Una spiritualità per la città

Cerco scampo al dolore per le strade di San Paolo, dove distese di fango e cartone cingono la città come una corona di spine; rallento il passo lungo le arterie di Tokyo, tra la folla mi accompagna la solitudine; mi affretto lungo le vie di Nairobi, braccata dal timore e dalla violenza; mi perdo a Gerusalemme, dove le terre e i vicoli sono intrecciati, i cuori e le fedi divisi; dai mercati insanguinati di Baghdad vorrei gridare la maledizione della mia città. Vorrei non guardare oltre, e fermami qui. Mi tornano in mente le parole di Chiara, nel 1949: Se guardo Roma così come è sento il mio ideale lontano. Anche a lei sembravano lontani i tempi in cui i primi cristiani illuminavano con la loro luce persino le mura dei monumenti, ma non si è fermata. Mi faccio guidare da lei e mi rifugio dentro di me, in cerca di quello che ha valore. Questo ritrarmi dal mondo è preludio a un capovolgimento di sguardo. Attingendo a quanto dentro di me non è asservito a spazio e a tempo, posso tornare a guardare fuori; ma non sono più io che guardo, è Cristo che guarda in me e rivede ciechi da illuminare e muti da far parlare e storpi da far camminare : così, la città torna a popolarsi dei suoi abitanti, di volti che attendono una parola, di problemi in attesa di soluzione. Chiara ha vissuto così, ci ha spinti ad occuparci dei luoghi dove viviamo, fino ad essere pronti a morire per la nostra gente. Attraversando San Paolo ha avuto la prima intuizione dell’Economia di Comunione; ha sognato cittadelle dove si viva la comunione reciproca, piccole lucerne sul moggio che oggi stanno crescendo in ogni parte del mondo. Guardando con gli occhi di Dio, ha visto anche negli altri la stessa luce che aveva dentro. Una spiritualità per la città: il senso è racchiuso nel passaggio d’anima che, ribaltando il modo di vedere, accresce la capacità di capire il mondo, di amarlo, di cambiarlo. In un esercizio mai solitario ed individuale. Dio prende casa dove due o più sono riuniti nel suo nome, tenda tra le tende, casa tra le case. Quel due esprime l’equilibrio dinamico della vita della città, la contesa e la relazione, la crisi e la sintesi, la competizione e l’accordo: è il numero che tiene insieme le alternative, le differenze che si ricompongono in unità, dove alberga il molteplice proteso all’uno. Rendere più abitabili le nostre città significa generare spazi di reciprocità, dove sia possibile incontrarsi nella pluralità delle appartenenze e identità; ma perché tutto questo si realizzi servono persone disposte ad impegnarsi in prima persona, sensibili a scorgere le opportunità sotto le difficoltà. Cerco luci lungo le strade delle città. E dove prima appariva solo una composizione spezzata, Chiara mi ha insegnato a cercare, come cittadina e come studiosa, il disegno che ciascuna città ha inscritto dentro di sé, la parola compiuta che può esprimere.

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