Scuole estreme

Accade che i figli degli immigrati vengano confinati in istituti scolastici che hanno tutte le sembianze di ghetti, con scarsissima visione del futuro prossimo
ph pixabay

Provincia italiana profonda, dalle parti delle regioni centrali, fino a poco tempo fa di tradizione comunista. Converso con un gruppo di docenti di scuola media inferiore e superiore. Sono stanchi, direi esausti, il vaso è pieno, trabocca. Accade da alcuni anni, ormai, che i criteri di iscrizione degli alunni negli istituti scolastici della loro città non siano più esclusivamente territoriali ma di altri, cosicché gli iscritti sono solo in parte del territorio: i figli degli immigrati del quartiere qui trovano posto, mentre i genitori italiani, che pur vivono nei dintorni, iscrivono i loro figli in altri istituti della città, perché «altrimenti non imparano nulla in queste classi di stranieri». E le famiglie di immigrati che abitano in quartieri invece più “italiani” si vedono costretti a iscrivere i loro figli in quegli istituti periferici, perché le scuole del quartiere hanno rifiutato l’iscrizione dei loro figli adducendo motivi di sovraffollamento e di presunte priorità.

Alla fine, più dell’80% degli iscritti in tali scuole periferiche è di origini non italiane, con classi che contano addirittura una quindicina di nazionalità diverse. Per di più, ogni classe si ritrova con almeno due o tre disabili, con insegnanti di sostegno che coprono appena un terzo dell’orario di lezione, anche se i ragazzi hanno bisogno di assistenza continua. Inoltre, spesso e volentieri, il livello di pratica della lingua di Dante e Petrarca è così bassa che gli allievi debbono seguire i corsi di avviamento allo studio dell’italiano. Risultato: un ghetto.

Nel ghetto ci si sente dei paria, dei dalit, dei fuoricasta. Si vive in tribù, o in clan, sistemi sociali che solidarizzano per la pressione esterna sfavorevole, col risultato di mitigare l’aggressività ad intra, ma con un aumento ad extra, verso gli “italiani”, verso le regole che la nostra società si è data negli anni e nei decenni. Aumentano così le azioni trasgressive, se non francamente violente del branco, di quei sotto-clan formati da ragazzi che non hanno il controllo diurno dei genitori, troppo impegnati sempre e solo a guadagnare il pane, il companatico e qualcosa di più, disertando per tutta la giornata il loro domicilio.

Così accade in gran parte delle provincie italiane, contando sulla tolleranza, sull’occhio chiuso di comuni, regioni, provveditorati e ministero. Il problema è che noi avremmo estremo bisogno di questi ragazzi e di queste ragazze – molte delle quali, purtroppo, disertano la scuola dell’obbligo per badare ai fratelli e alle sorelle minori a casa, mentre i genitori lavorano –, che son i futuri italiani, perché il nostro sistema sociale ed economico soffre di cronica carestia umana, di siccità della natalità. Siamo il Paese al mondo, o quasi, che fa meno figli, con un saldo di popolazione negativo in valore assoluto, e più che negativo in quello delle persone abili a lavorare. Abbiamo bisogno di questi ragazzi, ma rischiamo di perderli per un’integrazione andata a male. La Germania, per fare un esempio, vede il bilancio del ministero dell’Istruzione pubblica in aumento costante, nonostante le crisi e le guerre, mentre da noi, purtroppo, da decenni avviene il contrario.

Ulteriore elemento che mette a rischio l’integrazione di tanti, troppi figli di immigrati, è che questi potenziali italiani vedono la sostituzione – come primi educatori – dei genitori, troppo impegnati nel lavoro, e degli insegnanti scolastici, troppo presi dal tenere in un minimo di ordine le proprie classi. Ormai è il telefonino a essere diventato l’educatore principale, un modo che tanti padri e tanti madri accettano per tenere occupati i propri figli. Il cellulare appare docile, sottomesso, sempre disponibile, parla la propria lingua d’origine, educa (si fa per dire) alle relazioni umane e pure alla sessualità, fa incontrare nuovi amici vicini e lontani, aiuta pure a fare i compiti, ma in misura molto limitata… E poco importa se fa aumentare il risentimento verso i coetanei integrati e più ricchi, se fa crescere la xenofobia e rafforza identità radicaleggianti.

«Mi rendo conto che il futuro del Paese dipende anche dalla mia capacità di formare questi ragazzi e queste ragazze – conclude uno degli insegnanti che hanno vuotato il sacco –, ma i nostri sforzi vengono vanificati dalla mancanza di tempo e di risorse, ma ancor più dalla ghettizzazione dei nostri plessi scolastici. Anche qui c’è bisogno di più Stato. Non bastano i doposcuola organizzati nelle parrocchie cattoliche con spirito sussidiario, tra l’altro per bambini in massima parte musulmani. Serve più Stato».

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