Soldi pubblici e società nei paradisi fiscali

Alcuni Paesi europei hanno deciso di non salvare con fondi pubblici quelle imprese con sede nei paradisi fiscali, riaprendo il dibattito sul fenomeno del dumping fiscale
©LAPRESSE

La crisi economia e sociale innescata dall’epidemia di coronavirus, che ha portato mezzo mondo in lockdown, ha bloccato l’attività di piccole, medie e grandi imprese che, per non fallire, possono solo essere salvate dall’intervento statale. Infatti, gli aiuti di stato sono straordinariamente consentiti dall’Unione europea (UE). Alcuni Paesi, però, quali Polonia, Danimarca e Francia hanno deciso di escludere dagli interventi di salvataggio quelle imprese che hanno sede nei cosiddetti paradisi fiscali, luoghi dove si pagano poche tasse o per niente, pur operando sul loro territorio.

La Danimarca andrà oltre, escludendo dagli interventi di salvataggio anche le società che, nel 2020 e nel 2021, pagheranno dividendi ai propri soci e quelle che riacquistano le proprie azioni, mentre ha individuato le imprese da escludere tra quelle inserite in una lista, che ha stilato, con 12 Paesi considerati paradisi fiscali (che include Stati quali Panama, le isole Seychelles e le isole Cayman), tutti Paesi che l’UE pone nella cosiddetta lista delle giurisdizioni fiscali non collaborative (che non include, però, molti altri paradisi fiscali).

Inoltre, bisogna considerare che all’interno della stessa UE vi sono degli Stati membri che adottano politiche fiscali, per così dire, accomodanti, per attrare le sedi fiscali delle imprese: Lussemburgo, Belgio, Olanda, Irlanda, Ungheria, Cipro e Malta. Non dimentichiamo, poi, Andorra, la Svizzera, per certi versi la Gran Bretagna e la pletora dei suoi territori d’oltremare (come Gibilterra, Bermuda, le Isole Vergini Britanniche, ecc.).

L’approccio della Polonia, della Danimarca e della Francia è condivisibile, ma andrebbe posto in un’ottica globale, o almeno europea, nella quale bisognerebbe decidersi a contrastare quel fenomeno conosciuto come il dumping fiscale, cioè l’abbassamento delle aliquote e della pressione fiscale per attrarre contribuenti da altre parti del mondo, guadagnandovi comunque in termini di imposte dirette e sui rispettivi consumi locali.

Si tratta anche di una questione di concorrenza sleale perché, in tal modo, imprese e contribuenti possono scegliere dove farsi tassare, secondo la propria convenienza.

Infatti, recentemente, il tema è stato sollevato anche da Roberto Rustichelli, presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, rilevando come il fenomeno sia in crescita nell’UE. Secondo alcuni studi, in tutto il mondo, la somma delle perdite fiscali per gli Stati sarebbe compresa tra i 500 e i 600 miliardi di dollari. Solo per l’Italia, il danno è stimato tra i 5 e gli 8 miliardi di dollari l’anno. Basti pensare a imprese come FCA, che ha trasferito la propria sede fiscale a Londra (e quella legale in Olanda), Mediaset, che ha sede fiscale in Olanda, o Ferrero, che ha sede fiscale in Lussemburgo.

La concorrenza fiscale genera vantaggi a questi Paesi che, proprio come nel caso del Lussemburgo, raccoglie imposte sulle società pari al 4,5% del proprio Prodotto Interno Lordo (PIL), a fronte del 2% di un Paese come l’Italia. È curioso che l’Olanda si opponga all’emissione di strumenti come i coronabond, ma consenta alle imprese di spostarvi i rispettivi profitti, sottraendo agli altri partner europei notevoli importi di tasse: 10 miliardi di dollari all’anno, 1,5 miliardi solo all’Italia.

Proprio in Olanda si contano circa 15.000 società anonime o bucalettere, dette così proprio perché queste avrebbero solo una sede fiscale, dalle quali transitano però 4.500 miliardi di euro all’anno, quasi sei volte il PIL olandese. Queste società, raggruppate sotto il cappello di società conchiglia, sarebbero uno strumento che permette fenomeni di evasione e/o elusione fiscale, corruzione, lavoro nero o riciclaggio di denaro.

L’iniziativa di alcuni Stati di non salvare imprese che pagano tasse altrove ha un senso, però è necessario considerare che quelle stesse imprese hanno sul proprio territorio impianti di produzione e lavoratori e che, dunque, fallimenti e disoccupazione sarebbero comunque un problema da risolvere.

La questione dovrebbe essere affrontata a livello europeo, con un’armonizzazione delle politiche fiscali e con una maggiore integrazione anche in questo settore. L’attuale crisi socio-economica potrebbe essere l’occasione per riformare questo settore ma, al momento, non è all’ordine del giorno.

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