Sars-Cov-2 e COVID: perché dobbiamo smettere di considerarli la stessa cosa

Il numero dei pazienti positivi asintomatici in ospedale aumenta e il virus continua e continuerà a circolare generando nuove ondate di contagi, ma essere positivo al Sars-Cov-2 non è sinonimo di avere il Covid: che vuol dire?

In questi giorni, a margine delle tragiche notizie sulla guerra di invasione dell’Ucraina, molti media riportano con allarme la notizia di un nuovo aumento dei casi di positività al Sars-Cov-2, sul territorio e fra i ricoverati in ospedale.

Ma in questa fase della pandemia, osservare i consueti indicatori non è sufficiente per dare una interpretazione corretta della situazione e si rischia di confrontare numeri dal significato molto diverso.

Il punto nodale è che, rispetto alle precedenti fasi di picco, risalenti all’autunno scorso, un virus diverso sta circolando in una popolazione ormai largamente immunizzata. Ciò ha alcune notevoli conseguenze, soprattutto sull’impatto che la positività ai test diagnostici ha sulla salute delle persone.

Il Sars-Cov-2 è, e rimane, un virus molto contagioso; la sua diffusione in uno scenario globale e alcuni (probabili) ulteriori salti di specie hanno portato a numerose rapide mutazioni, con l’emersione di ceppi virali ancora più bravi a diffondersi fra uomo e uomo. A questa diffusione sembra, anche se non è ancora pienamente evidente, accompagnarsi una minore capacità di generare infezioni gravi, soprattutto nelle persone che hanno sviluppato una precedente forma di immunità (ossia i vaccinati, i guariti, o un mix delle due condizioni).

Questo fenomeno è comune a tutte le malattie infettive epidemiche: dopo le prime fasi di interazione con una popolazione vergine, i patogeni si adattano, e ancor di più si adattano i loro ospiti, sviluppando meccanismi di resistenza che consentono di sopravvivere, senza esiti di malattia, alla presenza del microrganismo nel corpo.

Lo scenario, che in termini tecnici prende il nome di “portatore asintomatico“, è comune a una infinità di patologie, dall’herpes alla salmonellosi, dalla mononucleosi all’epatite; anche se non sempre tale convivenza è benigna per l’ospite, si tratta di un meccanismo di adattamento naturale, che la vaccinazione contribuisce a facilitare.

In questo scenario non è corretto mettere sullo stesso piano coloro che risultano positivi ad un test diagnostico, che rileva la presenza del virus o parti esso sulle mucose, con coloro che invece sviluppano una sindrome infettiva, con segni e sintomi.

In sintesi, essere positivo al Sars-Cov-2 non vuol dire avere la Covid-19.

Lo stesso ragionamento va applicato ai ricoveri ospedalieri: i pazienti degenti in ospedale vengono attualmente tutti testati per il Sars-COV-2 e quelli che risultano positivi non sono necessariamente infetti e ammalati, anche se in un luogo popolato da pazienti vulnerabili come l’ospedale è necessario prendere ogni precauzione affinché non possano trasmettere inconsapevolmente il patogeno ad altri degenti.

La quota di pazienti positivi asintomatici in ospedale è in continua crescita: una recente survey dell’Agenzia Regionale di Sanità Toscana, ad esempio, ne stima il numero nel 45-60% del totale dei ricoverati positivi.

La gestione nel tempo di questo fenomeno richiede nuove forme di assistenza dedicata ai positivi, diverse dall’isolamento nelle aree COVID, da riservare ai casi di infezione sintomatica grave. Ciò permetterà di liberare risorse per la prevenzione e l’attività programmata, oltre che migliorare l’assistenza specialistica per entrambi i gruppi di pazienti.

Cosa aspettarci dunque per il prossimo futuro, e come gestire questa nuova fase della circolazione del virus nella popolazione, assicurando allo stesso tempo una vita sociale normale e la sicurezza delle persone?

Anzitutto, è necessario comprendere che il virus continuerà a circolare, con nuovi picchi e ondate di positività, che saranno in larga parte asintomatiche fra coloro che sono protetti; monitorare il fenomeno è importante, e vanno messi in evidenza, fra i casi e fra i ricoveri, i numeri di coloro che sviluppano forme infettive sintomatiche. Ciò fornirà il principale “campanello d’allarme” per indicare un calo dell’immunità, o l’insorgenza di nuovi ceppi virali più aggressivi, e permetterà di guidare con responsabilità il progressivo allentamento delle restrizioni generalizzate, tornando ad una situazione di vita sociale quanto più possibile libera da limitazioni.

L’efficacia della vaccinazione, che protegge in maniera assai elevata dalle forme sintomatiche e gravi, andrà parimenti monitorata, analizzando il tasso di reinfezione sintomatica fra i vaccinati nel tempo: soltanto questo parametro ci darà l’informazione per comprendere se e quando sarà necessario sottoporsi ad ulteriori richiami, eventualmente con una versione “aggiornata” dell’antigene virale.

Né più né meno di quando avviene per altre malattie, come l’influenza o la meningite. E per favore: smettiamo di contare le dosi; è concettualmente sbagliato, visto che i richiami non servono a potenziare l’immunità, ma solo a mantenerla attiva nel tempo.

Va da sé che la vaccinazione, se limitata a gruppi privilegiati di popolazione e di Paesi ricchi, non sarà sufficiente ad impedire che nuove varianti si sviluppino laddove scegliamo di non guardare, rischiando di riportaci indietro o far ricominciare tutto d’accapo.

L’ultima considerazione per il futuro è di carattere ancora più generale: il Sars-Cov-2 deve insegnarci qualcosa sul nostro rapporto con l’ambiente e indurci a riflettere sul “lato oscuro” dell’impatto delle attività umane sull’ecosistema. La lezione delle pandemie, di cui l’attuale è solo un capitolo, è strettamente collegata al concetto di interdipendenza biologica: l’essere umano tratta in maniera sconsiderata le nicchie ecologiche che incontra, modificando equilibri delicati e dagli esiti imprevedibili, e contribuisce a generare fenomeni di “spillover” di patogeni che possono rivelarsi devastanti, come in questo caso.

Dobbiamo riflettere su questi temi quando parliamo di politiche vaccinali globali, di gestione delle crisi umanitarie o dei disastri ambientali. Ed essere consapevoli che, ogni volta che scegliamo di non intervenire, stiamo gettando le basi per la prossima pandemia.

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