Siena tra passato e futuro – 49 ° Spoleto Festival

63ª Settimana musicale senese. Ascoltare e vedere Myung-Whun Chung dirigere le preziosità impalpabili di Ravel (La Valse, Ma mère l’Oye) e l’enorme, ironica e fintamente maestosa Sinfonia n. 5 di S?ostakovic? è sperimentare cosa possa succedere quando un direttore in gran forma, dal gesto convinto e trascinatore ed un’orchestra di primo piano – la Sinfonica Nazionale della Rai – sono uniti nell’ardore di fare musica. Siena apre la Settimana 2006 in questo modo ed è brivido fra il pubblico, rappreso tra le armonie seriche di Ravel e le dinamiche ribelli del grande Russo. Ma se guarda al passato, Siena apre, come sempre, al futuro. Così al Teatro dei Rozzi va in scena Les Cenci prima esecuzione italiana del Teatro di musica di Giorgio Battistelli da Antonin Artaud, per la regia limpida, senza sbavature, di Georges Lavaudant. L’opera si apre con un preludio di suggestione arcaica. Suoni primordiali fanno pensare a voci indistinte della natura tese poi a raggrumarsi, così che le scene – il celebre dramma della famiglia Cenci a fine Cinquecento a Roma col supplizio di Beatrice – si susseguono, nell’allestimento del Thèatre de l’Odèon di Parigi, alternando commenti sonori a recitazione parlata. Il canto, in questo lavoro di Battistelli, tace; ma non l’interscambio parola-suono, tale da indovinare la stretta unità che esiste fra suono parlato e suono strumentale: soluzione coraggiosa e fortemente espressiva del contrasto sentimentale, ardito, amaro, dei protagonisti. Si tratta infatti di una rimeditazione fra padre figlia moglie del dramma familiare dei Cenci – dramma di violenze sempre attuali – che gli attori, con una intensa capacità comunicativa, nel gioco orientaleggiante di luci ombre colori sulla scena, rendono con terribile e vera autenticità. La musica, eseguita dall’ottima Orchestra della Toscana diretta da Luca Pfaff, passa da trasalimenti, sospiri e gemiti anche degli strumentisti a suggestioni sonore le più varie: fino a placarsi in una sorta di corale che viaggia verso il trascendente. Dando alla fosca tragedia un respiro purificatore del male umano. 49° SPOLETO FESTIVAL GUSTAVO DUDAMEL Apre, nell’incanto della piazza sotto il cielo estivo, Gustavo Dudamel, 25 anni, estroso come un Maradona della musica. Con lui la grande Orchestra Filarmonica d’Israele. Ma sotto i riccioli nerissimi del ragazzo-prodigio venezuelano, pupillo di direttori come Abbado Rattle e Baremboim, c’è il fuoco latinoamericano di un vero musicista. Dudamel inizia con l’ouverture dalla verdiana Forza del destino. Tesa, toscaniniana, forse anche troppo. Prosegue con lo straripante Concerto n. 1 per piano e orchestra di Liszt: suona il cinese Yundi Li, classe 1982: tecnica perfetta, fantasia piuttosto controllata. Dudamel però si scatena nella Quinta Sinfonia di S ? ostakovic?. Composta nel pieno terrore staliniano del 1937, atto autopurificatorio di un autore troppo progressista, fu il simbolo della nuova musica sovietica, così ottimistica e fiera nel finale. Dudamel invoca tinte forti, dinamiche serrate, lancinanti, non c’è quiete, mai. Ma nel largo egli sviscera la smisurata malinconia nascosta tra le pieghe di un tessuto sonoro sgargiante e tocca l’anima di S?ostakovic ?, costretta ad una terribile doppiezza artistica e umana. Cosicché i trionfi di fanfare militaresche riemergenti, il finale solare, le arcate melodiche postmahleriane, svelano il loro compromesso, mentre la verità dell’autore si cela nei momenti più distesi. L’aver capito tutto questo e reso quasi con commozione va a merito di Dudamel e di un’orchestra di grandi virtuosi, capaci di ardore e di tristezza infinita nel suono.

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