Sanremo 2024, la voglia di cantare insieme

Prosegue col vento in poppa il 74° Festival della Canzone Italiana. Ascolti fantastici, polemiche al minimo per un evento che è tornato a riunire l’Italia più che a dividerla. Ma su tutto si erge l’approccio rassicurante di Amadeus e la voglia d’evadere dalle inquietudini del presente. A vincere la serata dei duetti, Geolier con un supergruppo di colleghi partenopei
Geolier e Gigi D'Alessio al Festival in Sanremo, 9 febbraio 2024. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Nato in tutt’altra Italia, vogliosa di lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra e gli stenti del quotidiano, cresciuto e fortificatosi negli anni del boom, finito in disgrazia nel decennio seguente, e risorto negli ’80, il Festivalone nostro serviva soprattutto all’indotto, ovvero a garantire tournée ai protagonisti e ai loro impresari, soprattutto per quei brand di troppo scarso appeal per riuscire a galleggiare autonomamente sui mercati. Ma da qualche anno Sanremo è tornato a risplendere, al punto che perfino chi un tempo lo snobbava oggi lo rincorre come la migliore delle occasioni promozionali; e ciò vale, da qualche anno ormai, anche per i grandi nomi, quelli che davvero oggi guidano i mercati, star del (t)rap in primis.

Un festival guardato da tutti, criticato e sbeffeggito da molti, snobbato da pochi, almeno a giudicare dagli ascolti stellari di queste serate, a ribadirci che anche nel Terzo Millennio Sanremo è diventato un evento imprescindibile: troppo grande, troppo rumoroso e ingombrante per liquidarlo come un programma qualunque. E a confermarlo è arrivato anche il Fantasanremo: una guasconata che però quest’anno sta coinvolgendo oltre 2 milioni e mezzo di utenti e più di 4 milioni di squadre.

Ieri, quarta serata, quella tradizionalmente dedicata ai duetti. Una bella invenzione (di Fabio Fazio, se non ricordo male), che oggi compie 10 anni e che continua a funzionare (ieri 67,8% di share, la migliore serata di sempre del venerdì), dispensando di norma ben più emozioni di quelle garantite dalle canzoni in gara, certificando al contempo l’ansia di condivisione che qui si respira quest’anno (anche se lascia perplessi in questo contesto, la scelta di mettere in passerella anche classici non italiani). Tra i più di 170 artisti sfilati sulla ribalta dell’Ariston ieri sera, vinta da Geolier nel segno di una napoletanità transtilistica, hanno brillato in particolare, Annalisa con la sua citazione degli Eurithmics, il giovane Alfa in coppia con lo stagionatissimo Vecchioni, e ancora la Mango ad omaggiare il compianto papà, Mahmood a citare Dalla con i Tenores di Bitti, i Negramaro con Malika Ayane e la battistiana Canzone del sole, il medley di Ghali con Ratchopper. Un’abbuffata di classici interpretati con rispetto e passione da quasi tutti.

Ma come accade da tempo, quasi ad emendarsi dalle sue evanescenze, il Festival continua a spruzzare qua e là tematiche e valori importanti e con modalità più o meno convincenti: la condizione dei malati con Allevi, la violenza di genere con l’Alfabeto dell’amore proposto dal cast di Mare fuori, le morti sul lavoro col brano L’uomo nel lampo, l’inedito proposto da Stefano Massini con Jannacci figlio, ma anche gli appelli pacifisti di Dargen D’Amico e Ramazzotti. Ma tutto proposto un po’ alla rinfusa, mischiando i guai dell’agricoltura e i disagi giovanili, bullismo e il ballo del qua qua, i 70 anni di Romagna mia e i problemi dei migranti: c’è spazio per tutti in questa enorme centrifuga dello spettacolo made in Italy.

Nel frattempo, Spotify ha decretato che la compilation sanremese è al momento la più ascoltata al mondo, mentre sulle piattaforme impazzano, nell’ordine, Geolier, Annalisa, Irama, Angelina Mango (in ascesa anche nei pronostici) e Mahmood. Ma si sa, al Festival, anche nella nostra percezione, tutto può cambiare in un istante.

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