Sanremo 2023: il gran finale

Il 73° Festival va in archivio con la vittoria di Marco Mengoni, davanti a Lazza e Mr. Rain (mentre la critica ha premiato Colapesce & Dimartino). Un Festival con ascolti altissimi (12.256.000 spettatori con il 66% di share) e un futuro roseo, ma che altri competitors vorrebbero soffiare alla Rai
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Dunque, ha vinto in finale, come ampiamente previsto – e per distacco e manifesta superiorità, aggiungerei – Marco Mengoni con la sua Due vite, a riportare il trend sanremese verso un’ortodossia che per qualche edizione sembrava insidiata dalla capacità di prenderne le distanze; anche se al solito, la vittoria vera la decreteranno da qui all’estate le radio e i mercati, e dunque i verdetti definitivi potrebbero essere tutt’altri; basti pensare al Tananai dell’anno scorso, ultimo all’Ariston e trionfatore nei mesi a seguire. E poi diciamolo, a Sanremo nulla è oggettivo e ognuno può preferire chi gli pare senza passare per incompetente, addetti ai lavori compresi.

Nelle cronache, sui social e dentro le tivù, questo super Sanremone dagli ascolti stellari e dagli indotti ipertrofici s’è mangiato quasi tutto il resto o lo ha sbriciolato in polemiche politiche. E se si va a vedere quanto spazio in questi giorni è stato dedicato dal TG1 al Festival rispetto al terremoto turco-siriano o alla guerra in Ucraina, c’è da restare quantomeno perplessi.

Con la complicità di canzoni mediamente tutt’altro che memorabili hanno tenuto banco più i trend modaioli (son tornati i vestiti oversize e i lustrini) che quelli canori, dove nulla di realmente nuovo o sorprendente s’è palesato (il momento più innovativo m’è sembrato lo spot sulla Liguria, con Colombo che pur di non lasciarla rinuncia a scoprire l’America. Ed è tutto dire).

In compenso, s’è parlato e cantato molto di libertà, non sempre a proposito. Fin troppo s’è visto e sentito in nome della libertà d’espressione: bello sarebbe stato se avessero ottenuto pari visibilità anche altre espressioni di cui questo presente avrebbe fors’anche più urgenza: il rispetto, l’educazione, il senso civico e della misura. Ma si sa, Sanremo è sempre stato, più che un amplificatore di valori, uno specchio del mondo che gli gira intorno.

Cosa resterà di questa 73esima edizione? Certo l’ouverture costituzionalista di Benigni (un fuoriclasse anche quando ricicla se stesso), l’intensità di qualche monologo su temi spinosi come la situazione iraniana, quella carceraria, il razzismo, la maternità; qualche duetto da brividi (oltre a quello beatlesiano di Mengoni, Giorgia con Elisa, e Lazza con Emma), ma anche i bailamme collaterali dei soliti provocatori o pseudo tali. E più che i singoli brani resterà il segno di alcune “innovazioni” nient’affatto irrilevanti. Prima tra tutte il fatto – fino a poco tempo fa inaudito per il music-business italico – di vedere il dominatore dell’annata discografica precedente (Lazza) mettere in gioco il proprio pedigree in una kermesse sdrucciolevole come questa. È anche questo un segno del peso sempre più dominante di questo evento nell’economia della musica di consumo in Italia, ché a un Sanremo con questi numeri è davvero difficile resistere.  Tant’è che questo tesorone da 180 milioni di euro fa gola a tanti, e la Rai dovrà combattere per non perderne la gestione.

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