Snowden, gli Usa e le reazioni in Asia

Nel pieno dello scandalo per lo spionaggio internazionale, in molti Paesi asiatici sta cambiando la percezione della gente e dei governi su quali siano i Paesi affidabili: il ruolo emergente (e globale) della Cina. Il nostro corrispondente dalla Thailandia racconta la sua esperienza trentennale
Bangkok

Bangkok è una bella città ed è difficile non amarla: vi sono arrivato ragazzino e qui ho fatto le esperienze che un uomo fa nella vita. Non dimenticherò mai il primo stipendio guadagnato: un grosso assegno color verde del valore di circa 300 dollari! Ero l’uomo più felice del mondo. A quel tempo facevo l’insegnante d’italiano in una grossa ditta. Poi sono passato al commercio: controllavo merce prima dell’imbarco e dovevo recarmi, oltre che in Thailandia, anche in Vietnam.

Era il 1989, il tempo dell’invasione del Vietnam sulla Cambogia, appena finita la guerra con gli Usa. Non era facile entrare in Vietnam, come anche comunicare con le ditte lì. Di notte, dopo il coprifuoco delle 22:30, giravano poliziotti in borghese con i mitra AK 47 a tracolla. Per le strade, gli unici stranieri erano russi, nord coreani, cubani e pochi francesi; gli italiani si contavano sulle dita di una mano. Fu un lavoro difficile: lavorare con i Viet è diverso che con i Thai.

Un giorno, in Thailandia, mi trovavo seduto a prendere un caffè in una località poco fuori Bangkok. Ero distrutto dalla poca onestà che incontravo in quel nuovo mercato. A un certo  punto un uomo mi tocca la spalla e mi dice: «Amico, attento, perché la gente che incontri non ha nessuna etica». E se ne andò. Rimasi col caffè in mano, impietrito. Non ebbi il coraggio di chiedere né chi fosse né come mi conoscesse. Chi era? Giorni dopo lo chiesi a una signora amica, esperta di questioni di sicurezza: «Sarà stato qualcuno che sa dove stai andando e cosa fai».

Nella regione del Sud-est asiatico si è abituati a qualcuno che ti segue e sa cosa fai, come lavori, chi incontri, dove vai e soprattutto cosa dici: Vietnam, Cambogia, Laos, Myanmar. In questi Paesi ho avuto spesso "un angelo custode" alle spalle; era senza ali… ma mi custodiva, a modo suo.

Tanti anni sono passati ed ora abito al centro di Bangkok, in una zona molto controllata, anche se non noti mai nulla di strano e sembra che tutto fili liscio. Qui, come nel resto della Thailandia, di gente ricercata ne hanno presa parecchia. Per fare solo alcuni esempi: nel marzo del 2008 è stato arrestato, in un lussuoso albergo, il trafficante di armi più famoso del mondo, Viktor Bout, di origine russa, ex agente del KGB. Non valsero a nulla le proteste della Russia e due anni dopo, contro ogni regola di legge internazionale, Viktor Bout fu messo su un aereo dell’FBI che lo attendeva da giorni al secondo aeroporto di Bangkok e partì alla volta degli Usa. Attualmente sta scontando una pena di 25 anni.

La lista continua con Riduan Ismuddin (Hambali), arrestato nell’agosto del 2003 nella vecchia capitale di Ayuttaya, a 40 minuti da Bangkok. Era ricercato dalla polizia di tutto il mondo per le bombe del 16 ottobre 2002 a Bali, dove persero la vita 202 persone. Da notare che Hambali era molto vicino al terrorista Ramzi Yousef, uno degli attentatori delle Torri Gemelle, che aveva incontrato a Singapore nel Duemila. A quell’incontro avevano preso parte anche i coordinatori dell’attacco nel porto di Aden, nello Yemen, alla nave americana Cole. Quest’arresto seguì quello del cosiddetto finanziere di al-Qaeda, chiamato Zubair, nel sud della Thailandia, tre settimane prima.

La Thailandia è un posto tranquillo e verrebbe da chiedere come hanno fatto ad arrestare tutti questi terroristi di spicco internazionale. Ma non solo loro. La maggioranza di questi signori del crimine sono negli Stati Uniti.

