Venezia 2017 premia la vita

In un'epoca di inquietudini, frammentazioni e violenze, il male di vivere può anche diventare "il bene di vivere". Leone d'oro alla favola romantica del regista Benicio dal Toro. La novità dei lavori virtuali

Bisogna ammetterlo, almeno per una volta. L’edizione della Mostra d’arte cinematografica si è dimostrata superiore alla rivale Cannes per qualità di film presentati. Perciò la scelta dei premi dev’essere stata difficile per la giuria presieduta da Annette Bening. Ma ha saputo dimostrare di voler premiare il soggetto che, pur con variazioni e declinazioni diverse, ha animato più di altre volte la rassegna: la vita.

In un’epoca di inquietudini, frammentazioni, violenze di ogni tipo, migrazioni storiche (si veda il lungo docufilm di Ai Weiwei, che a qualcuno non è piaciuto), il male di vivere, così spesso sui nostri schermi, può anche diventare “il bene di vivere”. Forse è questo che ha spinto la giuria a dare il Leone d’oro alla favola romantica del regista messicano (produzione hollyoodiana) Guillermo del Toro The Shape of Water, storia d’amore tra diversi (una muta e una creatura marina) in un mondo – “la guerra fredda” nel film, ma è chiaro il riferimento ad oggi – nemico di tutto ciò che non è in regola. E l’amore spesso è oltre le regole.

L’amore può essere difficile, e lo svela il film di Xavier Legrand -Leone d’argento e premio per la miglior opera prima – Jusqu’à la garde sul conflitto in una coppia per l’affidamento del figlio, con tinte di violenza domestica purtroppo attuali, mentre il Gran premio della giuria va al regista israeliano Samuel Maoz per Foxtrot, dolente film di guerra, ma la metafora è estendibile ai popoli e all’uomo di sempre. Premio come miglior attore a Kamel El Basha per il film libanese The Insult: non basta che la guerra sia finita, restano i conflitti tra le persone che faticano a dimenticare.

I dolori quindi nella vita non mancano. Lo si è visto in un film forte e premiato solo con la Miglior Sceneggiatura, cioè Three billboards outside Ebbing,Missouri di Martin McDonagh, dove una madre tenta di convincere la polizia, nel grigiore della provincia americana, a darle giustizia per l’omicidio della  figlia.

Per fortuna ci sono sprazzi di luce e lo conferma la Coppa Volpi come miglior attrice data a Charlotte Rampling, unica attrice di Hannah, film del trentino americanizzato Andrea Pallaoro, omaggio alla vecchiaia portata con disinvoltura e verità. L’Italia può essere contenta, visto che di attrici grandi in gara ce n’erano, prima fra tutte Judi Dench. Inoltre il premio Orizzonti, con la giuria presieduta da Gianni Amelio (che ha ottenuto il prestigioso premio Bresson dall’Ente dello Spettacolo) è stato consegnato a Nico,1988 di Susanna Nicchiarelli: un’ulteriore conferma che l’Italia, presente al Lido più che negli scorsi anni, sa dare ancora qualcosa di notevole, considerando la fantasia surreale di Ammore e malavita dei fratelli Manetti e la delicata favola sociale La vita in comune di Edoardo Winspeare (Premio FEDIC Federazione Italiana dei Cineclub).

Ma ormai bisogna pensare in grande, anche per i registi italiani ed allargare gli orizzonti. Non bastano certo solo i lavori di Pallaoro o di Virzì (non un capolavoro, nonostante un grande cast), nemmeno la storia d’amore difficile tra una cieca e un egocentrico nel lavoro di Silvio Soldini Il colore segreto delle cose, per quanto delicato e sensibile, che ha ricevuto il premio Civitas vitae.

Diversi gli esclusi, tra cui le star George Clooney e Matt Damon (Suburbicon), per non parlare di Jennifer Lawrence (Mother!) ed Helen Mirren. Qualcuno si è rifatto come Clooney, che oltre ad essere uno dei centri dell’attenzione del pubblico, ha ottenuto il Premio Mimmo Rotella. Un vero peccato è tuttavia l’esclusione di un film molto bello, ricco di luce e di speranza, cioè La Ville di Robert Guédignion (premio Signis), incentrato sulla famiglia con i suoi complessi rapporti: una celebrazione della vita, del “bene di vivere”, nonostante tutto.

Forse il più premiato è il direttore Barbera che, oltre alle buone scelte di film, ha aperto la rassegna ai lavori virtuali, puntualmente vinti dal mondo asiatico. Ormai è in questa direzione che guarda il cinema. E la rassegna veneziana, ormai più che cinema d’arte, cinema e basta, l’ha dimostrato.

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