Da vescovo alla luce del «profilo mariano»

Venti anni fa l’Autore, ora vescovo di Limerick in Irlanda, ha conseguito il dottorato con una tesi sul profilo mariano della Chiesa, con particolare riferimento alla teologia di Hans Urs von Balthasar1. Da allora è giustamente considerato uno dei teologi più esperti sull’argomento. Ma che cosa può significare il profilo mariano nel concreto della vita e del ministero di un vescovo? È la domanda che gli abbiamo rivolto, ed egli ci ha risposto con questo scritto che aveva intitolato “piccole esperienze”. In realtà, proprio il vissuto fa comprendere aspetti importanti del modo di intendere la Chiesa e di svolgere il ministero. 
Brendan Leahy

Senza esagerare, la vita di un vescovo oggi è spesso un correre di qua e di là, per far fronte alla mole di compiti da assolvere. Mi fa bene perciò chiedermi: come vivo da vescovo alla luce del profilo mariano della Chiesa? È una domanda che mi invita a un esame di coscienza! Mi fa riflettere sul mio essere vescovo più che sul mio fare da vescovo, anche se l’essere deve poi esprimersi senz’altro anche nel fare. 

Come affermava Papa Benedetto e ricorda anche Papa Francesco, grande è il rischio per noi ministri ordinati di diventare professionisti del sacro, anziché essere persone immerse in Dio al servizio di tutti. Pensare a Maria come modello di ogni cristiano e del popolo di Dio nel suo insieme ci richiama all’essenza e alla natura profonda della Chiesa: l’amore, il “sì” a Dio e alla sua volontà, il cammino di santità. Ringrazio perciò della vostra richiesta di inviarvi una riflessione su questo tema.

Dimensione coessenziale

Occorre innanzi tutto chiarire che cosa intendo con l’espressione “profilo mariano della Chiesa”. Non si tratta semplicemente di una questione di devozione mariana o di particolari pratiche di pietà. Certo, c’è nella mia vita anche questa dimensione: prego ogni giorno il rosario e di tanto in tanto mi reco in pellegrinaggio a qualche santuario mariano, come ad esempio a Knock in Irlanda e ogni anno a Lourdes con il pellegrinaggio diocesano. Cerco anche di affidare a Maria che “scioglie i nodi” i pesi e i problemi che incontro – e ce ne sono tanti nella vita del vescovo! – ma il “profilo mariano” non si esaurisce in questo, bensì richiama una dimensione fondamentale del-
la Chiesa, coessenziale al profilo “petrino” il quale si manifesta nell’aspetto ministeriale e sacramentale. 

Valorizzare il profilo mariano significa mettere in rilievo la santità vissuta, la dinamicità evangelica, lo spirito di “famiglia” e il ruolo dei carismi: realtà e atteggiamenti che possiamo vedere tutti in qualche modo riassunti in Maria come Madre di Gesù e prima credente. Riflettere su come vivo da vescovo alla luce del profilo mariano vuol dire quindi chiedermi come si esprime nella mia vita e nel mio ministero l’essere radicato in questa fondamentale dimensione evangelica ed ecclesiale.

Rivivere Maria

Ogni vescovo, come rappresentante della Chiesa, svolge un ruolo di rilievo anche pubblico. È facile perciò pensare di dover vivere “da vescovo”. Quando sono stato chiamato a questo servizio è stato immediato per me ricordarmi della priorità che avevo scoperto quando, ancora da seminarista, avevo incontrato la spiritualità dell’unità: mettere al primo posto Dio e non un servizio pur importante come il ministero ordinato. Avevo sperimentato come da questa scelta nascesse una grande libertà interiore che preserva da certi atteggiamenti clericali che possono essere sempre in agguato e il cui riaffiorare non è certo un bene per la Chiesa. 

Maria è stata semplice, libera, spontanea. Riviverla nel suo mettere Dio al primo posto è un atteggiamento fondamentale da rinnovare sempre. Ciò non si esaurisce per me solo nell’atteggiamento spirituale e interiore di non confondere il servizio dell’essere vescovo con il datore di questo dono, ma significa pure cercare di vivere con semplicità, anche da vescovo, le cose normali di ogni giorno, come andare a fare le spese, uscire per una passeggiata, mangiare alla mensa con lo staff della curia; cose che possono apparirci alle volte come una “perdita di tempo” mentre contribuiscono molto a promuovere rapporti fraterni e “di famiglia” e ci fanno crescere in umanità e nella conoscenza della realtà. 

