Il sì per sempre di Chiara Lubich

La consacrazione, il nome “Chiara”, la scelta dell’ideale, la comprensione della volontà di Dio. Continuiamo la pubblicazione degli articoli sulla vita della fondatrice del Movimento dei Focolari apparsi sulla rivista Città Nuova nel 2019: quarta puntata.
Trento 1944

Il Movimento dei Focolari lega la sua nascita al “sì perenne” a Dio pronunciato da Chiara Lubich il 7 dicembre 1943. Padre Casimiro, direttore delle terziare francescane, era andato a parlare di san Francesco alle maestre dell’orfanotrofio di Cognola, sopra Trento, e fu colpito dalla reazione di Silvia Lubich: «Padre, io non avevo mai sentito cose del genere. Voglio anch’io questo fuoco d’amore, voglio portarlo nel mondo». Allora, racconta padre Casimiro, «tornai più volte nell’orfanotrofio a predicare e vedendo il suo entusiasmo le affidai altre giovani. Successe l’impensabile» (Avvenire, 23/01/2010).

Silvia entrerà nel Terz’Ordine francescano e prenderà il nome Chiara. Alla sua richiesta di darsi “tutta a Dio” con il voto di castità, padre Casimiro cerca di prospettarle le conseguenze, ma Chiara rimane ferma nella decisione presa. La consacrazione avviene il 7 dicembre 1943.

Chiara Lubich«Al mattino mi sono alzata verso le 5. Ho indossato il miglior vestito che possedevo, pur povero, e mi sono incamminata, attraversando tutta la città, verso un piccolo collegio. […] Una bufera infuriava, così che dovetti farmi strada spingendo l’ombrello avanti. Anche questo non era senza significato. Mi pareva esprimesse che l’atto che stavo facendo avrebbe trovato ostacoli. Quella furia di acqua e di vento contrario mi sembrava simbolo di qualcuno d’avverso. […] La chiesetta era adornata alla meglio. Sullo sfondo campeggiava una Madonna immacolata. Davanti all’altare, al di là della balaustra, era preparato con cura un inginocchiatoio. […]

Prima della comunione ho visto, in un attimo, quello che stavo per fare: avevo attraversato un ponte con la consacrazione a Dio; il ponte mi crollava dietro le spalle, non sarei più potuta tornare nel mondo. Sì, perché la mia consacrazione non era semplicemente come la formula che ho poi letto davanti all’Eucaristia alzata di fronte a me: “Faccio voto di castità perfetta e perpetua”; era un’altra cosa. Io mi sposavo. Sposavo Dio» .

In quel periodo, Dori andava a lezione dalla Lubich per prepararsi all’università: «Ero già a casa sua dove mi faceva le lezioni. La stavo aspettando. L’ho vista arrivare che scoppiava di gioia, in un tripudio indescrivibile, vorrei dire che saltava dalla gioia. Era felice, felice» .

Alcune settimane dopo, alla Messa di mezzanotte di Natale, le amiche di Chiara si accorgono che sta piangendo. Chiara spiegherà che l’essersi consacrata a Dio era stato un atto libero. Ma la rinuncia alla propria volontà, come, dove poteva avvenire? Forse in una clausura stretta? Pur fra le lacrime: «Se Dio me lo domanda, io sono disposta». Ne parla al frate, ma lui con fermezza: «Assolutamente non è la volontà di Dio per lei!»

E Chiara comprende che «ci si può far santi in uno stato di perfezione, ma ci si può far santi anche nella perfezione dello stato, cioè facendo bene la volontà che Dio ti domanda, anche se ti può sembrare meno bella di quella dell’altro o di quella che vorresti tu. […] Quello che importa è la volontà di Dio». Dori, ricordando quel momento, ripete il gesto delle braccia completamente aperte di Chiara quando dice: «Ho capito in quel momento che potevo spalancare a tutto il mondo una porta alla volontà di Dio».

Esattamente un mese dopo, il 24 gennaio 1944, padre Casimiro pone una domanda, e non saprà mai spiegarsi perché, su quale sia stato il dolore più grande di Gesù. Chiara fa alcune ipotesi, ma lui precisa che è stato quando ha gridato “Perché mi hai abbandonato?”. Per Chiara è «una rivelazione e una chiamata».

Legata al voto del 7 dicembre 1943 c’è anche una promessa: non lasciare la città. Il peso di quell’impegno sarà misurato il 14 maggio 1944. Dopo un bombardamento che sventra anche la casa di famiglia, i Lubich sono costretti a sfollare, ma Chiara ha giurato di restare a Trento, per cui l’abitazione di fortuna che trova insieme ad altre costituirà il primo “focolare”, quello intravisto anni prima nella casetta di Loreto.

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Noi crediamo all’amore

[Era il 1942]. Facevo ancora scuola. Un sacerdote di passaggio – tenevo in grande considerazione i sacerdoti –, conosciuta forse la mia tendenza religiosa, bussa alla porta della classe, chiede di dirmi una parola: mi domanda di offrire un’ora della mia giornata per le sue intenzioni. Io rispondo: «Anche tutta la giornata!». Lui, colpito da questa generosità giovanile, mi fa inginocchiare, mi benedice e mi dice: «Si ricordi che Dio la ama immensamente». È la folgore. «Dio mi ama immensamente, Dio mi ama immensamente». Lo dico, lo ripeto alle mie prime compagne: «Dio mi ama. Dio ti ama immensamente. Dio ci ama immensamente».

Da quel momento scorgo Dio presente dappertutto col suo amore: nelle mie giornate, nei miei slanci, nei miei propositi, negli avvenimenti gioiosi e confortanti, come nelle situazioni tristi, scabrose, difficili. C’è sempre, c’è in ogni luogo e mi spiega. Che cosa mi spiega? Che tutto è amore: ciò che sono e ciò che mi succede; ciò che siamo e ciò che ci riguarda; che sono figlia sua e Lui mi è Padre; che niente, niente sfugge al suo amore, nemmeno gli sbagli che commetto perché Egli li permette; che il suo amore avvolge i cristiani come me, la Chiesa, il mondo, l’universo. E mi sostiene e mi apre gli occhi su tutto e su tutti come altrettanti frutti del Suo amore.

La conversione è avvenuta. “La novità” è balenata dinanzi alla mia mente: so chi è Dio. Dio è Amore. Dio è Amore. Ne siamo coscienti, ne siamo persuase fin nel più profondo. Tutto nella nostra vita cambia. Il sorriso affiora di continuo sulle nostre labbra, nei disagi della guerra, anche nei distacchi, anche sotto i bombardamenti, anche vicino alla morte: tutto, tutto è espressione dell’amore di Dio.

Ed Egli depone questa nuovissima fede in Lui-Amore nel nostro cuore, come sotterrasse un seme in un terreno. È questa la nostra grande, grandissima scoperta. Il mondo che ci circonda però non lo sa. Comunico la novità a quanti più posso: a mia madre, a mio padre, alle sorelle, al fratello, alle amiche. Noi crediamo all’amore. Questa è la nostra nuova vita.

Per questo manifestiamo il desiderio di essere sepolte – qualora fossimo morte per la guerra – in una sola tomba, con sopra scritto come nostro nome, perché quello era il nostro “essere”: «E noi abbiamo creduto all’amore» (cf 1 Gv 4, 16).

Da un discorso ai vescovi amici del Movimento (13/2/1979)

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