 a livello provinciale e ben 684 strutture a livello distrettuale. Oltre agli ospedali governativi, in Vietnam ci sono attualmente anche 182 ospedali privati, per la maggior parte situati in aere urbane. Dal 1990 gli ospedali possono richiedere il pagamento delle prestazioni eseguite; e dal 2018 gli ospedali pubblici, per lo più quelli a livello centrale e provinciale, non dipendono più da un bilancio centrale, ma devono trovare il modo di sopravvivere nell’economia sempre più di mercato che ha preso piede in Vietnam. Attualmente più del 70% della popolazione possiede un’assicurazione sulla salute che permette di accedere ai servizi pubblici negli ospedali, ancora troppo sovraffollati, per dire la verità. Ci sono, a volte, malati sui letti e altri sui pavimenti.

Nonostante 57 giorni di respiratore artificiale, l’ex pilota britannico di aerei, il paziente n° 91, ammalatosi il 18 marzo e restato in pericolo di vita fino a poco tempo fa, ha iniziato a sorridere e due volte al giorno a muovere qualche arto. Anche la pressione del respiratore viene allentata ed il polmone sinistro ha completamente recuperato. Si cerca ora un donatore per il polmone destro, compromesso. Insomma, ci sono buone speranze. E questo paziente, per il Vietnam, è d’importanza nazionale. Finora il Paese ha registrato 328 casi di coronavirus e nessun decesso: e questo primato dev’essere mantenuto, a tutti i costi! Ad oggi che scrivo, i casi completamente guariti sono 302, e 26 ancora sono in fase di recupero nei vari ospedali governativi.

Il caso del Vietnam è un caso eclatante: il Paese è stato posto sotto un lockdown parziale fin dalla fine di gennaio, con la chiusura della spazio aereo da e per la Cina. Ero a Saigon in quei giorni e sembravano esagerate quelle misure; poi è arrivata la chiusura totale a tutti i voli internazionali dal 23 di marzo fino al 30 giugno prossimo, quando il divieto sarà definitivamente tolto.

Il primo ministro di Singapore, Lee Hsien Loong, ha recentemente elogiato il governo del Vietnam, nella persona dell’omologo Nguyen Xuan Phuc, per il sorprendente successo che ha fatto scalpore a livello mondiale. Un primato ambito da Singapore, che ha ben altri problemi. Singapore è la nazione nel sudest asiatico ad essere più stata colpita dal Covid-19, con ben 36.405 casi, di cui 23.582 ristabiliti e 24 persone morte. Nonostante il lockdown, la tracciabilità di ogni caso clinico (e di tutta la popolazione, dobbiamo dire), Singapore ha sofferto un’estesa quantità di casi a causa dei 300 mila lavoratori stranieri, tenuti, purtroppo, in condizioni disumane, in fatiscenti appartamenti sovraffollati. Tutto questo ha portato ad una grande quantità d’infezioni: un punto questo, decisamente a sfavore dell’isola più ricca e prosperosa della regione, ma che ancora oggi tratta coloro che ne permettono lo sviluppo (lavoratori da Myanmar, Thailandia, Malesia, Vietnam, Bangladesh, India, Indonesia ecc.) in modo da violare le semplici e comuni norme igienico-sanitarie e umane.

Un grande “bravo” al Vietnam, allora, che da 45 giorni non registra più un’infezione locale: i 188 casi registrati recentemente sono tutti lavoratori di ritorno dai vari Paesi della regione oppure dagli Usa o dall’Europa. Ma un “bravo” ancor più grande e sincero dev’essere dato a tutte le organizzazione non governative, le Ong che operano sul territorio del Vietnam e che, da gennaio ad oggi, si sono occupate delle centinaia di migliaia di persone delle fasce deboli confinate in casa, col divieto di uscire, con nessun soldo in tasca, figuriamoci un conto in banca, che avrebbero fatto la fame se non peggio; e nessuna assicurazione sanitaria.

La Chiesa cattolica, semplici cittadini, movimenti cattolici e tanti uomini e donne di buona volontà hanno sfamato la popolazione, inventando di tutto pure di non far morire vecchi, disabili, gente abbandonata che vive alla giornata, coloro che non appaiono nelle conferenze stampa con i primi ministri.

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