Svolta nel Pd con l’elezione di Elly Schlein

Dalla campagna elettorale per Obama ad Occupy Pd. Un cambiamento definito epocale con la vittoria di Elly Schlein nel voto delle primarie. Le attese per le prime scelte della nuova leader di un partito dove lo sconfitto Bonaccini esprime una forte minoranza
Elly Schlein Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Elly Schlein è la nuova segreteria del Partito democratico. Ha vinto, con il 53% dei consensi, le primarie che si sono svolte nella giornata di domenica 26 febbraio con un criterio aperto a chiunque avesse oltre 16 anni. Anche ai cittadini stranieri residenti nel nostro Paese. Quindi con la partecipazione di chi, al momento, non può ancora votare nelle votazioni politiche e regionali.

Ai gazebo tenuti aperti in tutta Italia da migliaia di volontari si sono recati intorno a un milione e 100 mila votanti che hanno ribaltato il risultato delle elezioni interne agli iscritti del partito che avevano dato una considerevole maggioranza a Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia Romagna, considerato un riformista radicato sul territorio, con una lunga esperienza amministrativa nel solco del Pci emiliano.

Il confronto tra i candidati è stato molto corretto e amichevole fino al voto del 26 febbraio. «Sentiamo la responsabilità di metterci a disposizione – ha detto Bonaccini – per dare una mano a Elly e a tutta la comunità del Pd. Noi ci sentiamo parte di questa comunità».

Si tratta ora di capire come si articolerà il dibattito interno di fronte alle scelte della nuova segreteria chiamata a guidare una formazione politica in cerca di riscatto dopo la sconfitta delle recenti elezioni politiche che hanno consegnato il governo del Paese ad una forte maggioranza parlamentare guidata dal partito Fratelli D’Italia.

La Schlein, che è nata in Svizzera nel 1985 e ha anche cittadinanza Usa, proviene da una storia personale cosmopolita che la avvicina all’area liberal dem statunitense. Da giovanissima è stata volontaria nella campagna elettorale di Obama, sperimentando la possibilità di realizzare una novità inaudita come l’elezione di un afroamericano alla Casa Bianca.

È sempre stata vicina al Pd tanto da promuovere la campagna “Occupy Pd” nel 2013 per contestarne certe pratiche ambigue come quelle dei 101 franchi tiratori anonimi che boicottarono l’elezione di Romano Prodi al Quirinale.

Da militante, Schlein ha sostenuto Pippo Civati nelle primarie del 2013 che certificarono la vittoria di Matteo Renzi, il giovane “rottamatore”, che raccolse il 67,55% degli oltre 2 milioni e mezzo di votanti. Civati è poi uscito dal Pd fondando “Possibile” una piccola formazione politica senza successo, per poi concentrarsi in un’attività editoriale che continua ad alimentare una galassia di realtà a cavallo tra i dem e piccoli partiti di sinistra.

La stessa Schlein è stata eletta al Parlamento europeo nel 2014 nelle fila del Pd ma il dissenso con Renzi è stato così intenso da portarla a lasciare il partito nel 2015 per aderire a Possibile e poi fondare una lista autonoma di sinistra (Coraggiosa) alle regionali dell’Emilia Romagna nel 2020 raccogliendo un forte consenso personale.

La vittoria complessiva del centrosinistra in una Regione tradizionalmente “rossa”, insidiata da una forte spinta leghista, è stata raggiunta grazie al fenomeno giovanile delle “sardine” che ha permesso al pragmatico Bonaccini di restare saldamente alla presidenza dell’Emilia Romagna per poi tentare di guidare il Pd dopo le dimissioni di Enrico Letta.

Un progetto che si è infranto davanti alla candidatura inaspettata della Schlein che, a settembre 2022 viene eletta deputata come indipendente del Pd per poi decidere di iscriversi di nuovo al partito per esprimere l’istanza che la portò a lanciare il movimento di riforma “Occupy Pd”, uno slogan che rimanda all’immagine della mobilitazione dei giovani militanti statunitensi di Occupy Wall Street che nel 2011 si ribellarono contro le derive della finanza speculativa.

