Swadhyaya veri indù

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Mumbai, gennaio 2003. Centinaia di persone siedono per terra, su stuoie e teloni, mentre altra gente passa, entra nel tempio, guarda, riparte, mangia, si genuflette, canta, prega. Ma nulla turba la folla seduta, che ascolta attentamente una voce femminile amplificata da enormi casse acustiche. È domenica, alla riunione del movimento indù Swadhyaya. Vengo quindi introdotto dal gentilissimo addetto stampa dell’organizzazione indù, il signor Vinayak Nagle, in una sala stracolma di gente, un migliaio circa, che seduti per terra guardano verso un piccolo televisore posto in fondo al locale. Il nostro accompagnatore ci spiega che Dadaji Athawale, il fondatore del movimento, e sua nipote Didi Talwalkar, scelta per succedergli, stanno premiando i migliori allievi della loro scuola per la conoscenza delle Scritture, a cui sono iscritte più di 100 mila persone. Di sale come queste ce ne sono altre tre, più altri locali collegati solamente via audio. In tutto 8 mila persone gremiscono il tempio, come ogni domenica e ogni plenilunio. Da 62 anni – oggi ne ha 83 -, Dadaji viene qui a predicare le sue convinzioni per un induismo fedele alla tradizione e sincero nelle motivazioni. Riunioni di questo tipo si svolgono in centinaia di città indiane, grazie alle cassette video o audio registrate dei discorsi del fondatore. Didi dice al microfono, premiando i primi due della graduatoria: “L’esame che conta non è quello pubblico, come adesso. Se oggi Dio venisse e chiedesse le stesse cose a noi, nel nostro cuore, cosa sapremmo dire? Quello che abbiamo imparato è passato nella nostra vita?”. Cambio di scena. Viene proiettata una conversazione di Dadaji sulla fede: gran parte della gente estrae dei quaderni a righe e prende delle note, diligentemente. Colgo alcuni passaggi della conversazione, fluente e gradevole, anche nel tono suadente della voce del leader: “Il darmha, fede, non significa guardare il fuoco acceso e affermare: credo in quello che vedo. Vuol dire invece essere quel fuoco… Non dobbiamo sentenziare: bisogna fare così; ma dobbiamo fare quello che sosteniamo… La fede non vuol dire fare lunghe processioni davanti ai templi e versare la propria offerta, ma condividere il proprio tempo col fratello, nel quale c’è Dio, cercando un vero rapporto con lui”. L’uscita di Dada in macchina (è gravemente ammalato di diabete), risulta uno spettacolo, a causa della folla trepidante che vuole vederlo. Mentre avviene tutto questo, Didi mi introduce in una conversazione sorprendente, piacevole, un’intervista volante, che mostra una donna decisa, dal parlare fluente e ammiccante, senza ambage. L’avevo già vista ad Assisi, alla preghiera interreligiosa del 24 gennaio 2002, mentre rappresentava la religione indù. Con lei si parla delle intuizioni iniziali di Dada: “Voleva portare la gente alla coscienza di sé – mi spiega – e alla vera fede, quella attiva, quella che non fa distinzioni. Per questo nei villaggi ha voluto introdurre l’abitudine di creare templi in cui tutti fossero trattati allo stesso modo, senza distinzioni di casta, di religione, di censo, di ricchezza. Sono luoghi di culto, creati senza far conto sulle offerte di chi solitamente paga per costruire templi, per garantirsi il futuro, ma poi non vi entra mai, e non pratica la fede. I templi devono essere in ogni caso adattati all’ambiente in cui si vive, per fare in modo che ognuno si senta a proprio agio: se il villaggio è fatto di ville, il tempio sarà coi pavimenti di marmo; se è fatto di baracche, sarà di terra battuta. Ci sono poi, anche, dei templi mobili, delle grandi tende, che vengono rizzati dove c’è gente, dove mancano luoghi di culto”. Nel tempio si entra senza privilegi, così come si esce. “Si fa una sorta di comunione dei beni da noi – continua Didi -, in cui tutti mettono, ma prendono solo coloro che hanno bisogno. Ma il povero, che avrà donato magari una rupia, potrà prenderne dieci, senza per questo vergognarsene. La carità non è fare l’elemosina, ma dare e condividere. Questi centri, poi, sostengono anche delle attività economiche atte a sviluppare questa condivisione e a dare una mano a chi è nel bisogno”. Nel corso del soggiorno a Mumbai, un secondo contatto con Swadhyaya conferma i sentimenti di sopresa che mi accompagnano da quando ne sono venuto a conoscere i tratti fondamentali, per tanti versi simili a quelli dei Focolari, seppur in un contesto assolutamente indù (vedi box). Il nuovo incontro avviene a Thane, una città al nord di Mumbai dove il fondamentalismo indù è particolarmente forte. Nello stadio da cricket, che contiene 50 mila persone, si svolge la “festa dello sport” del movimento: sono 300 mila i giovani coinvolti