Una santa indiana

Recentemente, Giovanni Paolo II, incontrando un gruppo di vescovi indiani, ha indicato l’apostolo Tommaso, Francesco Saverio e Madre Teresa come “alcuni fra i grandi esempi dello zelo apostolico che è sempre stato presente in India”. Ha quindi continuato così: “È questo lo stesso spirito di evangelizzazione che continua a dare ai fedeli del vostro paese il desiderio di proclamare Cristo anche quando sono di fronte a problemi e situazioni di estrema difficoltà”. Madre Teresa, quindi, è stata associata a due grandi santi: Tommaso, uno degli apostoli che la tradizione vuole pellegrino in India, e Francesco Saverio, impavido seguace di sant’Ignazio, che nel giro dei pochi anni della sua breve vita portò all’evangelizzazione di buona parte dell’India del Sud. Tommaso e Francesco Saverio sono oggi punti di riferimento storico, sociale e devozionale rispettivamente in Kerala, dove l’apostolo approdò, e a Goa, dove si trova il suo corpo. Folle di fedeli – non importa a quale religione appartengano – visitano le basiliche a loro dedicate ed i luoghi dove, secondo la tradizione o la storia, hanno vissuto. Madre Teresa è quindi santa, riconosciuta e citata come tale dal papa stesso prima di esserlo proclamata ufficialmente, il 19 ottobre, all’indomani delle nozze d’argento di Giovanni Paolo II sul soglio di Pietro e la domenica in cui nella chiesa si celebra la Giornata delle missioni. Coincidenze significative, che la dicono lunga sul rapporto personale del papa con questa donna irripetibile della nostra epoca, e sul simbolo che la suora albanese, da tutti però sentita come indiana, rappresenta per la chiesa del ventunesimo secolo. Di fatto, come è già avvenuto per Padre Pio, Papa Giovanni e pochi, veramente pochi altri, questa donna è già una santa nel cuore degli uomini di tutto il mondo, al di là delle loro fedi, delle loro credenze e provenienze geografiche o sociali. Non solo: Madre Teresa resterà soprattutto “Madre”. Sarà difficile, infatti, specie per le persone di questa generazione, abituate a vederla in televisione o addirittura ad incontrarla, chiamarla santa. Santità e maternità: ecco i due elementi di cui l’uomo non ha mai potuto fare a meno e che ha in definitiva sempre cercato di coniugare. Se que- sto feeling verso santità e maternità è senza dubbio comune al mondo intero, diventa poi sintomatico e tipico del contesto in cui Madre Teresa ha vissuto: l’India. Nella tradizione indiana, infatti, e soprattutto nell’induismo, la santità non è un problema che si discute e si risolve dopo la morte della persona. L’indiano, attento e sensibile com’è allo spirituale e al divino, sa cogliere l’Essere, presente in quelle persone che hanno un rapporto particolare con Dio; e questo è per lui la santità. I santi dell’induismo non hanno mai avuto un titolo a posteriori. Per un indiano il santo o la santa sono tali in quanto trasmettono quelle vibrazioni particolari, che si sperimentano solo a contatto con Dio. Il santo o la santa sono in definitiva la figura del vero guru, che media la presenza di Dio fra gli uomini e mostra loro la strada per arrivare all’unione trasformante con l’Assoluto, il Moksha, interrompendo il ciclo delle reincarnazioni. Il santo in India è tale perché tutti sentono che è santo: si è santi a furor di popolo. Per Madre Teresa è stato evidente già al funerale. Calcutta, come si chiamava allora, o Kolkata come è stata recentemente ribattezzata, si è fermata a salutare quella donna piccola e fragile che, raccogliendo i moribondi dalle sue strade e dai suoi marciapiedi, ha riempito il mondo di presenza di Dio. L’indiano, qualsiasi età avesse, qualunque fosse la sua religione e il titolo di studio conseguito, non ha mai avuto dubbio: quella donna era una santa, perché dava Dio con la sua sola presenza. Ricordo un titolo significativo con cui un quotidiano, fra quelli a maggiore tiratura, ne annunciava la morte: “La Madre è scivolata in Dio”. Ma c’è un’altra parola che resterà per sempre associata a Teresa. Come già detto, se da un lato, infatti, sarà terribilmente difficile chiamarla “santa”, dall’altro resterà senza dubbio “Madre”. La maternità è fondamentale in India: la dea madre è presentissima in tutta la mitologia indù. La città santa stessa, Varanasi, è considerata la madre di ogni fedele di questa religione, e la si chiama con il nome di Kashi-ji. E pure il Ganga, dove la vita nasce e dove termina, è figura femminile, di madre. Si capisce quindi il grande amore per Maria. Le novene a lei intitolate sono frequentate da milioni di persone di ogni fede e credo. Tutti gli indiani che la conoscono si sentono figli di Maria, perché, come spesso dicono, è una madre con un bambino, vero simbolo della vita e della salvezza, cui ogni uomo aspira. Ebbene, Madre Teresa è stata forse la persona che più si è avvicinata, agli occhi e al cuore degli indiani, a Maria. Il cristianesimo non sta passando una fase facile da queste parti: non mancano problemi legati alla ricerca di una linea di evangelizzazione valida per i tempi attuali. Il rapporto con l’induismo, soprattutto quello militante e più fondamentalista, non è semplice, e la chiesa è spesso accusata di conversioni e di violenza sulle coscienze. Vari stati hanno varato, o stanno per farlo, leggi che proibiscono le conversioni. Mother, come tutti la chiamano qui, va al di là di ciò. Non è solo una cristiana: è una donna che ha dato la vita a milioni di persone, una donna in cui tutti sentono le “vibrazioni materne” di un Dio che ama ciascuno dei suoi figli. Anche Madre Teresa ha avuto problemi, sia all’interno che all’esterno dell’India, ma al suo “non ho tempo per queste cose, devo lavorare per fare qualcosa di bello per Dio”, ha sempre corrisposto una difesa unanime di milioni e milioni di indiani. Un vero riconoscimento a furor di popolo: Madre Teresa non si tocca. In queste settimane la Chiesa indiana sta preparandosi al grande avvenimento in svariati modi: molti vescovi saranno presenti in Piazza San Pietro in occasione della cerimonia di beatificazione; una strada di Delhi sarà intitolata alla Mother, un francobollo verrà pubblicato in suo onore, Doordarshan (la rete televisiva del governo) trasmetterà la cerimonia in diretta. Tutto molto significativo, in un paese dove i cristiani sono solo poco più del 2 per cento della popolazione. Santa e Madre, Teresa di Calcutta ha parlato di Cristo con la sua vita alle folle dell’India e lo ha fatto con un sorriso a chi stava morendo, con un bacio al bambino appena nato, abbandonato ma non ucciso da una madre che sapeva di non poterlo allevare, col frusciare lieve del suo sari che passava per le strade polverose dell’India, con la sua parola sobria e semplice che chiunque poteva capire, con il suo corpo ormai immobile portato attraverso le strade della Kolkata che non poteva immaginare di vivere senza di lei. Una evangelizzazione che ha raggiunto milioni e milioni di persone, una strada originale e moderna, fatta per l’uomo d’oggi, inebriato di consumismo eppure assetato di infinito, e una via credibile per tutti coloro che hanno una fede diversa e che spesso, soprattutto in Asia, vedono il cristianesimo ancora come la religione dei colonizzatori o delle conversioni.

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