Una valle da bonificare vicino Roma

Colleferro e la valle del fiume Sacco teatro di un caso esemplare di inquinamento di origine industriale. Intervista ad Alberto Valleriani di Retuvasa
La Valle del Sacco vista da Ferentino

Per chi non la conosce è difficile immaginare la situazione ambientale della splendida valle del fiume Sacco a pochi chilometri da Roma. In questo territorio agricolo dedicato all’industria degli armamenti e dei prodotti chimici si gioca la partita di una riconversione ecologica e produttiva che rappresenta un caso esemplare a livello nazionale. Due brevi battute con Alberto Valleriani, portavoce della Rete tutela Valle del Sacco.

A che punto siamo nel caso di Colleferro? Quali danni risultano accertati?
«Colleferro è l’epicentro di una contaminazione più diffusa, precisamente lungo il corso dei sessanta chilometri del fiume Sacco a sud della città. I danni accertati sono la contaminazione delle acque del fiume da sostanze come il betaesaclorocicloesano (un pesticida), di conseguenza il coinvolgimento delle zone ripariali (la fascia di 100 metri a destra e sinistra delle sponde del fiume), delle coltivazioni limitrofe fino ad un campione elevato di residenti: le indagini epidemiologiche stimano il 55 per cento della popolazione».

Chi sono i responsabili istituzionali del processo di bonifica? E a che punto è l’iter?
«I responsabili istituzionali della bonifica, dopo il Decreto di declassamento del sito da nazionale a regionale, sono la Regione Lazio e il soggetto attuatore storico rappresentato dall’Ufficio commissariale della Valle del Sacco. Nel tempo abbiamo potuto constatare che le operazioni di bonifica richiedono tempi lunghissimi, tra lentezze burocratiche e fondi occorrenti di difficile reperibilità. Nel nostro caso qualcosa è stato avviato, qualche obiettivo raggiunto, come la bonifica di uno dei siti contaminati nel Comprensorio industriale di Colleferro (arpa1), per l’altro (arpa2) deve essere emanato ancora il bando di gara europeo. L’indagine epidemiologica prosegue: c’è stato da poco il nuovo finanziamento. Altri interventi, come ad esempio la bonifica delle aree ripariali con il sistema della depurazione attraverso la coltura di pioppi, è da noi ritenuta fallimentare».

Quali ostacoli vanno superati a  vostro parere?
«Il punto morto è indotto dall’assenza totale di informazione al pubblico: non esiste un luogo istituzionale dove poter reperire lo stato dell’arte e la programmazione prevista. Indecifrabile il sito del ministero dell’Ambiente sui Siti di interesse nazionale, ed è assente quello regionale. Così non sappiamo quando vengono convocate le Conferenze di Servizi, luogo di raccordo tra i soggetti che si occupano della bonifica. L’unico strumento che abbiamo a disposizione è l’accesso agli atti, che nel nostro caso non ha mai trovato ostacoli, visto il ruolo che ricopriamo come associazione nella difesa degli interessi collettivi. Per il resto il nulla, e ciò crediamo sia replicabile a livello nazionale».

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