Un inizio promettente

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Martina, tredici anni, è timida e delicata, con gli occhi pieni di luce. Serena e semplice, appare più matura della sua età. Ora vivi a Rocca di Papa, presso Roma, ma sei nata in Kenya ed hai abitato a lungo ad Assisi. “Sì, sono nata a Mombasa, dove i miei avevano una casa, e vi ho trascorso sei anni, studiando alla scuola inglese. Qui ho vissuto a contatto con la povertà, ma mi ha colpito la forza con cui le persone che non hanno niente, non si lamentavano mai, conservavano il sorriso. Noi vivevamo insieme con loro, davamo la nostra acqua, la tata dormiva con me nel lettone: lo facevamo, anche se i nostri vicini non erano d’accordo”. Poi, in Italia, hai vissuto il terremoto e la distruzione della tua casa ad Assisi… “Questa, insieme a quella africana, è stata un’esperienza che mi ha cambiata molto: mi sono accorta che le cose materiali non hanno nessun senso, perché in dieci secondi le puoi perdere. Perciò la cosa più importante per me è curare gli affetti, le amicizie”. Hai cominciato fin da piccola con le fiction, come “Incantesimo” o “Valeria medico legale”. Poi è venuta “Maria Goretti”… “Ho fatto un provino con Giulio Base (il regista, ndr) ed è andato bene. Però Maria la conoscevo poco, sapevo solo quello che mi raccontava la nonna”. Come sono andate le riprese? “È stato difficile fisicamente, perché c’erano scene in mezzo al fango e all’acqua; e poi momenti molto forti, come la scena con Alessandro. Certo, ho vissuto delle emozioni che rimarranno con me tutta la vita. Ma sul set eravamo come una famiglia: a parte che c’era con me la mamma, però Giulio (il regista, ndr) mi ha fatto sentire il calore di un padre, e anche Fabrizio, l’attore che impersonava Alessandro, è un giovane semplice, molto buono e gentile. La mattina ci si svegliava presto, ma non mi pesava, era una gioia rivederci”. Cosa ti ha impressionato di Maria e cosa ti ha lasciato? “Mi ha colpito la sua forza, che le veniva dalla fede, e poi la povertà. Anche adesso, pensando a lei, mi sentirei stupida a fare un capriccio pensando alla sua vita, ma anche alla povertà dell’Africa: perché qui noi abbiamo tutto e ci lamentiamo sempre, invece dalla gente povera c’è molto da imparare”. Maria Goretti era una ragazza come te. Di cosa hanno bisogno quelli della tua età, oggi? “Credo che i ragazzi come me abbiano bisogno della fede, perché alla nostra età significa tante cose. Io ce l’ho la fede, a casa preghiamo molto. “Poi credo che Maria lasci un messaggio che è prima di tutto quello del perdono, ma anche quello della bontà e della castità”. Martina, cosa è che ti dà più gioia? “Io sono contenta quando riesco a far felici le persone che ho accanto. Invece, mi fa soffrire sentirmi a volte incompresa o invidiata”. Dopo le medie, frequenterai il liceo linguistico e continuerai a far l’attrice… Perché? “Perché è un “lavoro” – una parola grande per me, ché è ancora tutto un gioco – che mi dà la possibilità di conoscere gente nuova, di arricchirmi dentro. E poi io ho un sogno: vorrei fare come Claudia Koll, che ho conosciuto sul set, lavorare per i poveri, come fa lei con quelli dell’Etiopia, se Dio me ne darà la possibilità. E tornare in Africa, dai miei “paesani”…”. Adesso girerai “Incantesimo” e poi “La squadra”. Con Maria Goretti allora è una storia passata? “No, perché questo film non è un lavoro che è iniziato e poi finito. Maria adesso è come un’amica per me, un’amica in più, con un rapporto speciale”. Fabrizio, 23 anni, romano di Primavalle, è un ragazzo limpido e intelligente, alla sua prima fiction televisiva. Ti