Scalabrini, la santità sulle strade dell’esodo

Il 9 ottobre 2022 Giovanni Battista Scalabrini sarà proclamato santo. La missione di farsi tutto a tutti, in particolare con l'uomo migrante. La spiritualità dell'incarnazione: preghiera, contemplazione e azione. Intervista a Giulia Civitelli, missionaria secolare scalabriniana

Il 9 ottobre 2022 Giovanni Battista Scalabrini sarà proclamato santo. In occasione di questa grande festa per la chiesa universale abbiamo intervistato Giulia Civitelli, missionaria secolare scalabriniana. Giulia ha 37 anni, è medico specialista in Igiene e Medicina Preventiva (Sanità Pubblica), responsabile del Poliambulatorio della Caritas Diocesana di Roma per persone in condizioni di marginalità sociale.

In che modo la famiglia scalabriniana si sta preparando al momento della canonizzazione?
La notizia della canonizzazione di Scalabrini è arrivata durante l’anno scalabriniano, indetto dal 7 novembre 2021 fino al 9 novembre di quest’anno (venticinquesimo anniversario della Beatificazione di Giovanni Battista Scalabrini). Come famiglia scalabriniana stavamo già proponendo diversi appuntamenti per riscoprire e fare conoscere la figura del padre dei migranti. La notizia della canonizzazione è arrivata come una bella sorpresa proprio nel corso di quest’anno, il cui motto era la frase di Scalabrini: «fare patria dell’uomo il mondo».

Dal momento in cui abbiamo avuto la conferma della data durante il concistoro del 27 agosto in cui papa Francesco ha annunciato che Scalabrini e Artemide Zatti sarebbero stati proclamati santi il 9 ottobre, è iniziata una preparazione intensa, anche molto operativa per questo momento. È una preparazione che tocca e aiuta ciascuno di noi – i consacrati nella famiglia scalabriniana e le persone vicine al carisma – ad andare in profondità, a riscoprire l’attualità di questo vescovo che è stato dinamico, forte, appassionato, che ha vissuto una spiritualità incarnata. Poi c’è una preparazione operativa che è bella perché ci fa collaborare ancora di più come famiglia scalabriniana, con tanti laici e amici «sulle strade dell’esodo».

Lei come si sta preparando?
Per me diventa una provocazione ad approfondire l’ispiratore della nostra comunità – non fondatore perché noi siamo nate come Istituto secolare nel 1961, in Svizzera, in un contesto scalabriniano, grazie al di Adelia Firetti, prima missionaria – e di sentirlo sempre più una persona viva, vicina a me. Mi ha fatto sorridere una battuta di mia madre che ha detto: «Ora che abbiamo un santo in famiglia, si deve dare da fare!». Poi sarà una preparazione che durerà tutta la vita perché c’è ancora tanto da scoprire di questo santo vescovo.

Quale aspetto del carisma di Scalabrini l’ha attirata di più nel fare la scelta della consacrazione?
Sono nata a Roma e sono vissuta nella zona della casa generalizia dei missionari scalabriniani, ma non avevo mai avuto l’opportunità di conoscerli fino a che sono arrivata in Svizzera, invitata da Bianca – missionaria, medico, che in quel momento era responsabile del Poliambulatorio Caritas dove prestavo servizio come volontaria –, a partecipare a un campo estivo organizzato dal nostro Istituto secolare.

Lì ho iniziato a sentire parlare di Scalabrini, della sua missione di farsi tutto a tutti e in particolare di essere vicino all’uomo migrante. Della sua figura la prima cosa che mi ha attratto è stata la sua spiritualità dell’incarnazione. Era un uomo che univa preghiera, contemplazione e azione e questa credo sia la cartina al tornasole della vera fede. Conoscere il carisma scalabriniano, in particolare vissuto nella secolarità, nelle situazioni ordinarie della vita, in un laboratorio di comunione nelle diversità, mi ha affascinato. Sono stata attirata da Cristo, da una vita alla Sua sequela, consegnata totalmente a Dio Padre, nella quale camminare migrante con i migranti, accompagnandoli, mettendomi al loro servizio quando necessario, e soprattutto imparando, con loro, a scoprirci tutti già appartenenti all’unica famiglia umana.

La canonizzazione di Scalabrini è un segno forte in questi tempi…
Scalabrini diventa santo senza un secondo miracolo. Il 1° giugno 2022 si celebra la festa di Scalabrini e qui a Roma c’è stata una Messa celebrata dal cardinale Parolin. Era appena arrivata la notizia della canonizzazione e in quell’occasione il cardinale, anche a nome di papa Francesco, ha sottolineato come il papa avesse voluto approvare la scelta di canonizzazione di Scalabrini per dare anche un segno forte al mondo di un santo vicino ai migranti, di un vescovo che ha avuto questa attenzione. È anche un bel segno che venga canonizzato insieme a un migrante, un laico consacrato salesiano, Artemide Zatti, italiano migrante in Argentina, infermiere che poi ha avuto anche la capacità di stare accanto ai malati.

L’intuizione di Scalabrini, la missione verso i migranti e i rifugiati, è ancora molto attuale. Cosa dice oggi a noi?
Come dicevo, il motto di questo anno scalabriniano è la frase di Scalabrini «fare patria dell’uomo il mondo», cioè riconoscersi tutti come facenti già parte di un’unica grande famiglia nella quale siamo tutti figli di un unico Padre. Scalabrini aveva questa visione profetica delle migrazioni, diceva che la presenza dei migranti ci aiuta, anche attraverso le difficoltà e il dramma che vivono, a renderci conto che siamo già parte di un’unica famiglia umana. Questo è ancora molto attuale e la diversità che noi vediamo nella migrazione diventa poi una lente di ingrandimento per le diversità che abbiamo tutti noi. Vedere i migranti non solo come persone da aiutare ma come persone da valorizzare, che ci portano una ricchezza, che molto spesso è una ricchezza di fede perché in una Europa secolarizzata che sta un po’ perdendo la fede, la forza della fede di tanti migranti – penso ai migranti iracheni, eritrei, costretti a fuggire a causa della fede -, diventa un risveglio anche per la nostra fede cattolica. Incontrare migranti di fede diversa, che conoscono bene la loro fede, diventa occasione per noi di andare ad approfondire la nostra fede.

Non sempre, però, è facile accogliere…
L’accoglienza della diversità non è mai automatica. Scalabrini aveva una grande spiritualità dell’incarnazione e il suo centro era Gesù, in particolare Gesù crocifisso. Per vivere la comunione tra le diversità si deve passare dall’accoglienza di Gesù Crocifisso, da quella dinamica di morte e vita che è la dinamica pasquale che si vive in ogni relazione perché sappiamo che la diversità ferisce, ci tocca nell’intimo, ci mette paura, ma se passiamo attraverso quella ferita, da lì può nascere una società nuova.

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