Se manca l’ossigeno al sistema Paese

La carenza di credito rischia di bloccare l’economia. Le regole europee e la realtà delle banche al di là di facili schemi. La posizione della commissione Economia e finanza di Umanità Nuova
italia euro

Umanità Nuova, espressione sociale del Movimento dei focolari, si propone, con la commissione Economia e finanza, come un soggetto aperto al dialogo sulle ragioni della crisi economica attuale. La sfida consiste nella ricerca di credibili vie di uscita attraverso «un’etica amica della persona», secondo la citazione della “Caritas in Veritate” di Benedetto XVI, che il gruppo di lavoro ha scelto di porre nell’invito al primo laboratorio sperimentale rivolto agli operatori bancari e assicurativi. Alle nostre domande rispondono, ci tengono a precisare, come espressione e portavoce di un gruppo di lavoro, Gabriele Consili e Sandro Vergari.
 
Cominciamo da una domanda che abbiamo posto ad altri interlocutori e che sembra porre in conflitto le esigenze pubbliche degli Stati e gli interessi particolari delle banche. Perché la Bce, Banca centrale europea, concede prestiti alle banche al tasso minimo dell’1 per cento e non direttamente agli Stati?

«Le banche costituiscono l’ossatura del sistema finanziario di un Paese e il sistema finanziario sorregge l’economia. Finanziare le banche significa comunque dare ossigeno al Paese. Il prestito diretto agli Stati formalmente è precluso dallo Statuto della Bce, che dovrebbe essere cambiato allo scopo. Il motivo di questa esclusione è che la missione della Bce è esclusivamente quella di garantire la stabilità del sistema monetario e il controllo dell’inflazione e non, come quella della Fed (Banca centrale americana), anche la crescita economica e, di conseguenza, la salvaguardia dei livelli di occupazione.

«La Bce non può, per regolamento, sottoscrivere in maniera diretta titoli emessi da Stati sovrani, cioè in aste di collocamento (come invece fanno le Banche per conto dei loro clienti). Lo ha sempre fatto, e continua a farlo, sui mercati secondari, cioè su titoli già emessi, che sono quotati sul mercato, a prezzi e quantitativi trasparenti, dove si incontra domanda e offerta, come qualsiasi operatore. Da questa situazione si deduce che la Bce non può direttamente concedere prestiti agli Stati sovrani».
 
Quali sono le motivazioni di una regola del genere?
«Il fatto che ha spinto la Bce a concedere prestiti alle banche a tasso minimo è causato dalla grossa contrazione dei prestiti tra le stesse banche, i cosiddetti "overnight", o i depositi interbancari, proprio perché a causa della crisi le banche si fidano meno le une delle altre. La liquidità è ridotta, anche per via di incrementi di posizioni insolventi o con rientri di prestiti meno puntuali; ecco allora la necessità di intervento della Bce, la “banca delle banche”, che ha ragione di esistere proprio perché deve supportare e fare una sorta di compensazione e di equilibrio economico-finanziario.

«L’impostazione europea risente delle preoccupazioni del governo tedesco, il quale teme in sostanza che, se si cedesse alla tentazione di finanziare senza limiti il debito pubblico (una manovra che equivale alla “produzione” di nuovo denaro), si aumenterebbe eccessivamente l’inflazione, ponendo eventualmente le basi per una ripetizione della tragica esperienza di iperinflazione verificatasi in Germania nel periodo tra le due guerre. Da qui l’intransigenza senza condizioni nell’esclusione della possibilità di finanziare direttamente gli Stati».
 
Ma le regole non potrebbero cambiare? 
«Per completezza si può segnalare che una parte degli economisti sostiene che in determinati contesti economici recessivi, come quello odierno, una riduzione delle tasse, e magari un ampliamento della spesa pubblica per finanziare investimenti, genererebbe minori effetti negativi sul debito pubblico di quelli generati dall’aggressiva austerità fiscale tanto d’attualità in questo momento; e che anche una moderata inflazione (che, ricordiamo, equivale anche a una tassa a carico dei più poveri), in certi momenti, se accompagna la crescita, è un “male minore” rispetto alla recessione, come quella che stiamo vivendo in questo momento. Come abbiamo visto, del resto, la stessa impostazione della Banca centrale degli Stati Uniti è radicalmente diversa da quella della Bce».
 
