Un genitore quasi perfetto

Il genitore perfetto esiste? No, o meglio, sì: è quello che accetta di essere imperfetto. Non si può pensare di riuscire sempre ad avere tutto sotto controllo.
(Foto: Pexels)

Il ruolo di genitore è profondamente cambiato negli anni.

Ci si ritrova costantemente ad interrogarsi su cosa sia meglio fare per il proprio figlio: quale scuola scegliere? il corso di inglese è necessario? lo sport? Il tutto accompagnato da un impoverimento della classica rete di affetti che in passato sosteneva le famiglie e da un costante aumento dei ritmi lavorativi.

Spesso i genitori si trovano a dover gestire bisogni interni ed esterni completamente ambivalenti: passare più tempo con i figli ma allo stesso tempo avere la necessità di lavorare; voler portare il bambino a scuola calcio tre volte a settimana ma avere anche la necessità di ritagliarsi dei momenti per il proprio benessere fisico. E così via. I dilemmi non sono di facile risoluzione e inutile dire come non sia possibile trovare una regola che possa andar bene per tutti.

Sono fondamentali però alcuni punti importanti da tenere a mente. Primo fra tutti: è necessario abbandonare il mito del genitore perfetto. Lo definiamo mito perché è un qualcosa di irraggiungibile ed irrealistico che oltre ad essere falso è anche fortemente nocivo sia per i genitori che per i figli.

I genitori che seguono questo mito rischiano di sentirsi costantemente inadeguati e pervasi dal senso di colpa. Ogni fallimento o difficoltà del figlio verrà vissuto come un fallimento o una difficoltà propria.

Ci si sentirà costantemente in difetto, pervasi dal dubbio che “si sarebbe potuto fare di più” quando invece il più delle volte si dovrebbe fare semplicemente di meno. Inoltre, il danno di questa modalità di azione è a carico anche del figlio. Spesso, infatti, figli di genitori che seguono il mito della perfezione rischiano di essere ragazzi poco autonomi, poco in grado di tollerare la frustrazione e poco inclini al sacrificio.

Non si può pensare di riuscire sempre ad avere tutto sotto controllo. Diventare genitori vuol dire anche accettare l’idea che quotidianamente sia necessario fare i conti con l’imprevedibilità e con l’ignoto. Non dobbiamo mai dimenticare che il figlio è prima di tutto un essere umano, un’entità a sé che, come tale, avrà un impatto sul contesto di appartenenza al di là dell’operato dei genitori.

Il figlio avrà delle caratteristiche di personalità autonome, proprie, non è nato per soddisfare le aspettative dei genitori, bensì per compiere la sua vera natura, entrare in profondo contatto con il proprio sé che a volte può anche essere difforme da quello che un genitore si aspetta.

Inoltre, il genitore stesso, dal momento esatto in cui dà la vita, non significa che debba trasformarsi in colui il quale cessa di esistere come soggetto a sé stante solo in funzione del benessere o dei bisogni dei figli. Diventare genitori presuppone una costante danza tra sé e l’altro. Tra quello che si ritiene giusto per sé e quello che si ritiene giusto per l’altro. È necessario non dimenticarsi di essere persone ed allo stesso tempo tollerare di essere imperfetti.

Ciascuno di noi lo è. Spesso mi si chiede quale libro o articolo possa essere letto per prepararsi ad una genitorialità consapevole. Leggere certo può aiutare, ma il più delle volte questa ricerca di preparazione nasconde il bisogno di non farsi trovare impreparati, di non sbagliare. Questo è impossibile. Saranno anche gli errori commessi da un genitore che contribuiranno a costruire il bagaglio di esperienze di un figlio. Tutte più o meno utili allo sviluppo di una personalità, tutte più o meno inevitabili.

Bisogna quindi muoversi avendo fiducia nel figlio. Ciascun essere umano ha delle capacità resilienti che sono attive e possono muoversi al di là di quello che può fare un genitore. Quest’ultimo, dal canto suo, ha il compito di non dimenticarsi di esistere a prescindere dal figlio, di interrogarsi certo sul proprio operato per migliorare sempre ma senza la pretesa di diventare l’educatore impeccabile.

Piuttosto puntando con fermezza ad accogliere e promuovere le potenzialità del figlio, amandolo per quello che è e non per quello che vorrebbe che fosse. Abbandonando il mito della perfezione suo e degli altri.

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