Variazioni su Edipo

Da Roma a Palermo, da Milano a Prato, gli spettacoli dei prossimi quindici giorni

Variazioni su Edipo

La storia di un uomo che non ha paura di compiere un viaggio terribile, una spietata indagine poliziesca che, passo dopo passo, guida il protagonista verso un abisso dove ad attenderlo trova l’inesorabile evidenza della sua colpa. Una favola nera, dove un trovatello dai piedi feriti sconfigge un mostro, sposa una regina e diventa re per assistere sgomento allo svelamento degli orrendi delitti di cui si è inconsapevolmente macchiato. Un cammino verso la coscienza di sé conseguita anche a prezzo di una catastrofe. Il coraggio di confrontarsi con forze cieche che sfuggono alla nostra comprensione, che governano un destino che nessuna volontà umana è in grado di mutare. La storia di Edipo attraverso i secoli diviene lo specchio in cui si riflettono le inquietudini di chi l’ha riletta. Verso Tebe è un concerto di voci, un viaggio attraverso un mito che ci interroga da più di duemila anni. Da Sofocle a Seneca, da John Dryden e Nathaniel Lee a Hugo von Hoffmasthal e ancora Thomas Mann, Jean Cocteau, Steven  Berkoff: questi sono gli autori che ci accompagnano. La scena è uno spazio di rappresentazione libero, il punto di congiunzione di tre strade, l’incrocio verso Delfi, lo spazio di una comunità in cui gli spettatori si vedano fra loro. Ad abitarlo quattro attori per i personaggi e il coro, una colonna sonora che costantemente li accompagna e abiti, tessuti e stracci che richiamano certe opere dell’arte povera di Jannis Kounellis. “Verso Tebe. Variazioni su Edipo”, uno spettacolo di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, con Edoardo Barbone, Ferdinando Bruni, Mauro Lamantia, Valentino Mannias. Produzione Teatro dell’Elfo. A Milano, Teatro Elfio Puccini, fino all’1/3.

 L’Arlecchino paesano e arcaico di Binasco

Il Goldoni di Valerio Binasco guarda più alla commedia all’italiana che alla commedia dell’arte, dando voce a un’umanità vecchio stampo, paesana e arcaica, che ha abitato il nostro mondo in bianco e nero. Famelico, bugiardo, disperato e arraffone, l’Arlecchino ‘contemporaneo’ di Binasco è un poveraccio che sugli equivoci costruisce una specie di misero riscatto sociale. Scrive il regista: «A chi mi chiede: come mai ancora Arlecchino? rispondo che i classici sono carichi di una forza inesauribile e l’antico teatro è ancora il teatro della festa e della favola». Il suo stile cinematografico, fatto di sintesi, unità di azione e suspense, è al servizio del testo di Goldoni, un perfetto congegno che dal 1745 non smette di funzionare e incantare il pubblico. La commedia della stravaganza diventa così un gioioso viaggio nel tempo, alle origini del teatro italiano e della sua grande tradizione comica. Personaggio dalle molteplici contraddizioni: meschino e anarchico, irriguardoso e servile, Arlecchino riesce a portare scompiglio nell’ottusa società borghese, con una carica che suo malgrado si può perfino dire ‘sovversiva’. “Arlecchino servitore di due padroni”, di Carlo Goldoni, regia Valerio Binasco, con Natalino Balasso, Fabrizio Contri, Michele Di Mauro, Lucio De Francesco, Denis Fasolo, Elena Gigliotti, Carolina Leporatti, Gianmaria Martini, Elisabetta Mazzullo, Ivan Zerbinati; scene Guido Fiorato, costumi Sandra Cardini, luci Pasquale Mari, musiche Arturo Annecchino. Produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale. A Roma, Teatro Argentina, fino al 23/2. In torunèe: Merano, Teatro Puccini, il 25/2; Bolzano, Teatro Cristallo, il 26; Pavia, Teatro Fraschini, dal 28/2 all’1/3; Brescia, Teatro Sociale, dal 4 all’8/3; Mestre, Teatro Toniolo, dall’11 al 15/3.

Piccola patria

Lucia Franchi e Luca Ricci con la compagnia CapoTrave continuano a esplorare l’universo sociale e politico contemporaneo. Ambientata nel nostro presente, in una cittadina di provincia non specificata, dove si sta per svolgere un referendum che decreterà l’eventuale autonomia dall’Italia, la vicenda si sviluppa su tre giorni: il giorno antecedente, il giorno stesso e quello successivo al voto. Il vorticoso climax di tensione innescato dall’imminente scelta politica fa emergere le contraddizioni individuali, familiari e sociali, che si palesano nella relazione tra i tre protagonisti. Quando si rompe qualcosa, altre lacerazioni si vengono a creare incidentalmente, e ogni rottura ne porta altre, sia nei rapporti tra le persone, sia interni alle persone stesse. Uno spettacolo dalle tinte cupe che riflette su uno dei fenomeni del nostro tempo: la frammentazione in piccole patrie e l’incapacità della politica di comprendere le reali necessità dei cittadini. Piccola Patria”, di Lucia Franchi e Luca Ricci, regia Luca Ricci, con Simone Faloppa, Gabriele Paolocà e Gioia Salvatori, scene e costumi Alessandra Muschella, disegno luci Pierfrancesco Pisani. Produzione CapoTrave – Infinito. A Roma, Teatro Argot, dal 20 al 23/2.