in grandi tornei sportivi, svolti in un atteggiamento di devozione a Dio e di amicizia con gli altri. Una infinita sfilata iniziale evidenzia la diffusione del movimento in tutta l’India (o quasi), mentre canti e inni riprendono scritti e poesie di Dadaji (notevoli), e coreografie e giochi scenici (il culmine è l’arrivo di un carro di cartapesta che porta una gigantografia di Dada) ricordano le grandi manifestazioni giovanili degli anni Ottanta in Europa. Girando per lo stadio, la gioia appare traboccante. Volti bellissimi, di gente che ha un perché nella vita. Una canzone in hindi dice: “Quello che ci hai detto è servito a farci diventare persone realizzate”. E un’altra: “Come bambini, ci hai insegnato la vita”. Un grande mappamondo, a fianco del palco, gira lentamente, mostrando una scritta in sanscrito: “Vogliamo fare del mondo un luogo dove Dio sia a casa”. Nel corso di questa grande manifestazione, il posto d’onore è riservato ai Focolari: “Oggi vi presentiamo – dice Didi – un grande movimento che è diffuso in più di 150 paesi, e che ha milioni di aderenti, come il nostro. Lavorano per il bene della società, e il loro ideale è basato su quanto dice Chiara Lubich. L’ho conosciuta ad Assisi, dove eravamo le due sole donne che hanno parlato nella grande preghiera interreligiosa. Sono stata molto toccata dalla sua figura, ed ho voluto mantenere i contatti. Dobbiamo essere una sola famiglia umana: è questo il loro ideale, e anche il nostro. Dadaji è nato nel 1920, come Chiara, e come lei ha cominciato a diffondere il suo spirito nel 1943”. Come nei grandi meeting giovanili del mondo intero, anche i giovani dello Swadhyaya si radunano alla fine sotto il palco, per canzoni e inni e movimenti ritmici delle mani, per quaranta minuti buoni, oscillando le braccia e scandendo all’unisono il nome di Dadaji. Commenta Didi, dietro il palco: “Ci sono troppe cose in comune tra di noi perché non ci rendiamo conto che Dio ha un progetto sui nostri due movimenti “. CARTA D’IDENTITÀ Nome: Swadhyaya significa “studio di sé”. Fondatore: Shri Pandurang Shastri Athawale (nato nel 1920), conosciuto come Dada (fratello maggiore) o Dadaji (maestro Dada). Premio Templeton per il progresso della religione, dal 1954 è impegnato del dialogo interreligioso. Cos’è: “Non è una setta, né un credo, nemmeno un culto o una tradizione, non è un’istituzione, né una religione organizzata. È un atteggiamento dell’anima”, dicono. Motivazione iniziale: Dada è stato profondamente toccato dalle differenze tra gli uomini (classe, casta, credo, sesso, religione, provenienza…), ed ha capito che bisognava avvicinare gli uomini tra di loro, in modo che le differenze diventassero insignificanti. Princìpi di base: sono due: “Fedeli in Dio”, “Fedeli nell’uomo”. “Swadhyaya crede – spiegano – che ogni essere umano sia buono e che, se avvicinato con amore, sarà reso capace di cambiare verso una vita più elevata”. Dadaji ha sviluppato l’idea della fratellanza divina derivata dalla paternità di Dio. Da ciò deriva l’idea che l’umanità è “un’unica famiglia, al di là di ogni distinzione e differenza”. Swadhyaya Kendra: è un luogo (non fisso, ma preferibilmente un luogo pubblico) in cui convengono una volta alla settimana, per un’ora, i seguaci di Swadhyaya, per ascoltare l’insegnamento di Dadaji. Mahila Kendra: è importante la promozione della donna. Per questo sono previsti questi incontri dedicati esclusivamente a loro e guidati da donne. D.B.T: incontri organizzati per i giovani, basati sul metodo del dialogo. Vi sono poi attività varie tra cui competizioni sportive, di cultura e di scrittura. Bal Sanskar Kendra: attività analoghe sono previste anche per i ragazzi e i bambini, guidate da assistenti volontari. Attraverso canzoni composte per loro, il racconto di storie o di esperienze, si cerca di suscitare in loro il desiderio di emulazione. Si organizzano attività adatte a loro: sport, disegno, giochi, danza, teatro… Yogeshwar Krushi: è un lavoro agricolo gratuito, per distribuire i prodotti a chi non ha da mangiare. Matsyagandha: Swadhyaya è diffuso anche tra i pescatori. Dadaji ha ideato un metodo di cooperazione, istituendo una flotta di pescherecci, considerati “templi flottanti”. Loknath Amrutalayam: una delle attività più caratteristiche dei seguaci di Swadhyaya: creare templi in cui tutti siano trattati allo stesso modo, senza distinzioni di casta, religione, censo, ricchezza. Tali templi devono essere adattati all’ambiente. Statistiche: 400 mila membri; 8 milioni di aderenti; 4 mila centri nei villaggi; 250 centri giovanili; 100 mila iscritti alla scuola per le Scritture; 300 mila giovani iscritti alle attività sportive; è diffuso in 50 paesi.

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