Tutti movimenti molto iconici che sembrano inabissarsi e scomparire ciclicamente per poi ricomparire in modalità diversa, stavolta conquistando la direzione di un partito che viene accusato di aver perso radicamento nelle classi popolari a vantaggio della narrazione della destra impersonata dalla Meloni.

Paradossalmente, secondo alcuni commentatori, è stato proprio il trauma di avere a Palazzo Chigi, con crescete consenso mediatico, una donna di provenienza missina ad aver affrettato i tempi per un cambio di guardia nel corpo del Pd che resta una struttura molto complessa e articolata.

I primi atti simbolici della Schlein sono quelli di aver messo il suo quartier generale nel quartiere Prenestino, cioè in una zona non centrale della Capitale, città dove ha lanciato la sua candidatura alla segreteria parlando al centro culturale Monk.

Pesa su di lei un pregiudizio di esprimere una linea cosiddetta radical chic da quartieri alti. Entrambi i genitori sono docenti universitari, con un nonno materno senatore a Bologna mentre il padre viene da una famiglia statunitense di origine ebraica proveniente da Leopoli (oggi in Ucraina, ma già parte dell’impero austro ungarico).

La neosegretaria del Pd ha dichiarato di non voler separare le questioni sociali da quella dei diritti civili. Per cui, ad esempio, intende virare a U dalla posizione del Pd che fu di Renzi sul Job art, è determinata sulla politica ambientale e su quella migratoria come sulla necessità di approvare la legge Zan in tema di omotransfobia.

Ha mantenuto una posizione cauta sulla tragedia della guerra in Ucraina, confermano la linea di Letta di fedeltà alla Nato sulla necessità di fornire armi a Kyiv per difendersi dall’aggressione russa, ma si dice convinta che questa non appare l’unica strada per arrivare ad un cessate il fuoco.

Molto si comprenderà della gestione Schlein dai primi atti che andrà a compiere. Ai precedenti segretari di partito, la base ha chiesto, più volte invano, di uscire dai palazzi per andare nelle periferie e nei luoghi del conflitto. Un invito pressante in questo senso è rappresentato dall’ennesimo naufragio di migranti sulle coste italiane con un pesante numero di vittime nelle acque di Cutro in Calabria.

Le reazioni dei grandi elettori di Bonaccini sono per il momento improntate alla prudenza come ad esempio Piero Fassino, che spera in un partito che non si arrocchi in una deriva minoritaria ma tenga conto del 46% dei consensi andati al presidente dell’Emilia Romagna. Anche Graziano Delrio parla della necessità di avere scelte condivise per evitare ogni tentazione di scissione che paventa come una sciagura.

Tra i sostenitori della Schlein interni al partito, che hanno un peso in termini di contenuti e di consensi, ci sono l’ex Dc Dario Franceschini e Goffredo Bettini, tuttora riferimento di una generazione cresciuta nella Fgci, che parla di un fatto politico di enorme rilievo: «si mette a capo del partito, per la prima volta, una donna e una femminista».

Franceschini usa toni ancora più entusiastici nel descrivere «un’onda di speranze, di rabbia, di orgoglio, di entusiasmo che ha portato il popolo democratico a scegliere di farsi guidare verso il futuro da una giovane donna».

La nuova segreteria rappresenta una sfida aperta nel consenso contendibile con il M5S di Giuseppe Conte e una forte capacità attrattiva nei confronti di formazioni minori come l’Alleanza Verdi Sinistra che non riescono a decollare oltre al 3/4 percento dei voti, nell’ambito di un’alleanza che potrebbe rimettere assieme i pezzi di quel campo largo auspicato da Nicola Zingaretti che, infatti, ha sostenuto la Schlein.

Dalle prime reazioni di Carlo Calenda, come prevedibile, si conferma la convinzione di una possibilità aperta alla crescita del polo liberal riformista per attrazione dai delusi del Pad accolti da Azione e Italia Viva di Renzi.

Un quadro in fermento che sarà più chiaro a partire dai contenuti che riuscirà ad esprimere con determinazione la segreteria del Pd. Molto dipenderà dalla composizione dei nomi che andranno a comporre l’assemblea e la direzione nazionale di un partito che mantiene una struttura novecentesca di rappresentanza. Di una formazione intermedia legata cioè ad identità e contenuti non identificabili con il leader di turno ma in grado di tenere assieme posizioni e visioni variegate.

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