Quel che io chiamo oblio

Un uomo entra in un supermercato all’interno di un grande centro commerciale di una città francese. Ruba una lattina di birra e viene bloccato da quattro addetti alla sicurezza che lo trascinano nel magazzino e lo ammazzano di botte. Questo scarno fatto di cronaca è raccontato da Laurent Mauvignier in un lungo racconto, una sola frase che ricostruisce la mezz’ora in cui è insensatamente raccolta la tragica fine di un uomo. Teso quasi allo spasimo nel resoconto minuzioso di una morte assurda, il flusso di parole raduna impercettibilmente tutti i temi cari a Mauvignier. E torna così il suo sguardo purissimo su un universo di “umili”, che la scrittura rigorosissima accoglie senza una briciola di retorica, senza un’ombra di furbizia. Raro, oggi, nel trionfo dei format narrativi nei quali la realtà diventa un reality, uno stile così impeccabilmente morale, una prosa così pudica e vera. Quel che io chiamo oblio è il titolo originale di questo lungo monologo scritto in un’unica frase, senza un vero inizio, senza una vera fine, senza punteggiatura ma con una prosa perfetta, che in un crescendo emozionante risveglia in noi sentimenti di pietà e indignazione. A dare voce al testo un attore di rara sensibilità e potenza come Vincenzo Pirrotta, guidato dalla regia di Roberto Andò. “Quel che io chiamo oblio”, di Laurent Mauvignier, traduzione Yasmina Melaouah, regia Roberto Andò, con Vincenzo Pirrotta, costumi Riccardo Cappello, suono e luci Michele Lavanga. Produzione Società per Attori/Accademia Perduta – Romagna Teatri, in collaborazione con Teatro Stabile di Catania. A Palermo, Teatro Biondo, dal 12 al 23/2.

Nel circo di Kafka

Lo spettacolo riflette sulla giustizia ambientando in un surrogato di un circo Il processo di Franz Kafka. La restituzione scenica del testo – che vede Josef K. arrestato da due agenti del tribunale, condannato e giustiziato senza essere informato in merito alla natura delle accuse a suo carico e senza alcun riferimento per attuare una vera difesa – è senza parole, una finissima partitura di piccole farse ed episodi fatta solo di gesti, suoni, rumori e oggetti attraverso una mimica semplice e poetica, sempre in bilico tra una trasognata levità e l’inquietante ineluttabilità dell’insensata storia raccontata. La scena, utilizzando oggetti e materiali di recupero, è piena zeppa di studiatissime cianfrusaglie che assumono forme diverse e su cui domina un letto, sovrastato da una testata decorata con un gatto che urla, con accanto un abat-jour, la ruota di una bicicletta, un contrabbasso, una sedia, una stampella. Abbiati di volta in volta è poliziotto, carceriere, giudice, accusato e accusatore, in un turbinio di facce, ammiccamenti, suoni registrati, strumenti suonati dal vivo, che ci arrivano come un vero e proprio discorso, un chiacchiericcio indistinto di segni che si fa teatro purissimo, dove i silenzi fanno parte integrante della partitura drammatica. “Circo Kafka”, regia di Claudio morganti, con Roberto Abbiati. Produzione Teatro Metatasio di Prato TPE – Teatro Piemonte Europa. A Prato, Teatro Magnolfi, dall’11 al 23/2.

Fabrizio Gifuni e le lettere di Aldo Moro

Dopo aver lavorato sui testi pubblici e privati di Carlo Emilio Gadda e Pier Paolo Pasolini, in due spettacoli struggenti e feroci, riannodando una lacerante antibiografia della nazione, Fabrizio Gifuni attraverso un doloroso e ostinato lavoro di drammaturgia si confronta con lo scritto più scabro e nudo della storia d’Italia. Aldo Moro durante la prigionia parla, ricorda, scrive, risponde, interroga, confessa, accusa, si congeda. Moltiplica le parole su carta: scrive lettere, si rivolge ai familiari, agli amici, ai colleghi di partito, ai rappresentanti delle istituzioni; annota brevi disposizioni testamentarie. E insieme compone un lungo testo politico, storico, personale – il cosiddetto memoriale – partendo dalle domande poste dai suoi carcerieri. Le lettere e il memoriale sono le ultime parole di Moro, l’insieme delle carte scritte nei 55 giorni della sua prigionia: quelle ritrovate o, meglio, quelle fino a noi pervenute. A distanza di quarant’anni il destino di queste carte non è molto cambiato. Poche persone le hanno davvero lette, molti hanno scelto di dimenticarle. I corpi a cui non riusciamo a dare degna sepoltura tornano però periodicamente a far sentire la propria voce. Le lettere e il memoriale sono oggi due presenze fantasmatiche, il corpo di Moro è lo spettro che ancora occupa il palcoscenico della nostra storia di ombre. “Con il vostro irridente silenzio. Studio sulle lettere dalla prigionia e sul memoriale di Aldo Moro”, ideazione e drammaturgia di Fabrizio Gifuni. A Roma, Teatro Vascello, dal 18 al 23/2.

 

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