Una spiritualità di comunione

Sono evidenti, ma si comprenderanno ancora meglio nel tempo, gli effetti che il carisma dell’unità, di Chiara Lubich, e la relativa spiritualità di comunione generano nella vita della Chiesa. Dall’esperienza di oltre sessant’anni, viene infatti in luce il legame inscindibile tra la nascita e lo sviluppo del Movimento dei focolari e le vicende storiche che hanno preparato la Chiesa ad affrontare le sfide del terzo millennio, e si può scorgere lo straordinario contributo per la sua missione nel contesto attuale. Il genuino spirito evangelico, sbocciato a Trento negli anni Quaranta e sorprendentemente diffuso in breve tempo in tutto il mondo, anticipava le scelte e preparava il terreno per avviare quell’aggiornamento della Chiesa che papa Giovanni XXIII si aspettava dal Concilio ecumenico Vaticano II. Non meraviglia perciò che Giovanni Paolo II – quando nel 1984 visitò il centro dell’Opera di Maria – sottolineò che nel Movimento dei focolari si coglievano con grande autenticità i tratti della Chiesa postconciliare.I La riscoperta del Vangelo, parola viva di Dio capace di trasformare la vita personale e sociale, ha generato una comunità spontanea di persone, nella quale il dono della grazia genera rapporti di fraternità effettiva, come avveniva ai primi tempi del cristianesimo. Tale prassi, che si è diffusa ovunque, al punto da coinvolgere milioni di persone, è l’esperienza della Parola di Dio indossata ogni giorno come divisa che rende visibile l’essere figli di Dio. Con una spiritualità centrata sul Vangelo vissuto, Chiara ha contribuito a realizzare l’auspicio del Concilio, e ripreso poi dal magistero dei papi, di sprigionare le energie dello Spirito per realizzare una nuova evangelizzazione. Come molti si sentivano attirati a seguire Gesù, quando lo incontravano per le strade della Palestina, così al contatto con i membri e le comunità del movimento, che nell’amore vicendevole vogliono dar spazio alla presenza di Gesù in mezzo a loro, migliaia di ragazzi e di giovani e meno giovani hanno potuto comprendere quale poteva essere il disegno di Dio su di loro e su quel pezzo di umanità nel quale vivono. Da qui una rigogliosa fioritura di vocazioni, da quelle più tradizionali a forme nuove suscitate dallo Spirito, vocazioni anche spiccatamente laicali, come si riscontrano negli imprenditori dell’Economia di Comunione o nei politici del Movimento politico per l’unità. Questa fioritura di genuina vita cristiana si alimenta di continuo ad uno dei principali punti della spiritualità del movimento, tratto dal comandamento consegnato da Gesù ai suoi discepoli: Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi (Gv 15, 12). L’impegno a vivere la comunione reciproca fino a meritare l’unità conduce le persone a scoprire l’essenza stessa della Chiesa che, come afferma il Concilio, è segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano (LG 1). Deriva da questa dimensione comunitaria del Vangelo, attinta al mistero della Trinità, quella spiritualità di comunione che Chiara Lubich ha donato alla Chiesa come principio educativo e fonte di rinnovamento. L’originalità e la forza particolare di tale spiritualità sta nel fatto di aver posto per chiave di volta il mistero di Gesù crocifisso e abbandonato: da lui si impara quello spogliamento interiore, quella capacità di essere un vuoto pieno d’amore, che permette che i molti e i diversi si possano comporre in unità. È proprio per questo che il carisma dell’unità ha trovato ampia accoglienza non solo nei laici, ma anche fra presbiteri, religiosi e vescovi. Migliaia di sacerdoti e seminaristi diocesani vi hanno scorto la via per vivere il loro ministero come un’opera portata avanti insieme, nell’unione fraterna e con varie forme di vita comune – come si è augurato il Concilio -, onde essere costruttori di comunità vive. Parecchi vescovi – come hanno riconosciuto gli stessi pontefici – hanno trovato in questo spirito un aiuto per praticare con maggiore concretezza la collegialità affettiva ed effettiva. Del resto, già nel 1966 Paolo VI aveva invitato i sacerdoti del movimento ad applicare lo spirito che li animava ai diversi quadri ecclesiali. Ne venne un rinnovamento evangelico in centinaia e migliaia di parrocchie. Sin dagli anni Cinquanta, questa spiritualità di comunione si era diffusa in maniera sorprendente anche fra religiose e religiosi, senza nulla togliere al loro carisma né alterarlo, ma facendolo fiorire con nuovo vigore, nella sua capacità di generare comunità. Frutto di tale spiritualità di comunione è un vissuto ecclesiale che rispecchia maggiormente Maria. Tema caro a Giovanni Paolo II e riaffermato da Benedetto XVI. Ambedue si sono detti convinti che il profilo mariano della Chiesa è ancora più originario e fondamentale di quello petrino. Per la realizzazione di questo profilo Chiara Lubich ha offerto un contributo di speciale significato. Con la sua spiritualità attira l’attenzione su Maria come modello, madre e tipo della Chiesa, madre dell’unità. Imitare Maria significa percorrere la sua via – la Via Mariae – fino a immedesimarsi nel suo aver accolto tra le braccia Gesù deposto dalla croce, come lei l’ha accettato e vissuto, perdendo tutto, anche quando se l’è visto sostituito da Giovanni. Guardare in questo modo a Maria, madre della Chiesa, significa essere condotti all’essenza del cristianesimo, onde essere autentici testimoni e artefici d’unità: perché tutti siano una cosa sola e il mondo creda.

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