Scenari mondiali: il ruolo della Cina

Viviamo giorni drammatici e fluidi, ma sarebbe un errore concentrarsi solo sul conflito Russia-Ucraina. Il teatro è ben più ampio e la Cina di Xi Jinping punta a consolidarsi come uno dei narratori principali, l’unico game master in grado di contrapporsi agli Usa nell’incontro-scontro fra due mondi
Scenari Cina
Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, a destra, e il presidente cinese Xi Jinping si stringono la mano prima del loro incontro a margine del vertice del G20, lunedì 14 novembre 2022, a Nusa Dua, a Bali, in Indonesia. (AP Photo/Alex Brandon) Associated Press

Un anno di guerra in Ucraina, un popolo martoriato con migliaia di morti, anche fra i civili e con non pochi bambini e donne, per non parlare di anziani. Ma anche città e villaggi rasi al suolo senza un perché. Se, infatti, la guerra è sempre assurda, e questa in particolare, ancora più incomprensibile è una violenza cieca che distrugge quanto di più caro milioni di persone avevano costruito per il loro presente e il loro futuro: case, scuole, ospedali, posti di lavoro, fonti energetiche.

Eppure, non possiamo nasconderci che il panorama deve essere ampliato. Come è stato per molti altri Paesi distrutti da altri conflitti assurdi come il Vietnam, il Libano, l’Afghanistan, la Siria – solo per fare alcuni esempi fra i più noti, ma ce ne sarebbero molti altri –, anche per l’Ucraina cresce la sensazione o la coscienza che si tratti di un conflitto che si combatte per procura in casa d’altri. I grandi protagonisti sono senza dubbio gli Usa e la Russia, che hanno ingaggiato una guerra per ristabilire gli equilibri geopolitici del mondo. Ma anche la Cina, nella sua apparente neutralità, sta combattendo una guerra importante con gli Usa.

Se, infatti, Putin cerca di riconquistare una parte di quella che considera una porzione della Grande Russia, Xi Jinping ha palesato fin dall’inizio una posizione ambigua. Non hai mai optato per una alleanza, ma, allo stesso tempo, non ha nemmeno espresso una condanna o preso le distanze dalle decisioni putiniane. Il massimo a cui è arrivato è stato il famoso «non è il momento di fare la guerra» con il quale aveva cercato di smorzare le velleità del padrone del Kremlino.

L’impressione costante è che la Cina più che guardare all’Ucraina e alla Russia, non abbia mai distolto lo sguardo da Washington. Il grande sogno di Xi Jinping non è solo quello – ormai assodato – di restare al potere fino alla morte, nuovo imperatore dell’Impero di mezzo. Lo sguardo interno, sebbene cruciale, è infatti dettato anche dalla prospettiva esterna. La Cina è ben consapevole di essere oggi l’alter ego alla monopolarità americana emersa con il crollo del mondo sovietico. Putin, sebbene possieda atomiche e tenga in scacco il mondo con la paura di usarle da un momento all’altro, sta mostrando di aver perso il treno per tornare a rivendicare per la Russia il secondo polo di quel mondo bi-polare che aveva attraversato quattro decenni del secolo scorso.

Tuttavia, il discorso fra la Cina e gli Usa non si limita solo alla potenza militare. Va ben oltre. Quello che è in gioco fra le due superpotenze attuali è una visione del mondo che si esprime in modo opposto. Pechino è da tempo convinta che gli Usa con la loro “civiltà” siano arrivati al capolinea del dominio ‘culturale’ e, quindi, anche finanziario, economico e militare. Alcuni osservatori asiatici parlano di una ‘crisi mortale’ del mondo americano.

Agli occhi di un attento osservatore cinese, spesso defilato ma solo apparentemente, gli Usa hanno perso appuntamenti importanti con la storia, come è accaduto in Iraq, in Siria ed in Afghanistan. Non si tratta solo di una questione militare, ma anche di una visione del mondo. Inoltre, devono fare i conti in casa loro con una società altamente polarizzata, tanto da mettere a repentaglio la democrazia, come ha dimostrato l’assalto al Congresso perpetrato al termine della presidenza trumpiana. Pechino percepisce anche i disagi sociali che gli Usa vivono, sia a livello etnico che razziale (non è necessariamente la stessa cosa), ma anche di industria ed economia interne, con periferie e ghetti sempre più problematici, e migranti che costantemente tentano di scalare un muro che corre per centinaia di chilometri a difendere i confini meridionali da messicani, venezuelani, honduregni e così via.

Quello che sta emergendo sempre più, e che sarebbe necessario evidenziare ed approfondire, è un incontro-scontro fra un mondo che viene dalla prospettiva confuciana e quello che viene, invece, dalle grandi rivoluzioni del mondo moderno occidentale (quella inglese del 1648 e quella francese del 1789, senza ignorare proprio quella americana del 1776). Quelle europee e quella americana furono fenomeni di rivolta sociale per ottenere giustizia, libertà e uguaglianza.

Le rivoluzioni, come ben sappiamo – e quelle cinesi non le conosciamo certo dai nostri libri di scuola – non sono mancate neppure nel ‘regno di mezzo’. Il mondo confuciano ha attraversato epoche diverse – momenti in cui il crollo definitivo sembrava inevitabile – restando, tuttavia, radicato nella convinzione che l’unità del regno-impero deve essere mantenuta ad ogni costo. Solo se lo stato centrale resta forte, tutto si sistema e nessun pericolo esterno può creare una crisi irreversibile. E gli sviluppi della gestione recente – sinonimo di Xi Jinping – ne sono una dimostrazione.

La Cina che sta crescendo conosce certamente anche battute d’arresto – e il Covid ha segnato forse la più inattesa e tremenda – ma il sistema che propone, sebbene ancora distante da quello americano, rappresenta il vero ‘polo alternativo’ nella geopolitica mondiale. Da qui l’atteggiamento, che potremmo definire ‘sornione’, tenuto dal gigante asiatico nella crisi europea. La Russia cerca di ricostruire il suo impero e la Nato di espandersi in Europa: l’Ucraina fa le spese di tutto questo e si vede uccidere migliaia di figli e figlie, e distruggere il Paese. Ma il vero confronto è quello che si sta giocando con tecniche assolutamente diverse fra Pechino e Washington, e che potrebbe passare anche da Taipei. Viviamo giorni drammatici e fluidi, ma sarebbe un errore fatale concentrarsi solo sulla questione Russo-Ucraina. Il teatro è ben più ampio.

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