Sono tornata al villaggio

Quando arrivi a Kinshasa, hai l’impressione di percorrere un secolo in poco tempo. Sulla strada che va dall’aeroporto al centro, puoi trovare da un lato ancora la brousse, e poco più in là gli Internet point con i grattacieli. E la gente che va, che viene, che corre in tutte le direzioni. A vent’anni, la congolese Henriette Zulu – è lei a raccontarsi – giunse per la prima volta nella sovraffollata (sette milioni e mezzo di abitanti) e caotica capitale della Repubblica democratica del Congo per iniziare la sua avventura nel focolare. Proveniva da Kikwit, la città di 250 mila abitanti a sud est del Paese, che una decina di anni fa divenne famosa in tutto il mondo a causa di una misteriosa febbre emorragica, l’ebola. Allora – ricorda Henriette – l’epidemia si diffuse anche nella scuola che io frequentavo. Per misure profilattiche, le persone morivano senza che i loro familiari potessero dare loro l’ultimo saluto. Ora Kikwit è capoluogo della nuova provincia di Kwilu, dall’omonimo fiume che la attraversa. In linea d’aria, le due città distano tra loro 600 chilometri. Ma diventano molti di più se percorsi via terra. Specie da quando, a partire dagli anni Novanta, è scoppiata quella che è stata definita la prima guerra panafricana, che ha causato tre milioni e mezzo di morti e centinaia di migliaia di profughi, destabilizzando l’intera regione. Henriette conobbe i giovani del Movimento dei focolari. Aveva allora sedici anni. Per mostrarmi Bongo Yasa, la località dove è nata, indica nella cartina un punto, nel territorio di Kikwit, segnalato come scalo aeroportuale. Ho trascorso un’infanzia serena in mezzo a dieci tra fratelli e sorelle – racconta -. Mio padre lavorava in una piantagione di noci di cocco, e mia madre, oltre ad occuparsi di noi, coltivava l’orto. A casa non ci mancava il nutrimento necessario, ma procurarci anche l’acqua costava tanta fatica. Eravamo poveri, ma non sapevamo di esserlo. In fondo, nel villaggio non c’era chi aveva di più. La loro esistenza procedeva dunque su binari tutto sommato tranquilli. Sino a quando mio padre ebbe un incidente mortale sul lavoro, cadendo dalla cima di una palma. Io, che avevo otto anni, non mi rendevo conto di cosa fosse successo. Dopo il funerale, fu letto il testamento in cui mio padre aveva distribuito i pochi beni pensando a noi ancora piccoli. Ma i suoi parenti non ne tennero conto e si portarono via le capre e gli agnelli che noi allevavamo e che erano così importanti per arrotondare le entrate, specie per le medicine e le spese scolastiche. Successivamente, approfittando dell’assenza di mia madre, svuotarono completamente la casa di tutti i mobili, letti compresi. Henriette conserva molto viva la memoria dello sgomento sofferto. Ricordo anche la fermezza di mia madre: dalla sua bocca non uscì una parola di rimprovero nei confronti di quei parenti. Siamo cristiani – disse – e non dobbiamo giudicare. Ma io, man mano che mi rendevo conto dell’enormità di quella ingiustizia, crescevo con in cuore sentimenti di rancore. La famiglia si smembrò. Lei fu ospitata nella casa di un fratello sposato. Un’altra sorellina, di appena nove mesi, fu affidata a una sorella, non ancora sposata, insegnante in città. La mamma, infine, fu accolta dai suoi parenti nel villaggio natale. Henriette era brava a scuola, si impegnava a fondo e riusciva in tutte le materie. Finite le elementari, mi mandarono in collegio dalle suore. Ma con i pochi soldi che mia mamma riusciva a racimolare non arrivavo a coprire la retta, e dovevo prepararmi il cibo da sola. Crescevo un po’ isolata dalle altre compagne, triste… Ed anche se la domenica ero assidua alla messa, sentivo Dio lontano dalla mia vita. Solo nel mese di maggio, quando nel giardino del collegio recitavamo insieme il rosario, sentivo che il mio cuore si apriva alla speranza. Pensavo allora a mia madre: quante volte l’avevo vista pregare, mentre con le mani doloranti di fatica sgranava la corona!. La domenica, in parrocchia, Henriette aveva notato alcune ragazze che, dopo la messa, si trattenevano ancora a discorrere sul sagrato. Pareva avessero tante cose da raccontarsi. Sembravano contente, affiatate. Anche loro avevano notato quella ragazza troppo triste per la sua età. La invitarono nelle loro case. Ciò che la sorprese fu che lì non ci si limitava a spiegare una pagina del Vangelo – non le mancava la cultura religiosa – ma che c’era anche chi con semplicità comunicava come aveva cercato di applicare quelle parole. Si sottolineavano quella volta le parole di Gesù: Amate i vostri nemici, fate del bene a chi vi fa del male, pregate per quanti vi odiano. Conosceva, eccome, quelle parole. Ma non le aveva mai prese in considerazione. Quel giorno ebbi la forza di guardare dentro di me, alla ferita che avevo sepolto nel mio cuore. Chi erano i miei nemici? Non ebbi dubbi. Pensai a quei parenti, per i quali non avevo mai pregato. Henriette si mise in contatto con sua madre e le espresse il desiderio di andarli a trovare, per un gesto concreto di riconciliazione. A mia madre non sembrava vero: aveva atteso quel momento, anche se non mi aveva mai forzata!. Partirono insieme per il villaggio paterno. Con quel gesto di pace, a sedici anni, mi sentii rinata, finalmente libera da tristi pensieri. Sperimentai una gioia mai provata prima, mentre andavo scoprendo un Dio vicino. Ora, da un anno al Gen Verde, suona con maestria le percussioni. Sicuramente – le chiedo – avrai imparato a suonare il bongo nella tua terra…. No – mi risponde con una risata -, perché in Congo le donne non suonano, danzano e cantano soltanto. Il tamburo è roba da uomini. E allora?. Allora io penso alle parole di Gesù, quando lo accusavano di non osservare alcune usanze. Ricordi cosa ha detto? Io non sono venuto per abolire la legge, ma per compierla. Ecco, io penso che questi antichi strumenti del mio Paese possano essere suonati anche da una donna congolese, perché per Dio non c’è differenza.

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