Uto Ughi, la giovinezza della musica

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Non è il “guerriero”, come qualcuno l’ha definito. E nemmeno un “divo della musica”, anche se è noto in tutto il mondo. Piuttosto una di quelle personalità che uniscono riflessione e mitezza, cordialità e passione. Cinquantott’anni, di Busto Arsizio, un ciuffo ribelle sul volto espressivo, le mani forti, Ughi ha la vivacità di un giovane, che non contrasta con la sobria eleganza del suo appartamento romano. Le sta a cuore la trasmissione del nostro patrimonio artistico ai giovani. Come vede attualmente l’educazione musicale nella scuola? “Purtroppo, quando si fa, la si rende poco piacevole per i ragazzi, perché magari vengono obbligati a solfeggiare senza avere ascoltato Mozart o Beethoven. Io credo invece che l’educazione alla musica si dovrebbe svolgere in modo intelligente e allettante, in modo che i ragazzi delle elementari e delle medie sappiano che la musica è un’arte viva. Credo che sarebbe utile portare le scuole alle prove di un concerto, oppure avere delle nastroteche e videoteche di concerti. I giovani infatti non conoscono la musica classica, perché non gli viene insegnata a scuola. Del resto, essi vengono oggi educati dai media: ma la tele- visione manda in onda la classica alle ore piccole, mentre sarebbero necessarie delle trasmissioni con interpreti che illustrano il proprio strumento o le proprie concezioni musicali. Ma in modo piacevole – come sapeva fare Bernstein -, perché di cose pesanti i giovani ne hanno già abbastanza”. Lei organizza varie manifestazioni per loro. Penso ad “Omaggio a Roma” ogni settembre. “Quello che faccio a Roma è una goccia d’acqua nel mare, però è sintomatico. I concerti sono per tutti, gratuiti, i giovani possono assistere alle prove, a come si costruisce un pezzo, cosa che incentiva la curiosità. I primi anni ne venivano moltissimi, anche perché ci hanno lasciato suonare nelle chiese: eravamo strapieni. Ora le autorità ecclesiastiche hanno proibito la musica nelle chiese, a meno che non sia strettamente religiosa. Io lo trovo abbastanza un controsenso, perché la grande musica ha sempre un significato spirituale. Lo hanno Beethoven, Mozart, Schubert che si eseguono nelle chiese di Vienna o della Germania… Non è una critica la mia, ma una esortazione ad aprire gli occhi: la musica è una fonte di arricchimento spirituale”. Ha qualche progetto per l’immediato futuro? “Per il prossimo settembre vorremmo fare con Albertazzi una serata di musica e letteratura: lui come me crede al connubio delle arti: Schubert con Goethe, Dante con Beethoven… Non è facile abbinare i pezzi di poesia con quelli musicali, ma io ci credo. E poi, riguardo all’educazione musicale, penso di parlarne col ministro Moratti”. A differenza della Spagna che in dieci anni ha costruito una cinquantina di auditori, Roma ha dovuto aspettare sessant’anni. Eppure, l’Italia, con la Germania, è il paese della musica. “Io vedo attualmente una situazione di grigiore culturale da noi. Se penso alla calamità che è stata la chiusura, nell’indifferenza generale, delle orchestre Rai a Roma, Napoli, Milano e Torino: orchestre che davano concerti settimanali, creando il tessuto culturale più importante per la musica sinfonica. E pensare che Berlino e Londra hanno dieci orchestre ciascuna, e Tokyo otto”. Come vive durante le sue frequenti tournée? “Ho l’abitudine di abbinare alle tournée i viaggi culturali per arricchirmi la mente e non restringermi gli orizzonti: ora andrò a visitare i templi della Birmania. Faccio così per non ridurre la vita ad albergo, teatro, aeroporto. Poi, mi porto pile di libri: letteratura, saggistica. Sono un lettore abbastanza infaticabile, particolarmente di ciò che spiega i grandi mutamenti della storia”. A questo proposito, Rostropovich ha dichiarato che l’undici settembre ha ricevuto come “un pugno sullo stomaco”. E lei? “Naturalmente, si è trattato di una cosa mostruosa. Senza voler fare del populismo, tuttavia mi sembra che siano state perpetrate delle ingiustizie troppo profonde. Cosa posso fare io? Contribuire al dialogo. Ognuno, nell’ambito della propria professione, deve essere un testimonial del momento storico che vive. Io, cercando di avvicinare i giovani alla musica, facendo loro conoscere realtà che non siano violenza, consumismo, grettezza: valori completamente falsati, propinati dalla televisione e dai media”. Maestro, torniamo alla sua attività. Quanti concerti dà all’anno? “In genere, cinquanta-sessanta… Sono tanti? Ma guardi che c’è gente che non si sente realizzata se non suona tutte le sere! In pratica, ne tengo uno alla settimana, perché ho bisogno