Indubbiamente il controllo su Internet è fondamentale e imprescindibile per la sicurezza sia nazionale che internazionale. E fin qui, penso, siamo tutti d’accordo. Solo che tutto inizia a complicarsi con l’ormai famoso ex dipendente di una ditta che riceveva subappalti dall’Agenzia nazionale di sicurezza americana, conosciuta in tutto il mondo con la sigla Nsa. Edward Snowden, il 10 giugno 2013, decide, a Hong Kong, di diffondere la notizia secondo cui era in possesso di informazioni sensibili su quanto il dipartimento di Stato americano stava spiando in tutto il mondo e non solo per scopi anti-terroristici, violando la sicurezza personale, la privacy più elementare, fino al controllo di giornali, ambasciate e capi di Stato, anche alleati. È stata una notizia bomba.

Perché Snowden ha scelto proprio la città di Hong Kong? Notoriamente, l’ex città-colonia inglese è sempre stata un crocevia di spie e trafficanti. I tre punti nevralgici dello spionaggio e del traffico illecito in Asia restano, appunto, Hong Kong, Bangkok e Singapore. Sono città bellissime e molto controllate, dove contrattazioni bancarie, trasferimenti di denaro, traffico umano e di droga s’intrecciano in modo unico al mondo. E niente passa senza esser notato o registrato. Una delle ragioni è anche che il  grande flusso di denaro ormai passa per l’Asia.

Edward Snowden sceglie Hong Kong per incontrare Glenn Greenwald, giornalista del The Guardian, per passargli le prove dello spionaggio da parte della Nsa. Si dice che Snowden volesse chiedere asilo politico al governo cinese, cosa che non gli è stata possibile: la Cina non voleva irritare gli Stati Uniti in una questione delicatissima, come lo spionaggio della sicurezza internazionale praticamente di tutto il pianeta, perché di questo si è parlato e si continua a parlare in Asia; le ragioni di questa politica di monitoraggio vanno ben al di là di una politica di antiterrorismo, più che lecita. I cinesi, perciò, si sono voluti chiamar fuori da questa "pentola bollente", che non era ancora completamente esplosa.

Per cui ecco il piano B di Snowden: rivolgersi alla Russia. La posta in gioco è davvero alta: la sua vita. Con un passaporto annullato, il destino di questo giovane sarebbe stato la deportazione immediata verso gli Usa. Edward Snowden è rimasto all’aeroporto di Mosca per circa un mese e a nulla sono valse le minacce, l’annullamento di un incontro tra Putin e Obama. Snowden, al momento, è un uomo libero, con un passaporto di rifugiato politico, valido fino al 31 luglio 2014 emesso dalla Confederazione russa che lo ha accolto. Snowden abita in un luogo segreto, sorvegliato a vista e sembra che inizierà a collaborare con le aziende informatiche russe!

Le reazioni in Asia sono state pesanti, anche perché si capisce che lo spionaggio tocca i centri di potere di qualsiasi Paese e capo di Stato. Si parla di alto tradimento dei propri alleati e di violazione delle regole di etica diplomatica. Il grido che si leva forte, in questi giorni, nel continente asiatico è: «Ma chi si credono d’essere questi americani? Chi gli ha dato il permesso di spiarci? E poi vogliono insegnarci l’etica del business?». È un momento di grande discredito per la diplomazia americana; non passa giorno che non se ne parli e stanno per arrivare ancora altre rivelazioni.

Da tutto questo esce rafforzata la figura della Cina, che non è vista come un Paese totalitario, dove le persone sono costrette a credere solo al governo centrale, dove c’è repressione e poca libertà religiosa. No! La percezione tra i Paesi asiatici è diversa, molto più positiva di quella che la gente ha degli  Stai Uniti e dell’Ovest in generale.

Dobbiamo notare un fatto importante, sempre ricordato nel cuore di molti asiatici: la Cina, lungo la sua storia millenaria, in giro per il mondo da sempre, non ha mai colonizzato nessun Paese. Questo è ampiamente riconosciuto in Asia. Ormai quanto accaduto con Edward Snowden è chiaro: chi voleva ergersi a "poliziotto del mondo", è stato sconfessato dai propri autogol. È tempo di lasciare ad altri Paesi, ad altri pensieri filosofici, la possibilità di esprimersi col proprio peculiare contributo? 

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