Trattati di Roma, 60 anni di Europa

Durante il Vertice che si terrà a Roma il 25 marzo, i Capi di Stato e di governo discuteranno del futuro dell'Ue

Il 25 marzo 1957 vennero firmati i Trattati di Roma, considerati come l’atto di nascita di quella che è oggi l’Unione Europea (Ue). Un trattato istituì una Comunità economica europea (Cee), l’altro istituì una Comunità europea dell’energia atomica (Euratom). Francia, Germania, Italia, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi decisero di riunirsi in una Comunità con l’obiettivo di creare un mercato comune e favorire la trasformazione delle condizioni economiche degli scambi e della produzione, ma anche quello di contribuire alla costruzione di una Europa politica. Queste comunità seguivano l’istituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca) nel 1952, segno della constatazione dell’estrema difficoltà di avviare nell’immediato dopoguerra una cooperazione a tutto campo, con l’obiettivo di giungere in futuro ad una vera e propria unione di tipo federale. L’unica alternativa alla non collaborazione fra gli Stati poteva essere soltanto quella di una collaborazione settoriale, o funzionale. Fu soprattutto questa logica funzionalista a guidare il processo di integrazione europea negli anni seguenti, tra fasi di stallo e di rilancio, che condussero a forme sempre più strette e variegate di integrazione che hanno reso l’Ue un gigante economico e un nano geopolitico.

Il momento più critico nella vita delle Comunità europee fu senz’altro la crisi della sedia vuota (1965), ma il successivo Compromesso di Lussemburgo (1966) costituì la prova tangibile del fatto che, nonostante l’esistenza di un persistente disaccordo tra gli Stati membri su numerose questioni, prevaleva, comunque, una volontà comune tale da consentire alla Comunità dei 6 Paesi la ripresa del suo cammino. Oggi, in una fase altrettanto critica nella vita dell’Ue, nonostante le molteplici divergenze tra gli Stati membri, esiste la volontà di continuare assieme il cammino intrapreso oltre 60 anni fa?

Proprio questo 2017, anno celebrativo per l’Ue, è anche un anno fondamentale per il futuro dello stesso processo di integrazione europea. Le elezioni in Olanda, in Francia e in Germania rappresentano il pericolo di un’ulteriore crescita delle forze xenofobe e di estrema destra; la questione Brexit e la gestione dell’uscita del Regno Unito dall’Ue ha aperto scenari inesplorati, con il rischio di spinte centrifughe (innanzitutto in Scozia); la rigidità di alcuni Paesi dell’Europa Centro-Orientale (Polonia, Ungheria, Reubblica Ceca) nell’accettare il ricollocamento dei richiedenti asilo da Grecia e Italia hanno minato profondamente la fiducia nella solidarietà europea; le politiche economiche di austerità hanno incrinato il giudizio sull’Ue, un tempo assai positivo anche in Italia, delle opinioni pubbliche degli Stati membri che si affacciano sul Mediterraneo. Inoltre, la nuova situazione geopolitica internazionale, dovuta alla nuova attitudine degli Stati Uniti di Donald Trump nei confronti dell’Ue e della Nato, all’aggressività della Russia e della Turchia e ad innumerevoli altre situazioni crisi, chiama l’Europa a compiere scelte coraggiose in tema di politica estera, di difesa e di sicurezza. D’altronde, spesso sono state proprio le circostante internazionali a spingere i Paesi europei a procedere verso forme più accentuate di integrazione.