di leggere, di riflettere, di studiare. Di vivere un po’, non siamo mica dei robot che suonano mettendo la monetina! Credo che l’attuale appiattimento culturale derivi dall’essere tutto troppo immediato, veloce”. Paganini diceva: “Se non studio un giorno, me ne accorgo solo io; se non studio due giorni, se ne accorgono gli altri”. È vero? Lei quante ore al giorno studia? “Dipende. Dovrei studiare molto di più, perché il violino è uno stru- mento che non perdona. In questo senso è una schiavitù: tremenda, non so se dovessi rinascere, se lo rifarei. Perché è una limitazione, anche la mente può cristallizzarsi in una direzione. Dobbiamo studiare se non vogliamo scadere, tutto il giorno; lasciando un piccolo margine per altre cose. E questo glielo diranno tutti gli strumentisti onesti. Perciò molti di loro preferiscono a un certo punto dirigere: il che richiede sì uno sforzo mentale, ma non un impegno fisico. E si può durare fino ad ottant’anni in carriera”. Lei è salito sulla scena ancora da ragazzino. Da dove è partita questa passione per la musica? “È nata dalla mia educazione. Noi siamo istriani di famiglia, mio padre è di Trieste, quindi con una cultura influenzata dall’Austria. Tutte le settimane c’era l’abitudine di far musica in casa: mio padre suonava il violino, per cui io mi sono abituato a sentire quartetti o quintetti di Beethoven o Mozart nei concerti amatoriali con gli amici. Anche se all’inizio il violino me l’hanno un po’ imposto, in realtà io adoravo la musica. Ai miei fratelli, invece, la musica non interessa: infatti, vengono raramente ai miei concerti. Ma… il mondo è bello perché è vario (sorride, ndr)”. Che rapporto ha con il suo strumento? “Il violino è meno completo del pianoforte, ma più sensibile, fa parte del proprio corpo: è come la voce per un cantante. Al punto che non esistono due violinisti che abbiano lo stesso suono, perché ognuno ha la propria personalità”. Lei ha avuto una vita assai ricca. Quali le soddisfazioni artistiche più grandi? “Beh, quando ho conosciuto da vicino interpreti come il mio maestro Enescu, o Rostropovich, Casals, Rubinstein. “Fari dell’umanità”, come diceva Baudelaire. A me hanno dato una forza formidabile, una carica magnetica. Sono persone che sprigionano una energia enorme, un fuoco, non ci si annoia mai: stare vicino a loro è una forma di ricarica”. E dal punto di vista umano, quali i momenti di gioia? “Ah, ma ce ne sono tutti i giorni, perché c’è sempre qualcosa da scoprire. Per esempio, sono appena tornato dall’Albania: c’erano quasi 900 persone al concerto, un pubblico che, pur molto povero, ha sete di libertà e di musica”. E momenti di dolore? “Capitano quando si vede la decadenza culturale intorno… Poi, anch’io, come tutti, ho attraversato situazioni più o meno felici, di delusioni o di grande creatività. È difficile stabilire a priori la misura,l’importante è crearsi un equilibrio interno in modo che qualsiasi cosa succeda non si venga troppo scossi. Credo che la maturità umana stia nel fatto di poter mantenere, nonostante gli alti e bassi, questo equilibrio”. Lei è religioso, Maestro? “Io sì. Penso che la religione sia una grande forza. È difficile dire: io possiedo la verità: è una ricerca continua giorno per giorno”. La musica aiuta in questo senso? “Non necessariamente. Conosco anche musicisti non religiosi. Diciamo che l’arte, la ricerca della perfezione artistica implica un lavoro di introspezione dentro sé stessi, ti fa cercare le ragioni più profonde, intime, più spirituali della vita; approfondisce pure il tema della fede, di pari passo con la ricerca di sé stessi. È qualcosa che si conquista, ma si può perdere benissimo, si va indietro con mille dubbi… L’importante è scegliersi persone con cui si possa parlare”. Maestro, cos’è per lei la musica, cosa le ha dato? “La musica è un linguaggio che trascende la parola, può esser compreso da tutti: non ha bisogno di una parola scritta o parlata. Beethoven è inteso nello stesso modo in Giappone come in Italia, certi capolavori in qualsiasi luogo hanno la stessa forza di penetrazione, l’identico significato spirituale. Certo, la musica è un linguaggio misterioso che arriva al di là della parola: è un linguaggio diverso, una parola universale. “A me essa dà un alimento formidabile, continuamente. Tutte le volte che mi alzo, è un giorno nuovo dove penso di migliorare in mille cose, di conoscere. In questo senso trovo che l’interprete è veramente un uomo fortunato, perché ha dentro di sé la capacità di rigenerarsi, di rimettere in discussione quello che ha imparato: uno non invecchia. E lo può donare agli altri”.

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