Sud Sudan, un Paese nel caos

Il vicepresidente Riek Machar, di etnia nuer, è stato rimpiazzato da Taban Deng Gai, fedelissimo del presidente Salva Kiir, di etnia denka. Nel Paese si inaspriscono le tensioni, finalizzate alla gestione dei giacimenti petroliferi, e non si esclude un intervento armato del vicino governo ugandese, che potrebbe essere disposto a finanziare una guerra di occupazione nello Stato sudsudanese
Taban Deng Gai e Salva Kiir

Peggio di così non poteva andare. Stiamo parlando del Sud Sudan, la più giovane realtà statuale a livello planetario – nata a seguito della consultazione referendaria del gennaio 2011 –, ma anche una terra flagellata dall’ennesima sanguinosa guerra civile. I responsabili del degrado in cui versa il Paese sono innanzitutto e soprattutto il presidente sudsudanese Salva Kiir e il suo antagonista Riek Machar. La tesi prevalente è che il Sud Sudan sia sprofondato nel caos per vecchie ruggini tra il primo di etnia denka e il secondo nuer.

 

In effetti, già negli anni Novanta – durante la seconda guerra tra il Nord e il Sud Sudan detta Anya Nya II – Machar aveva contestato la leadership dell’allora leader storico dell’Esercito di Liberazione Popolare del Sudan (Spla), John Garang, fondando un movimento scismatico denominato Movimento per l’Indipendenza del Sud Sudan (Ssim).

 

Le divergenze, allora, riguardavano l’agenda politica della ribellione che differiva, al suo interno, a seconda dell’appartenenza etnica. Quando, poi, Garang morì in un misterioso incidente – il suo elicottero precipitò nel luglio del 2005, a pochi mesi dalla firma dell’accordo di pace di Nairobi – furono in molti a sospettare che vi fosse la longa manus di Machar. Il successore di Garang, l’attuale presidente sud sudanese Kiir, ebbe anch’egli non poche difficoltà nel contenere l’esuberanza di Machar, soprattutto quando si trattò di definire la gestione delle risorse petrolifere nella regione del Great Upper Nile (Gup).

 

Non è un caso se lo Stato di Unity, che occupa gran parte del Gup, sia la zona in cui, a partire dal dicembre del 2013, sono avvenuti i più cruenti scontri tra le opposte fazioni. D’altronde, provando a tornare indietro nel tempo, quando nel 1983 scoppiò la Anya Nya II, le operazioni dei ribelli dello Spla si concentrarono proprio attorno al bacino petrolifero di Bentiu, 120 chilometri a ovest di Malakal, dove la Chevron aveva realizzato una base operativa.

 

Come se non bastasse, soprattutto nella prima fase della Anya Nya II, i sudisti divennero sospettosi nei confronti di una colossale opera ingegneristica, quella del canale di Jonglei, studiata per bonificare le vaste zone paludose prossime al Nilo, recuperando a fini agricoli l’acqua che andava perduta per l’evaporazione. Così anche il canale divenne uno degli obiettivi della guerriglia sudsudanese. È curioso, pertanto, che questo stesso scenario, con una  valenza certamente diversa perché “fratricida”, si riproponga da due anni e mezzo a questa parte all’interno di quella ribellione che tanto lottò contro il regime di Khartoum.

 

La mancanza di un dialogo franco tra Kiir e Machar dimostra, comunque, che nessuno dei contendenti ha le carte in regola per considerarsi estraneo al caos in cui è precipitata la giovanissima Repubblica sudsudanese. Sta di fatto che, mentre il popolo soffre per inedia e pandemie, questi “signori della guerra” hanno delegittimato lo Stato di diritto. E dire che il Sud Sudan potrebbe godere i benefici dell’oro nero e dell’oro blu (quello del corso del Nilo che lo attraversa).

 

Purtroppo la vexata quaestio è rappresentata dal deficit di unità nazionale, pertanto sarebbe opportuno chiedersi se l’agognata indipendenza sia stata preparata e voluta dalle grandi potenze (Stati Uniti e Cina in particolare) in funzione del popolo sudsudanese, o se invece l’unica preoccupazione sia stata quella di affermare, senza se e senza ma, il business degli idrocarburi. Infatti, questo Paese ha ottenuto l’autodeterminazione quando a dettare le regole del gioco erano gli ex ribelli dello Spla, che per sei anni, durante la fase di transizione prevista dagli accordi di Nairobi (2005), hanno amministrato le regioni meridionali attraverso il braccio politico del loro movimento, lo Mpla. 

 

Dunque, l’indipendenza è avvenuta  senza che vi fosse una piattaforma politica in grado di assicurare una libera partecipazione democratica della società civile. Col risultato che l’etnicismo ha preso il sopravvento, dando alle poche formazioni politiche in lizza una matrice dannatamente tribale. Mentre scriviamo, la situazione a Juba e dintorni è tesissima nel senso che Machar si è dato alla macchia e dunque non è tornato a ricoprire il suo ruolo istituzionale di vicepresidente. Gli scontri dei giorni scorsi a Juba sono stati così cruenti che il leader nuer non si fida a rientrare nella capitale sudsudanese. Nel frattempo il suo posto è stato preso da Taban Deng Gai, ministro delle miniere e principale negoziatore dell’opposizione. 

 

Il capo di gabinetto di Deng ha comunque precisato che egli svolgerà l’incarico di vicepresidente fino al ritorno di Machar in modo che le negoziazioni per il processo di pace con Kiir possano proseguire. Come se non bastasse, questa versione è stata smentita lo stesso giorno dell’investitura di Deng da un portavoce di Machar, secondo cui la nomina di Deng fa parte di una cospirazione per frammentare e indebolire l’opposizione. Una cosa è certa: le divisioni nel Paese si stanno acuendo, sia da una parte che dall’altra: non solo in seno all’opposizione, ma anche tra gli stessi seguaci di Kiir.

 

Probabilmente un ruolo determinante sarà svolto dal governo ugandese che ha sempre appoggiato l’etnia denka. Nei circoli diplomatici accreditati a Kampala si mormora che il presidente ugandese Yoweri Museveni sarebbe addirittura disposto a finanziare una guerra di occupazione in Sud Sudan, col pretesto di garantire l’incolumità dei civili e scongiurare la parcellizzazione del Sud Sudan. Non v’è dubbio, come già scritto, che sono molto rilevanti gli interessi economici, legati soprattutto allo sfruttamento del bacino petrolifero sudsudanese, pertanto tutto è possibile. Molto dipenderà dall’impegno negoziale dell’Unione Africana e dalle scelte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Non va poi sottovalutato il carisma delle Chiese Cristiane, da sempre sostenitrici del diritto di cittadinanza, il cui ruolo (come già avvenuto in passato) è certamente quello di mediare, prima che sia troppo tardi.

 

La pacifica convivenza delle componenti etniche sudsudanesi – poco importa se denka o nuer, se shilluk o bari, se azande o toposa – dipenderà, guardando al futuro, dalla capacità di saper gestire, equamente, gli aiuti della comunità internazionale e gli investimenti (certamente non disinteressati) delle compagnie straniere. Finora sia Kiir che Machar, con la loro condotta, hanno tradito queste attese, infangando la credibilità della giovane nazione africana.

 

(Nella foto Ap, Taban Deng Gai e Salva Kiir, rispettivamente il nuovo vicepresidente e il presidente del Sud Sudan)

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