Serata con Eduardo

«L’uditorio è attentissimo, si respira un clima sacro anche se non abbiamo parlato di Dio. Ma Dio parla proprio quando tace e bussa ai cuori».
Eduardo De Filippo

Una amica mi coinvolge in un suo progetto: formare un salotto culturale a casa sua dove riunirsi con amici a discutere argomenti vari. «Perché non cominci tu? – mi chiede –. Scegli tu l’argomento».

Mi coglie impreparato, ma subito propongo: «Parlerò di Eduardo De Filippo e della sua poesia: è meno nota rispetto alle sue commedie, ma tocca spunti che con poche pennellate descrivono tutto un mondo e un modo di vederlo».

 

È la mia città, Castellammare di Stabia, che mi chiede di dichiararmi, ma io ho un asso nella manica: venticinque anni or sono, a Milano, ho trascorso un’intera sera leggendo ad alcuni giovani amici proprio le poesie di Eduardo. Un’esperienza che, superando la barriera del dialetto, ci aveva consentito di cogliere pensiero e sentimenti di un autore che, pur essendosi professato ateo, esprimeva valori autenticamente umani e spirituali; e che, potenziata dal rapporto di profonda intesa stabilito in quella circostanza nel gruppo, ci aveva lasciati arricchiti.

Arriva il momento: numerosi gli invitati, quasi tutti a me sconosciuti; l’atmosfera è cordiale e percepisco un atteggiamento di attesa positivo. Mi chiedo cosa riuscirò a trasmettere a queste persone, ma ho imparato dalla vita che occorre essere sempre all’altezza delle situazioni e che avere un atteggiamento positivo, di attenzione e di amore ci pone sempre al giusto livello.

 

«Parlaci della filosofia di Eduardo», mi viene chiesto a bruciapelo. «La sua filosofia proviene dalla vita di tutti i giorni, lui non fa che osservarla, amarla e poi descriverla, come ci spiega egli stesso». Leggo la prima poesia (traduco purtroppo questa e le altre, per farmi capire da chi legge).


«La gente che mi vede per strada/ mi guarda e ride. Ride e passa./ Ricordano una mia commedia,/ ricordano che è comica e si divertono./ Ridete per cento anni! Solo,/ ve lo voglio dire per scrupolo di coscienza:/ io scrivo le vicende comiche della gente…/ E a ridere trovate profitto?/ Non credo».

 

«Eduardo – provo a spiegare – ci comunica che gli autori delle sue commedie, siamo noi stessi; e quando ridiamo, ridiamo di noi stessi. Ci elabora ma anche ci ammonisce garbatamente e, con quel “non credo” finale, prende la sua vendetta di autore troppo poco compreso veramente». Un attimo di silenzio, poi quasi tutti, con calma, intervengono a condividere le proprie impressioni. Quanto a me, l’ansia che spesso mi prende in certe occasioni si placa per incanto.

«Eduardo – e passo alla seconda poesia – vive una profonda angoscia esistenziale, come tutti gli artisti: il senso spietato di essere sé stesso, il peso della propria identità, la condanna insita nella finitezza della propria esistenza».


Leggo: «Io vorrei trovare pace;/ ma una pace senza morte./ Una, fra tante porte,/ si aprisse per vivere!/ Perché, insomma, se vuoi pace/ e non sentire più niente,/ devi sperare che solamente/ viene la morte a prenderti?/ Io vorrei trovare pace;/ ma una pace senza morte./ Una, fra tante porte,/ si aprisse per vivere!/ Si aprisse una mattina,/ una mattina di primavera…/ E arrivasse fino a sera/ senza dire “chiudete là”».

 

Entriamo nel vivo del discorso: chi non ha mai avvertito il bisogno di pace, chi non spera e teme insieme la fine dell’inquietudine che ci accompagna e sembra risolversi in un unico, comune finale da tragedia?

Nel salotto la discussione ferve, il tasto toccato è troppo delicato; eppure l’ordine con cui si alternano le opinioni, il rispetto con cui vengono ascoltate mi impongono di riconvertire la mia posizione interiore: non sono l’oratore che deve dire qualcosa, sono parte di un gruppo che sta dicendo qualcosa ad ognuno, anche a me.

 

Proseguo, Eduardo indica la sua soluzione: «Nella bottiglia/ un altro dito di vino/ è rimasto…/ E allora/ che fa,/ me lo guardo?/ me lo osservo/ e dico:/ “Me lo conservo/ e domani me lo bevo?”/ Domani non esiste./ E il giorno prima,/ siccome se ne è andato,/ nemmeno esiste./ Esiste solo/ questo momento/ di questo dito di vino nella bottiglia./ E che faccio,/ me lo perdo?/ Che ne parliamo a fare!/ Se me lo perdessi/ nemmeno la bottiglia mi perdonerebbe./ E allora bevo…/ E questo sorso di vino/ vince la partita con l’eternità!»

 

Ora tocca a me: «Un esistenzialismo che fa breccia sull’essere, sull’esserci, e affida all’attimo presente il compito di “bucare” l’infinito e proiettarcisi dentro. Il sorso di vino, l’ultimo, che assume sacralità proprio quando si consuma, e proprio per questo suo consumarsi scavalca la frontiera dell’eternità».

 

Ma Eduardo va oltre, scava nel mistero del dolore, arriva fin dove l’uomo da solo può arrivare. Oltre questo punto l’uomo ha bisogno di un Dio che si rivela e ne accoglie il grido. «Accendila una lampada davanti al morto,/ pure se il padreterno non c’è,/ pure se l’hai capito con certezza/ che non c’è luce,/ non c’è lampada ad olio,/ né gas/ né petrolio/ o luce elettrica/ che può dare sollievo/ a un defunto/ o una speranza/ a chi è rimasto vivo./ Ma se hai perduto una persona cara/ che ti ha lasciato un dolore nel cuore/, che non è un dolore che fa male/ ma che è solo il dolore di un dolore:/ accendila una lampada davanti al morto./ Non sei contento,/ non ti fa piacere/ vedere questo dolore che fa luce?».

 

Siamo di fronte al mistero del dolore, il mistero dell’uomo: l’uditorio è attentissimo, in silenzio. Posso affermare che si respira un clima sacro anche se non abbiamo parlato di Dio. Ma Dio parla proprio quando tace e bussa ai cuori.

Penso che questo momento non sarebbe possibile se non lo avessi già vissuto, venticinque anni fa, con quei giovani amici di Milano, anche se il contesto di allora era di amore scambievole dichiarato. Ma allora un momento vissuto così serve anche a preparare l’offerta da dare alla mia gente, alla mia città? A preparare le strade al divino? Quello che constato è che una briciola di unità rimasta radicata nel mio cuore per vent’anni in questo momento germoglia. La mia amica che ci ospita mi lascia un biglietto: «Grazie di non aver avuto paura di essere il primo».

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