sei diplomato solo l’anno scorso all’Accademia d’arte drammatica. Da dove viene la tua passione per il teatro? “Da quando avevo quindici anni e, pur frequentando il liceo europeo, seguivo dei laboratori fuori dalla scuola. Così, alla maturità, ho sostenuto anche l’esame di ammissione all’Accademia. I miei hanno avuto fiducia in me, perché a diciott’anni non sapevo ancora bene spiegare perché volessi recitare: ma ora sono molto contenti. Dopo alcuni lavori – come lo spettacolo Hollywood al Teatro Vittoria – ho fatto una serie di provini, fra cui anche questo per Maria Goretti e inaspettatamente mi hanno preso”. La tua prima volta dietro alla macchina da presa… “Un’esperienza emozionante. Quattro settimane di lavoro in Toscana, mi hanno aiutato a staccarmi da casa, dall’ambiente: ho imparato molto dagli attori più esperti, si è lavorato parecchio, alla sera eravamo tutti esausti. Interpretare il ruolo di Alessandro non è stato facile, perché io non ho un carattere aggressivo. Ma il mestiere dell’attore è quello di trasformarsi in qualcun altro e alla fine ho trovato la concentrazione giusta per trasmettere di questo personaggio non solo la violenza, frutto di un certo ambiente, ma anche la sua possibilità di redenzione”. E con Martina, così giovane, come è andata? “All’inizio, ero imbarazzato, anche per la mia timidezza. Poi, pensando che ho una cugina della sua età, è nata un’amicizia fuori dal set e l’ho scoperta come una ragazza sveglia e intelligente. Perciò le scene più crude sapevamo di farle, alla fin fine, come un gioco, anche se richiedeva molto impegno: cinque minuti di filmato dopo seisette ore di lavorazione…”. Maria Goretti è una “santa”. Che ne pensi tu della “santità”? “Io sono credente, per me la santità è un punto di riferimento: tu scopri una persona che fa un percorso come te, e a un certo punto si innalza, e in questo innalzarsi compie un salto di qualità: questo la fa diventare un punto di riferimento che dà forza alle persone. Penso che conoscere la vita dei santi – o quella di Gesù – sia molto importante anche per chi non crede”. Come attore, ricopri vari ruoli. Ci sono dei personaggi che preferisci? “Io amo i personaggi brillanti, perché mi piace molto lavorare sul corpo, come facevo nello spettacolo Hollywood dove danzavo dall’inizio alla fine i balli degli anni Trenta. “Ma anche in Maria Goretti c’è stata questa occasione, perché lavoravo a contatto con la terra, zappavo: mi piacciono molto anche i personaggi semplici che vengono dal popolo”. Quando non reciti, cosa ti piace fare? “Dall’età di quindici anni faccio nuoto e (ora di meno) pugilato, suono la chitarra, leggo molta poesia e letteratura, ascolto musica classica contemporanea. Ma, se non facessi l’attore, mi sarei iscritto a filosofia. “Però, non c’è solo questo: faccio parte, da dopo la maturità, della comunità “cardinale Domenico Tardini” che aiuta nello studio i giovani molto dotati ma con pochi mezzi a disposizione. Un’esperienza di cui sono molto contento”. Fabrizio, tu stai iniziando (te lo auguriamo) la carriera di attore. Cosa vorresti trasmettere alla gente? “Io vorrei saper raccontare storie e personaggi che dicano cosa è la vita, comunicare questo al pubblico. Certo, a volte, pensando ai miei sogni e a tanti ragazzi come me che invece non hanno prospettive, mi sento atterrito. Ma questo mi fa capire che si deve avere l’umiltà e la determinazione di parlare anche per chi non può. Come fanno alcuni attori che ad esempio, ora approfittano del loro ruolo per affermare verità scomode, come quella della pace”.

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