Uomini nuovi

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La ricerca di un nuovo umanesimo è una sfida costante nella storia. Quando nuovo sta per più perfetto e calato nel proprio contesto concreto. Di proposte umanistiche ce ne sono state tante. Unica è quella di Gesù, il Verbo venuto nella carne, che porta la vita divina nell’umanità, senza distruggerla, ma portandola a compimento. E si pone lui stesso come modello e via per un traguardo affascinante. Una via nuova quella proposta dal messaggio evangelico: quella di essere amore per vivere l’amore, per costruire una civiltà dell’amore. L’affermazione di Paolo: Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me (Gal 2, 20) è sempre lì a provocare i cristiani e, in fondo, ogni uomo, ogni figlio di Adamo. Anche Chiara, sin dagli inizi della sua straordinaria avventura spirituale e umana, comprende questa verità fondante una vita nuova. E, ancora nel 1946, scriveva alle sue compagne: L’anima deve mirare ad essere al più presto un altro Gesù… Far da Gesù sulla terra. Prestare a Dio la nostra umanità affinché la usi per farvi rivivere il Figlio suo diletto. Conosceva bene, Chiara, l’insegnamento della Chiesa, secondo cui il battesimo e gli altri sacramenti operavano questa trasformazione; ma sentiva fortemente che occorreva la nostra risposta, il nostro impegno, la nostra corrispondenza. Essere un altro Gesù – le sembrava – voleva dire avere i pensieri e la mente di Gesù, i sentimenti e il cuore di Gesù, la volontà e gli atteggiamenti di Gesù. Come acquisirli? Andando alla sua scuola, alla sua sequela, vale a dire conoscendo e vivendo e mettendo in pratica i suoi insegnamenti. Scoperta davvero antica e, allo stesso tempo nuova, attuale: il Vangelo va vissuto parola per parola, per rievangelizzare tutti noi stessi, sino ad essere amore, donne e uomini che amano. Una formula semplicissima, fatta per tutti, universale: Se si ama si è altri Gesù. Ma anche si vede Gesù in tutti, si scopre Gesù in tutti, lo sguardo di Gesù in me percepisce e mette in luce Gesù negli altri. È allora Gesù in me, Gesù in te, che realizzano la reciprocità dell’amore. E nasce, emerge potente la comunità, ovunque. Si tocca, si vede l’amore, un amore che, diventato comunità, costruisce, crea, modifica, si diffonde. Una via nuova comunitaria, sostanziata d’amore. Per anni Chiara, le sue compagne e la prima comunità di Trento hanno lavorato e si sono saziate delle parole-amore del Vangelo. Una parentesi per un ricordo. Quando ho conosciuto Chiara, nella Mariapoli del 1959 a Fiera di Primiero, la prima impressione fu forte e soave: una donna intera, realizzata, che stabiliva con me una relazione profondissima e semplicissima e, perché tale,mutava il corso della mia giovane esistenza. La Mariapoli mi appariva in nuce ciò che avevo sognato e cercato da tempo: una società dove tutto funzionava perché tutti amavano. Con il tempo Chiara andò formulando una domanda: l’amore è la nostra vita, ma la vita, ogni vita comunitaria, richiede anche regole, legge, ordinamento. L’amore può essere la nostra regola? Ed ecco l’intuizione che Chiara percepisce come illuminazione, e che era una ispirazione. Il suo racconto è talmente semplice che ha il sapore di una scoperta, una scoperta illuminata dalla luce del carisma che Dio le stava donando. Lei stessa la comunica: L’amore è luce, è come un raggio di luce, che, quando attraversa una goccia d’acqua, si spiega, si spiega in arcobaleno, dove si possono ammirare i suoi sette colori. Tutti colori di luce, che a loro volta si spiegano in infinite gradazioni. E come l’arco- baleno è rosso, arancio, giallo, verde, azzurro, indaco, violetto, l’amore, la vita di Gesù in noi avrebbe avuto diversi colori, si sarebbe espressa in vari modi, diversi l’uno dall’altro. Come i colori dell’arcobaleno sono sette, la vita della nuova comunità si è ordinata in sette aspetti, tutti espressioni dell’amore. L’amore come comunione spirituale e materiale; l’amore che ha la capacità di diffondersi, di irradiare; l’amore che ha la sua radice in Dio ed a lui si eleva attraverso la preghiera, il colloquio con l’Onnipotente; l’amore che sana, che si prende cura, ed è per questo la salute, anche