Dicevo che Maria mette in rilievo l’amore come essenza e natura profonda della Chiesa. Devo ricordarmi di questo ogni giorno quando ci sono tante pratiche burocratiche da sbrigare, situazioni spinose da affrontate e ci vengono proposte o sollecitate molte letture “politiche” della vita ecclesiastica e sociale. È facile cedere a calcoli mondani in tutte queste circostanze. Invece, l’amore come lo apprendiamo dal Vangelo, porta le cose su un altro piano, ci fa accostare la realtà e operare le nostre scelte in una luce diversa. 

Ricordo una situazione complessa che si era creata con un sacerdote. Sono state coinvolte anche persone competenti per consigliarmi. Ma un sacerdote anziano e saggio mi ha suggerito fraternamente: «Perché non parli con lui con la tenerezza di un padre?!». Mi sono state di aiuto queste sue parole. Occorrevano tempo e pazienza, ma l’amore sincero mi ha fatto capire come procedere: andare incontro a quel sacerdote senza ignorare la verità, però con un cuore di padre e anche “di madre” ha permesso di creare un’atmosfera dialogante di fiducia reciproca. 

Com’è ovvio, ho da incontrare quotidianamente tanta gente, spesso in occasioni ufficiali. Durante questi anni ho cercato di stabilire un clima d’amicizia con chi viene a trovarmi. Ho notato, a questo proposito, un fatto quasi banale ma in realtà di non poco conto: il valore del sorriso. Constato che la gente, guardando il vescovo come figura di autorità e condizionata da schemi del passato, gli va incontro con una certa riserva, se non con timore. Il ministero episcopale, nella sua dimensione “petrina”, è infatti una cosa seria. Se tutto si limitasse a questo, la vita potrebbe diventare pesante, per gli altri e per me stesso. Ciò mi fa prendere coscienza che il mio essere vescovo deve essere – se così si può dire – sempre di nuovo “marianizzato”. 

Cerco, dunque, di essere il primo ad amare e di andare incontro alle persone con un bel sorriso anche se questo non è sempre facile. Recentemente, per esempio, abbiamo avuto in Irlanda un referendum sull’aborto. L’esito è stato doloroso: 66% in favore dell’aborto. Il giorno in cui si è reso pubblico il risultato finale mi portavo dentro un certo malumore, ma dovevo celebrare la cresima con cento ragazzi/e. Dopo la Messa, come al solito, tanti volevano fare la foto. Mi è costato sorridere al pensiero che tanti dei genitori che incontravo avevano probabilmente votato a favore dell’aborto. Ma mi sono sforzato per donare un bel sorriso ad ogni nuova famiglia con la quale ci siamo salutati, pensando che in loro, al di là di tutto, incontravo Gesù. Qualche giorno dopo, una signora mi ha scritto per ringraziare di quel sorriso: «Ha comunicato l’amore e la gioia di Dio», diceva. Vedo che andare incontro alle persone con un sorriso sovente smonta le resistenze interiori che tanti si portano dentro, magari inconsciamente e per i motivi più vari.

Il valore dei carismi

Il profilo mariano si esp rime in particolare nei carismi. Mi sembra importante perciò valorizzare in diocesi l’apporto dei carismi, attraverso la presenza sia di Congregazioni e Ordini religiosi sia di nuovi Movimenti e Comunità. Così ho invitato, ad esempio, una Congregazione americana di suore domenicane ad aprire una casa in diocesi. Sono giovani e piene di vitalità, la loro gioia dà testimonianza anche quando fanno una passeggiata in città. Ci sono inoltre frati di una Congregazione di recente nascita che si dedicano in particolare ai poveri. Puntano molto sulla nuova evangelizzazione. Fa bene incontrarli con la “parresia” che vivono ed esprimono.

I nuovi Movimenti per ora non sono molto sviluppati da noi, ma vedo in loro semi veri di vita nuova secondo il Vangelo: la Comunità dell’Emmanuel, i Focolari, il Cammino neocatecumenale… Recentemente ho partecipato a una celebrazione di quest’ultimo. A un certo punto i partecipanti erano invitati a venire vicino al celebrante per dire a tutti dove sperimentavano la croce in quel momento della loro vita e che cosa questo o quel dolore stavano insegnando loro. È stato toccante sentire come anziani, coppie e giovani, raccontavano ciò che vivevano. Una persona condivideva, per esempio, come una tensione nel proprio matrimonio stava scavando in lei un atteggiamento di umiltà e un amore più grande. Ecco il profilo mariano della Chiesa, mi viene da dire: la santità vissuta anche nel quotidiano, come l’ha descritta in modo stupendo Papa Francesco nella Gaudete et exsultate. 

