Turandot altro che gelo

Roma. Teatro dell’Opera. Èsingolare. La prima opera della storia, l’Orfeo di Monteverdi, attinge al mito e l’ultima – anno 1924, finisce veramente un’epoca – si sposta nel regno della fiaba. Esotica, erotica, mitica. Turandot è cinta di gelo, come una donna fatale; ma è gelo rovente che attende, concluso il misterioso rituale degli indovinelli al principe Calaf, il bacio che disvela l’amore. Ecco, l’amore è ancora una volta filo che lega la storia del melodramma, nel lavoro pucciniano incompiuto situato nell’oltre-tempo ancestrale e crudele, dove amore e morte formano una cosa sola. Un universo insieme fiabesco e simbolico, reale e idealizzato, cui l’ambientazione in una Cina da sogno conferisce suggestione ma anche possibilità di dire cose universali. Grande Puccini nel coniugare con sapienza inventiva e novità strumentale, situazioni e registri così diversi – il folcloristico, il sentimentale, il tragico, il giocoso – in un caleidoscopio raffinatissimo, che va dalle melodie cinesi alle conquiste debussiane e wagneriane, senza scordare Verdi: di cui è l’autentico, ultimo, successore. Ma la novità, ad ogni ascolto, è la capacità cinematografica della musica pucciniana, capace di colori diversi per ogni scena, cuciti insieme da alcune arcate tematiche dominanti (il tema di Nessun dorma, ad esempio) che ritornano e preparano o commentano l’azione. Opera che quindi chiude un’epoca lasciando aperti spiragli a qualcosa che è venuto dopo, un tipo di melodramma più intellettualistico e meno cantabile. L’edizione romana si è giovata del collaudato allestimento di Giuliano Montaldo, un regista che ama l’opera, unendo spettacolo fantasioso, con scene e costumi davvero onirici, a cinematografiche movenze di masse, accompagnando il canto con misura. L’unico aspetto discutibile è sembrato la presenza di coreografie che col contesto parevano superflue. Per la parte musicale, Alain Lombard ha diretto con intelligenza un’ottima orchestra e un coro veramente compatto e leggero, forse talora coprendo i cantanti con sonorità sgargianti. Dei quali, si ricorda la prova di Giovanna Casolla – in una linea di canto spezzata di grande difficoltà – affrontata bene, pur con qualche disagio, la lirica Liù di Anna Laura Longo e lo stentoreo, ma poco raffinato, Calaf di Giuseppe Giacomini. Spettacolo comunque assai decoroso, apprezzato dal pubblico (ma, alle prime ci sono i veri innamorati dell’opera?) e rivelatore di un lavoro, la Turandot, che affascina ancora, e non soltanto per la troppo famosa romanza Nessun dorma, cavallo di battaglia di voci più o meno elette, e omaggio di Puccini ai melomani di sempre.

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