Una calda sera di luglio

850 anni fa nasceva il movimento Valdese, una storia di persecuzioni e brevi tregue fino al riconoscimento da parte del re Carlo Alberto il 17 febbraio 1848, con le “Lettere Patenti”
La comunità valdese e quella ebraica si sono unite a Torino nella celebrazione del 170/o anniversario delle regie patenti con le quali nel 1848 Carlo Alberto concesse loro i diritti civili e politici. In piazza Castello è stato acceso il tradizionale Falò della Libertà, 17 febbraio 2018. ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Si è nel 1174, in pieno medioevo. È una sera di luglio e a Lione fa un gran caldo. Un giovane agiato mercante, un tale Pietro Valdo, è in compagnia di amici. In spensierata allegria. Poi d’un tratto, improvvisamente, uno di loro crolla a terra morto. Pietro rimane sconvolto. Nei giorni che seguono non riesce a riprendersi. Una domanda gli martella il cervello: che cosa sarebbe accaduto alla sua anima se anche lui fosse morto così, all’improvviso? Domande che nel medioevo la gente si poneva, e che oggi (purtroppo) sono desuete. Pietro si confida con un prete, che gli ricorda l’episodio del giovane ricco nel Vangelo di Matteo. Quando Gesù dice al giovane: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri. E poi, guardandolo con amore, aggiunge: vieni e seguimi. Il giovane ricco non seguì Gesù. Il Vangelo narra che se ne andò, con il cuore triste. Pietro Valdo invece decide di seguire alla lettera l’invito di Gesù. Lui è benestante, sposato, con figli. Dà a loro parte delle sue ricchezze, dà alla moglie la grande casa. Poi si congeda. Lascia la moglie. Distribuisce ai poveri quanto gli è rimasto. Inizia una vita di povertà, mettendo al centro di tutto la parola di Gesù. È il 1173 o 1174, 850 anni fa.

Ma come fare a conoscere la parola di Gesù? Lui non è un prete, non ha studiato teologia, non conosce il latino, lingua in cui era tradotta la Bibbia. Gli ultimi soldi che ha li spende per pagare due studiosi a tradurre la Bibbia in francese. Così può leggerla da solo, senza bisogno di preti. E possono leggerla pure quelli che cominciano a seguire la sua predicazione. Il piccolo gruppo di seguaci di Valdo cresce. Non sono in contrasto con la gerarchia ecclesiastica, anzi l’arcivescovo di Lione li guarda con simpatia. Anche se qualcuno storce il naso per la modesta preparazione di quegli improvvisati predicatori. Valdo e alcuni dei suoi vanno a Roma, per partecipare al III Concilio Lateranense. Vogliono chiedere l’approvazione della loro confraternita dei “Poveri di Lione” e il permesso di predicare. Non si sa esattamente come andarono le cose. Alcuni sostengono che il papa concesse oralmente l’autorizzazione, con l’obbligo di firmare un atto di sottomissione alle gerarchie ecclesiastiche. Successivamente fu però chiesto a Valdo e ai suoi seguaci di interrompere la predicazione. Valdo non accettò il divieto. Continuò. Il gruppo valdese venne bollato dalla Chiesa come “eretico”. La parola “eresia”, che significa “scelta”, di per sé è molto positiva. Ognuno è tenuto a fare delle scelte, le più giuste possibili. Ma già dagli inizi del cristianesimo con “eresia” si intendeva una dottrina che si oppone alla verità rivelata, come proposta dalla chiesa cattolica. La parola “eretico” indicava qualcosa di negativo, significava una bocciatura. Oggi al termine eretico si dà un significato più positivo. Indica chi offre un punto di vista alternativo, che può essere utile, anche se chi si stacca dal coro e prova a fare cose nuove è quasi sempre guardato con diffidenza. Fra la Chiesa e il movimento dei Poveri di Lione, poi chiamati Valdesi, si arriva un po’ alla volta alla rottura. Tra il XIII e il XIV secolo i valdesi ebbero una larga diffusione soprattutto nelle vallate alpine del Piemonte, in Calabria, in Puglia, in Lombardia, nel sud della Francia, ma anche in Ungheria e in Boemia. Nel 1532, quando ebbero notizia della Riforma protestante in corso in Germania e Svizzera, decisero di aderirvi. Nel 1551 i valdesi delle valli piemontesi ottennero da Emanuele Filiberto di Savoia il riconoscimento di una relativa libertà di culto. Ma nel 1561 c’è una strage di valdesi in Calabria. Dalla metà del XVI secolo, la loro storia è un alternarsi di persecuzioni e di brevi tregue. Il 1655 è tristemente celebre per le stragi chiamate “Pasque piemontesi”, episodi di brutale violenza compiuti a danno dei valdesi. Successivamente vennero espulsi dal Piemonte e costretti all’esilio. Nel 1689 ritornarono e furono di nuovo integrati nei loro territori. Durante l’età napoleonica vennero loro riconosciute la libertà di culto e la pienezza dei diritti civili. Ma solo nel fatidico 17 febbraio 1848, con le “Lettere Patenti”, re Carlo Alberto poneva fine a secoli di discriminazione, riconoscendo ai suoi sudditi valdesi i diritti civili e politici. L’evento fu segnalato allora con grandi manifestazioni di esultanza e, secondo la prassi del tempo, con fuochi, i classici falò. Che si ripetono tutt’oggi, per ricordare quel giorno memorabile.

Da allora i valdesi hanno svolto un ruolo importante nella storia d’Italia, contribuendo alla lotta per la libertà religiosa e per i diritti civili. Attualmente la Chiesa valdese è presente in Italia con circa un centinaio di comunità. Il nucleo più numeroso rimane nelle valli di Pinerolo, nei pressi di Torino. La Chiesa valdese è organizzata secondo una struttura di assemblee, con un Sinodo nazionale, composto da rappresentanti delle Chiese locali e da pastori, e il relativo organo esecutivo, la Tavola valdese. Il centro della vita spirituale è il culto domenicale, durante il quale viene predicata la Parola di Dio e possono essere amministrati i sacramenti della cena del Signore e del battesimo, mentre la comunità partecipa con la preghiera e con il canto di inni di lode. La Chiesa valdese è attiva attraverso iniziative culturali ‒ la Facoltà valdese di Teologia a Roma, l’editrice Claudiana di Torino ‒ e sociali: scuole, ospedali, centri per minori o anziani. Quest’anno la comunità valdese offre un ricco calendario di eventi per ricordare gli 850 anni dalla loro nascita (per dettagli sul programma https://valdo850.org)

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