Le stesse banche, in questo momento, tendono a non accordare prestiti a famiglie e imprese, ma investono sui titoli pubblici guadagnando sulla differenza dei tassi di interesse. Quale logica viene seguita?
«Diciamo subito che non è del tutto vero che le banche abbiano del tutto “chiuso i rubinetti”: se così facessero, in pochi mesi il sistema collasserebbe. Stanno provvedendo invece a una maggior selezione, a una riduzione degli importi concessi in finanziamento applicando maggior prudenza e, se vogliamo, severità di istruttoria, proprio considerando la difficile congiuntura.

«Se vogliamo individuare la destinazione dei prestiti concessi dalla Bce, possiamo grosso modo identificare tre canali: il primo è quello appena descritto; il secondo è stato destinato da alcune banche al rimborso di obbligazioni da loro emesse, con scadenza in questi mesi, che difficilmente sarebbero state onorate totalmente, a causa dei motivi sopraelencati; il terzo è quello citato nella domanda, la sottoscrizione di titoli di Stato che vengono collocati dalle Banche italiane a "riserva", ordinaria o straordinaria, così come disposto dalla legge. Sinora questa voce di bilancio era coperta dagli utili netti che le banche ottenevano nella loro attività; utili che in questi ultimi anni si sono ridotti».
 
Come operano, quindi, le banche in questo periodo di crisi?
«Da una parte è opportuno che le banche “domestiche” investano nei titoli di debito pubblico del proprio Stato in quanto questo supporta la domanda e rende meno drammatiche le conseguenze del crollo di fiducia da parte degli investitori esteri; d’altra parte in un contesto di crisi economica le aziende già “solide” tendono a non chiedere prestiti in quanto non vedono opportunità di investimento o di ampliamento produttivo, le aziende già indebitate e in crisi chiedono prestiti ma le banche li erogano con parsimonia per il rischio di insolvenza: ricordiamoci che i soldi che le banche prestano sono dei depositanti e che in caso di fallimento di una banca i risparmiatori ne sopporterebbero le conseguenze.

«In questo contesto le banche di proprietà statale e quelle che si muovono con logiche “pubbliche” e “sociali” potrebbero aiutare a invertire il circolo vizioso attraverso una “forzatura” dei normali parametri rischio-redditività degli impieghi, rispetto ad intermediari totalmente “privati” il cui unico principio è il profitto e la redditività dell’azienda-banca». 
 
Tutto dipende, quindi, dalla volontà delle banche ?
«Occorre fare molta attenzione: oggi si tende ad addossare alle banche anche colpe che queste non hanno, e per la cui soluzione le leve sono altrove. Oggi le banche italiane non sono più (solo) quella sacca di ricchezza e inefficienza dell’immaginario collettivo; la crisi economica delle aziende e la crisi del debito pubblico italiano le ha pesantemente colpite, il loro valore di borsa è crollato, e molte hanno difficoltà a reperire a loro volta risorse dovendosi indebitare (con offerte sui conti correnti o sulle obbligazioni) a tassi elevati.

«Oggi in Europa si assiste a una crisi di fiducia fra gli stessi stati che fanno parte dell’area euro: sia i privati che le banche di uno stato tendono ad acquistare solo i titoli del proprio stato. Il mercato finanziario, da europeo, sta tornando “nazionale” soprattutto per ciò che riguarda le banche e gli stati. Questo fenomeno di “divisione” contribuisce ad aggravare la crisi economico finanziaria. Secondo molti si sta avvicinando un punto di non ritorno, nel quale l’alternativa alla disgregazione dell’euro (con il potenziale "default” di alcuni stati europei periferici e delle relative banche) può essere rappresentata solo dall’unione politica e fiscale europea, e quindi la mutualizzazione dei debiti dei singoli stati in capo all’Unione monetaria europea».

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