Lo scorso 6 marzo, al vertice di Varsailles tra Germania, Francia, Italia e Spagna, i leader dei 4 più grandi Paesi dell’Ue hanno riconosciuto la possibilità che alcuni Stati membri possano andare avanti più rapidamente nel processo di integrazione, aprendo la strada a una Europa a più velocità. Ebbene, questa sembra l’unica strada realisticamente percorribile. Infatti, realizzare un’Europa federale è impossibile, poiché sarebbe necessario modificare profondamente i trattati e, allo stato attuale, non si troverebbe un accordo condiviso tra i 27 Stati membri. D’altro canto, restare immobili sarebbe inutile se non deleterio, considerando la forte instabilità geopolitica internazionale e la lentissima ripresa economica dai più invocata ma ben poco percepita in molti Paesi europei. Invece, un’Europa a più velocità, anche detta a geometria variabile, è di fatto già contemplata nel Trattato di Lisbona, con la procedura di cooperazione rafforzata. Questa permetterebbe ad almeno nove paesi dell’Ue di intraprendere una cooperazione più stretta in una determinata area all’interno delle strutture dell’Ue senza il coinvolgimento di tutti gli Stati membri. L’autorizzazione a procedere in una cooperazione rafforzata è concessa dal Consiglio, su proposta della Commissione europea e previa approvazione del Parlamento europeo. Tale procedura fu concepita fin dagli anni ’90 per superare una paralisi che si potrebbe verificare quando una proposta venisse bloccata da un singolo paese o da un gruppo di paesi che non intendessero fare parte dell’iniziativa. Tuttavia, la procedura di cooperazione rafforzata non consente un ampliamento delle competenze al di fuori di quelle consentite dai trattati dell’Ue e sono solamente tre i casi nei quali questa è stata attuata, in particolare nel campo della legge sul divorzio, sui diritti di proprietà per le coppie internazionali e sui brevetti. Celebre è invece il fallimento di una cooperazione rafforzata nel campo dell’imposta per le transazioni finanziarie, per la quale gli Stati membri che intendevano stabilirla si resero conto che si sarebbero poi trovati in una situazione di svantaggio competitivo con gli altri Stati membri che non avrebbero applicato quella tassazione. Dunque, la realizzazione di un’Europa a più velocità è uno scenario che pone prospettive comunque poco chiare.

Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, che ha recentemente presentato il Libro bianco sul futuro dell’Europa, nel quale sono stati individuati alcuni scenari dello sviluppo dell’Ue, senza però suggerire nessuna direzione, ha dichiarato: «Vorrei che Roma fosse il momento delle grandi aspirazioni dell’Europa. La ricomposizione, non solo intellettuale, della passione che gli europei devono avere per l’Europa. È scomparsa la tenerezza tra di noi e senza l’amore non si costruisce niente di duraturo. Non esigo che gli europei si amino come ci si ama in una coppia, ma metto in guardia dalle fatiche della routine. Le coppie sanno di cosa parlo. Talvolta serve un nuovo fuoco nelle relazioni tra gli uomini e le donne. E lo stesso principio si applica ai popoli».

Le celebrazioni del 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma si svolgeranno sabato 25 marzo 2017, presso il Palazzo dei Conservatori in Campidoglio a Roma, dove si riuniranno i Capi di Stato e di Governo del’UE ed i vertici delle istituzioni europee. Molteplici sono le iniziative che sono state messe in campo in tutta Europa. In Italia, molte organizzazioni e movimenti della società civile hanno deciso, su proposta del Movimento Federalista Europeo, di promuovere una mobilitazione a Roma, il 24 ed il 25 marzo, in concomitanza con il Vertice dei Capi di Stato e di governo, «per affermare che il loro futuro sarà garantito solo da una comunità democratica e solidale, dunque federale», in una marcia internazionale per l’Europa. Riprendendo quanto affermato da Giorgio Napolitano, in un’intervista a La Stampa dell’11 febbraio, i leader europei dovrebbero «dare concrete risposte su questioni urgenti e scottanti, fortemente sentite dalle popolazioni o comunque incombenti sull’azione dei governi nazionali e di Bruxelles». Inoltre, è necessario «rilanciare un discorso politico sul futuro dell’Europa, che ridia vigore all’ispirazione originaria del 1950, […] segnando un chiaro spartiacque tra i paesi membri dell’Unione pronti ad accettare nuovi trasferimenti di sovranità dal livello nazionale al livello europeo, e quanti non solo non intendono aderirvi ma si sottraggono a quanto già deciso in quel senso». Del resto, come scritto da Jean Monnet nel 1976, «l’Europa si farà attraverso le crisi, e sarà costituita dalla sommatoria delle soluzioni che saranno date a queste crisi». La speranza, almeno per alcuni europei, è che da questa crisi l’Europa esca più solida e più vicina ai suoi cittadini, consapevole del ruolo che solo unita essa potrà giocare in un mondo sempre più complesso.

 

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