fisica; l’amore che raduna le persone in assemblea, in comunità, e fa casa; l’amore in pensiero e sapienza, come luce che conosce e penetra; l’amore che fa di molti uno, che fa unità. Queste espressioni dell’amore diventarono la norma della vita di chi seguiva Chiara e di ogni espressione e manifestazione del movimento: dalle cittadelle di testimonianza al focolare, dai centri di formazione alla vita nelle famiglie, ai grandi convegni e alle Mariapoli. Ovunque nel mondo questi diversi volti dell’amore sono il modello organizzativo della vita, modello che, tra l’altro, ha la capacità di calarsi nelle varie culture. E si sperimenta che – perché sempre amore – coniuga ordine e libertà, creatività e armonia, individualità e comunità. Ognuno è protagonista, soggetto e allo stesso tempo aperto, pronto a ricevere e anche a perdere. Con cura materna e grande sapienza Chiara ha spiegato, approfondito, illuminato, incarnato nelle strutture del movimento questi aspetti dell’amore, finché questi sono entrati nelle nostre carni. L’umanesimo scaturito dal carisma dell’unità che punta sulla massima perfezione – Gesù-io, Gesù-tu, Gesù-noi, Gesù-tutti – compie nell’individuo, diventato persona, cioè Gesù, una sorta di unificazione interiore ed esteriore. Non lo frammenta in momenti distaccati, divisi dalla propria attività. Vive una cosa sola: l’amore, nelle sue diverse espressioni: è amore quando lavora, quando spende, quando prega, quando soffre, quando mangia o dorme, quando sta in famiglia o con altri, quando studia e pensa, quando comunica. Non c’è più separazione fra vita pubblica e privata, non più contrasto tra relazioni anonime e amicali o familiari, il tutto è unificato dal vedere tutti come candidati all’unità ed ogni società come possibilità di mondo unito. Un ordine che si adatta alla vita di società e nazioni, di famiglia e di comunità e anche del rapporto fra le culture e i saperi. Un disegno globale di organizzazione in cui le parti, o meglio, i membri, pur distinti e diversi, si intersecano e si completano tra loro per raggiungere un obiettivo comune. È così che ogni membro e ogni parte è unica, importante e insostituibile, ma solo in rapporto d’amore con gli altri sino a fare comunità, comunione. E quando la comunione si rompe, quando la difficoltà o il conflitto emergono nelle relazioni, è sempre l’amore – un amore più forte perché purificato dalla difficoltà incontrata – l’unico elemento capace di far ricominciare, di dare fiducia, di ricomporre il trauma. Pensiamo all’amministrazione di una città in cui economia, rapporti etnici, etica e valori, sanità, urbanistica e arte, cultura e scuola, comunicazioni e media, e quant’altro compone la vita della città, lavorano insieme, senza che nessun aspetto prevarichi sull’altro, ma tutti, per amore, si mettono reciprocamente a servizio. E in cui anche l’autorità è un servizio d’amore a tutta la comunità. Il risultato sarebbe una crescita in umanità dei membri della comunità; e anche la città, nel suo insieme, si svilupperebbe secondo il suo volto, secondo la sua fisionomia, la sua specifica vocazione. E così, in questa sua realizzazione potrebbe essere dono, partecipazione attiva e costruttiva nella più ampia comunità in cui ogni città è inserita nella costruzione di un pezzo, un frammento di mondo unito. Pensiamo ad una fabbrica, ad una impresa o a qualsiasi struttura produttiva, dove può essere che le singole individualità cerchino di imporsi e di p r e d o m i n a r e sulle altre in una gara a volte dura e stressante. L’organizzazione secondo questi aspetti dell’amore armonizza le funzioni, mette le persone nella posizione di collaborare più che competere e ogni aspetto della comunità lavorativa concorre al progetto comune. Pensiamo alla transdisciplinarietà fra i saperi e le culture, dove ognuno sviluppa e approfondisce le varie tematiche dal proprio punto di vista, entrando in rapporto d’amore con tutte le altre per il bene della persona e della comunità. Non è un’illusione: si sta già sperimentando, può essere un contributo molto adatto, valido, alla modernità, alla ricerca di unità nella distinzione e di distinzione nell’unità.

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