Rendere costituzionale il dialogo sulle istituzioni

La capacità di produrre nuove decisioni attraverso il dialogo tra diversi fronti è chiamata dai politologi razionalità incrementale. Si tratta di una razionalità che utilizza il contributo di tutti e costruisce obiettivi comuni attraverso un percorso condiviso. Nell’affrontare un nuovo capitolo della lunga storia delle riforme costituzionali si sente più che mai il bisogno di questa razionalità. In queste due ultime legislature abbiamo purtroppo sperimentato cosa vuol dire scrivere una riforma scegliendo di ragionare secondo la propria stretta visuale di parte. Siamo riusciti ad avere una Costituzione di sinistra con la riforma del 2001, incompleta e frutto di uno strappo, che ha dato origine a molti contenziosi tra Stato e regioni, e più recentemente, con la riforma del novembre scorso, una Costituzione di destra, il cui articolato più che un equilibrio istituzionale, disegna una somma contraddittoria di interessi. Lavorare secondo il modello Penelope lo aveva chiamato Antonio Baggio, in un suo articolo di novembre: uno fila e l’altro disfa e il risultato è una politica inutile. I nostri padri costituenti avevano molto chiaro che, nel governare, la dinamica tra chi ha la responsabilità delle decisioni e chi ha il dovere del controllo richiede distinzioni di funzioni e di ruoli, ma avevano altrettanto chiaro che, quando si mette mano all’impianto istituzionale, a qualcosa che interessa la vita di tutti, la partecipazione deve essere corale e la mediazione va cercata fino in fondo. La Costituzione, come scrive Sartori, deve rispondere al criterio di funzionalità, non di appartenenza. Loro questo risultato lo avevano raggiunto! Ora però, dopo due esiti negativi, sembra che la lezione sia servita. Una campagna che si profilava come uno scontro tra fronti inconciliabili, quasi la continuazione senza tregua della sanguinosa campagna delle elezioni politiche, sta rivelandosi un momento di ripensamento. Bossi, da custode mastino di una riforma ritenuta intoccabile, è diventato fautore di un dialogo a 360 gradi, dichiarandosi disponibile a sedere ad un tavolo sulle riforme con l’Unione, anche se vincesse il no. L’on. Castagnetti precisa così la disposizione al dialogo dell’attuale maggioranza: Siamo così convinti della necessità di dialogare con l’opposizione che la prima proposta che faremo sarà proprio quella di modificare l’articolo 138 della Costituzione in modo da irrigidirlo ulteriormente: tutte le modifiche della carta costituzionale dovranno d’ora in poi essere approvate con la maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti. Possiamo sintetizzare questa nostra proposta nella volontà di costituzionalizzare il dialogo istituzionale. Ma il referendum? I giorni 25 e 26 avremo due sole risposte possibili davanti al testo di riforma che ci verrà proposto: quali sono allora le ragioni che sostengono le due posizioni? Colgo il senatore D’Onofrio all’uscita della direzione nazionale dell’Udc, in cui è stata riconfermata la linea del sì: Noi chiediamo che venga approvato il testo che abbiamo votato nel novembre scorso per cominciare, da lì, il dialogo. C’è una ragione fondamentale: la sussidiarietà orizzontale che nel nostro testo abbiamo rafforzato così: Comuni, province, città metropolitane, regioni e Stato riconoscono e favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà. C’è una novità in quel riconoscono: è la base di una concezione che vede il primato del cittadino sulle istituzioni e riconosce il pluralismo non solo dentro e tra le istituzioni, ma anche come una ricchezza della società stessa. Castagnetti spiega da parte sua le ragioni del no: Votiamo no perché è una riforma contraddittoria, e qualora fosse approvata definitivamente determinerebbe la paralisi delle istituzioni. Basti pensare che la sola devolution in diverse materie (sanità, scuola, sicurezza) prevede la competenza esclusiva sia delle regioni che dello Stato centrale con la conseguenza di un contenzioso infinito e paralizzante che avverrebbe, inoltre, proprio su materie delicatissime e cruciali per la garanzia e la tutela dei diritti di cittadinanza. L’altra ragione per cui voteremo no è lo svuotamento del ruolo di garanzia del presidente della Repubblica e la rottura dell’equilibrio dei poteri tra legislativo ed esecutivo. Il nostro modello democratico si regge sulla separazione dei poteri e sull’equilibrio tra pesi e contrappesi, mentre il nuovo modello prevede un premierato assoluto che svuota il ruolo dell’Assemblea legislativa. Chiedo: Qualcuno parla di indire dopo il voto una vera e propria Assemblea costituente: cosa ne pensate?. Respingono entrambi la proposta. D’Onofrio: Si tratta invece di cominciare una fase costituente in cui si individui una Commissione redigente che prepari un testo chiamando, in virtù della sussidiarietà, la società ad intervenire e dare il suo contributo. L’importante – sottolinea Castagnetti – è che non si sottragga la prerogativa dell’approvazione delle riforme costituzionali al Parlamento, luogo principe deputato alla composizione delle diversità, che riceve proprio per questo il mandato dai cittadini.

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