Lasciarsi plasmare

I carismi sono un dono per la diocesi: contribuiscono a mostrare il volto dinamico e mariano del popolo di Dio, fedeli e pastori; ma sono un dono anche per lo stesso vescovo il quale si trova ogni giorno a dover predicare, guidare, incontrare la gente in contesti piuttosto ufficiali. Mentre mi trovo immerso in tanti lavori e appuntamenti, c’è sempre la domanda: dove attingere forze interiormente, come trovare nuovi stimoli per la mia vita spirituale? Certamente nella vita di preghiera. Ma vedo quanto sia importante attingere anche alla vita della Chiesa che, come Sposa di Cristo, porta nel suo seno esperienze profetiche e carismatiche che aiutano a rispondere vitalmente ai doni sacramentali e ministeriali. 

È molto importante per me come vescovo trovarmi non solo “dietro” l’altare come ministro, ma anche “davanti” all’altare come fedele battezzato, chiamato ad essere “perfetto nell’amore”. Spesso mi ricordo che in Paradiso giunge a compimento la vita battesimale, mentre non ci sarà più il ministero. 

Cerco pertanto di dar importanza anche personalmente alle espressioni dei diversi carismi. Come vescovo devo avere un cuore largo per tutte le realtà presenti in diocesi. Ma ciò non impedisce che io possa aderire personalmente a una particolare via di vita evangelica che Dio suscita nella Chiesa; anzi, constato che far esperienza diretta di un carisma rende in grado di capire e a far capire meglio, dal di dentro, anche gli altri carismi e di promuoverli secondo il disegno di Dio su ognuno di essi. 

Avendo conosciuto ancora da seminarista il Movimento dei Focolari ed essendomi alimentato del suo Carisma dell’unità pure da sacerdote, mantengo tuttora un legame spirituale con il Movimento che ufficialmente si chiama non a caso Opera di Maria. Frequentare questa realtà e condividerne l’impulso carismatico mi aiuta a nutrirmi interiormente e così mi prepara a svolgere i compiti che ho come vescovo. Potremmo dire che Maria, attraverso questo carisma, mi fa sperimentare in qualche modo come lei ha accompagnato e sostenuto l’apostolo Giovanni che Gesù in croce le aveva affidato come figlio (cf. Gv 19, 26-27).

Ciò non significa ovviamente che qualcuno del Movimento possa dettarmi direttive da seguire. Il Movimento non c’entra con il compito di governo che esercito nella Chiesa. Si tratta piuttosto di condividere la vita spirituale, in un cammino percorso insieme. Sentire le esperienze dei laici o partecipare magari a una giornata per famiglie che vivono la spiritualità dell’unità, mi rinforza nella mia missione e sprigiona in me nuove energie e nuova creatività. 

Vita di comunione con altri vescovi

Un modo particolare per vivere la spiritualità comunitaria proposta dall’Opera di Maria è quello di coltivare una vita di comunione con altri vescovi che seguono questa spiritualità. Di tanto in tanto ci ritroviamo per trascorrere qualche ora o qualche giorno insieme, come in un cenacolo di fraternità e di santità. A prescindere dal fatto che passare del tempo insieme è anche umanamente arricchente, il ritrovarci tra vescovi ci consente di condividere fra noi esperienze del Vangelo vissuto e di aiutarci reciprocamente ad affrontare le difficoltà della vita personale, ecclesiale, sociale e culturale, aprendo il cuore l’un all’altro. 

Ritengo importante questa vita di comunione per ovviare al rischio di isolarmi, come vescovo, nel mio servizio alla diocesi. Ci sono sempre mille impegni. È facile allora dimenticare l’essenza della vita cristiana che sta nell’attuazione del comandamento nuovo dell’amore. Risultano pertanto fondamentali questi momenti in cui ci aiutiamo reciprocamente ad aprire gli occhi su ciò che veramente conta. 

Oltre a partecipare a incontri periodici, anche internazionali ed ecumenici, con altri vescovi che vivono questo spirito, cerco di tenermi regolarmente collegato con alcuni di loro tramite skype o altri mezzi odierni. Constato che questa vita di comunione che cerchiamo di vivere ci fa fare l’esperienza di quella mistica del vivere insieme di cui parla Papa Francesco. Pur nei limiti di tempo e spazio, risulta – per dirlo con le parole di Chiara Lubich – «come un crogiolo, una palestra» in cui si entra «per amare, lottare, morire a se stesso ed uscire – se tutto procede regolarmente – misticamente “altra Maria”».

Generare
la Chiesa-Maria

La Chiesa è Gesù, come sottolinea san Paolo, ogni qual volta afferma con queste o altre parole: «Voi siete il Corpo di Cristo!». Ma la Chiesa è anche Maria, è Madre e Sposa di Cristo. Come vescovo è pane quotidiano per me trovarmi alle prese con le strutture ecclesiastiche – parrocchie, scuole, ospedali, l’Istituto di scienze religiose e altro ancora. Tutte cose importanti al servizio del Corpo di Cristo nella sua struttura portante di predicazione del Vangelo, amministrazione dei sacramenti ed edificazione delle comunità locali.

Eppure devo ricordarmi sempre che tutti questi sono “mezzi” di grazia che non coincidono con il “fine” ultimo della Chiesa. Il Concilio Vaticano II e tutti gli ultimi Papi ci chiamano in modo sempre nuovo a una svolta verso “fuori” per irradiare l’amore di Dio fra le persone ed essere, attraverso la vita di comunione e l’unità, sacramento di Cristo in seno alla società. In questo viene in rilievo una delle implicazioni più profonde del profilo mariano della Chiesa. Si tratta di far vedere che la Chiesa è più di un congegno per la distribuzione dei sacramenti o di un sistema organizzativo per la salvezza, ma è comunione in atto, comunità viva dove i rapporti fra i membri sono di una grande pienezza anche umana e, attingendo alla vita di Dio, contribuiscono alla promozione integrale delle persone e dello stesso tessuto sociale.

Per questo, poco dopo la mia ordinazione episcopale, ho convocato un sinodo diocesano con l’intento di suscitare fra tutti il senso di un popolo in cammino2. Abbiamo avuto così l’occasione di tanti momenti di scambio, in ascolto della Parola di Dio e in un sincero e attento ascolto reciproco, per esercitare l’arte del discernimento comunitario. Ne è emerso il forte desiderio di essere una comunità aperta a tutti. Non a caso questo evento ha suscitato l’attenzione anche dei mass media. 

Guardo volentieri le foto del sinodo: fanno vedere in concreto un popolo in cammino. Credo di poter dire che ci ha fatto vivere un’esperienza di Maria-popolo di Dio. In quel contesto, si avvertiva anche in modo nuovo l’importanza dei sacerdoti e del loro ministero. A un certo punto, tutta l’assemblea si è messa in piedi per esprimere con un applauso riconoscente la stima e la gratitudine per il loro servizio. È stato un gesto spontaneo molto significativo, direi commovente, soprattutto se si pensa al momento storico che viviamo, come società e come Chiesa. Eppure il ministero non era al centro. Il volto di Chiesa che è venuto in rilievo è stato quello del popolo di Dio. 

Il fatto che il profilo mariano è, per certi versi, più visibile nella donna, mi spinge ad avere un’attenzione particolare al ruolo della donna nella Chiesa, spesso non sufficientemente valorizzato in passato. Nel sinodo, il 60% dei partecipanti sono state donne. Recentemente ho nominato una donna segretaria generale della diocesi, funzione che finora era stata svolta da un sacerdote. Ci sono donne incaricate anche di altri compiti di responsabilità, come ad esempio per l’economia della diocesi. Attualmente c’è in diocesi un gruppo di lavoro che sta studiando la questione della donna nella nostra Chiesa particolare con lo scopo di arrivare a suggerimenti concreti.

Saper perdere:
ampliare gli orizzonti
della carità

Anni fa, Chiara Lubich mi ha inviato un messaggio, incoraggiandomi a camminare sempre alla luce di Gesù crocifisso e abbandonato e di Maria nella sua desolazione. Guardare a Gesù abbandonato mi aiuta a non fermarmi al negativo, ogni volta che si presenta un disturbo, una notizia brutta, un ostacolo difficile da superare, una impossibilità, una sospensione… Tener presente Maria desolata mi ricorda il suo saper perdere: perdendo il suo Figlio-Dio ha saputo accogliere al suo posto Giovanni. La dinamica del saper perdere mi pare essenziale per la mia vita di vescovo per tessere rapporti sempre più ampi e fruttuosi. Non ci riesco sempre, ma ogni giorno mi alzo con una dichiarazione d’amore che riattualizza questo orientamento di fondo: «Perché sei abbandonato, Gesù; perché sei desolata, Maria». Mi riapre sempre di nuovo la strada per essere strumento d’unità. 

mons. Brendan Leahy

1) B. Leahy, Il principio mariano nella Chiesa, Città Nuova, Roma 1999.

2) Cf. B. Leahy, Quando la Chiesa è raccolta in sinodo. Una diocesi sulle vie del discernimento comunitario, in «Gen’s» 47 (2017) n. 3, pp. 111-115. 

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