Rabbina Chemen: «Cattolici ed ebrei in dialogo per dare speranza»

Di ritorno da un viaggio in Terra Santa con persone delle due fedi provenienti dall’America Latina, Silvina Chemen analizza la situazione attuale del dialogo. Ostacoli, pregiudizi, opportunità e risultati raggiunti, nonostante la spirale di violenza che ultimamente aumenta di giorno in giorno
rabbina Chemen

«Nella mia Buenos Aires, nella mia Argentina, il dialogo tra cattolici ed ebrei va benissimo», afferma sicura e soddisfatta la rabbina Chemen. Il motivo? «L’Argentina è un Paese di immigranti. Siamo perciò abituati alle diversità, a vivere insieme. Quindi c’è un dialogo tra ebrei e cristiani, ma anche con i musulmani, ma anche con i buddisti. Il dialogo è veramente molto buono e non c’è bisogno di compiere alcuno sforzo per farlo essere una realtà quotidiana».

Come valuta in generale il dialogo tra cattolici ed ebrei?

«Io farei una valutazione sul dialogo oggi. Perché in questo tempo vediamo tanta gente da sola, che non ha relazioni autentiche. Il dialogo non si impara, non si insegna senza desiderio di rapporti. Per questo, insisto sul fatto che dobbiamo mettere insieme le persone in modo da poter condividere la vita stessa, perché il dialogo non sono parole ma una realtà che si costruisce quando è possibile essere insieme».

Parla con passione e convinzione Silvina Chemen, argentina, rabbina dal 2005, laureata in scienze della comunicazione. Guida a Buenos Aires la Comunità Bet El, composta da un migliaio di famiglie. Si dedica al dialogo con particolare impegno e la incontriamo a Loppiano. È appena rientrata da un viaggio senza precedenti in Terra Santa, dove è stata dal 9 al 22 gennaio, con 45 persone dell’America Latina, cattolici ed ebrei insieme.

«È la prima esperienza del genere che viene fatta in Terra Santa», dice con un filo di orgoglio. «Abbiamo visitato insieme i luoghi sacri delle due religioni proprio per vivere esperienze concrete insieme. Non sono stati due cammini paralleli, ma un unico pellegrinaggio per incontrare un messaggio tanto nel Primo o Antico Testamento, che nel Nuovo, tanto nelle parole di papa Francesco, quanto in quelle di un filosofo ebreo. Con noi c’era il teologo cattolico argentino José Luis D’Amico, biblista. Assieme approfondivamo il significato dei luoghi visitati e commentavamo i passi della Scrittura».

Quando è iniziata la preparazione di un tale viaggio?

«Il cammino è iniziato 7 anni fa, quando un gruppo numeroso di ebrei e cattolici d’Argentina e, dopo la pandemia, di tutta l’America Latina ha deciso di studiare insieme, di ritrovarsi o collegarsi una volta al mese, come il preciso impegno di incontrarsi, non per parlare dell’altro, ma per parlare con l’altro della sua sensibilità, del suo pensiero, del contenuto della sua fede. Abbiamo fatto l’esperienza, che chiamiamo “Letture condivise”, in cui si prendono un brano dell’Antico Testamento e uno del Vangelo con alcuni legame tra i due testi per parlare della propria visione, della nostra religione, insieme».

Che prospettive può aprire un’esperienza del genere?

«Apre ad una pedagogia della speranza. Non posso essere una persona religiosa se non sono convinta che siamo tantissime persone nel mondo che abbiamo la speranza di un mondo migliore. Ritengo che tutto quello che si può fare verso questo scopo, lo dobbiamo fare. Le nostre religioni ci dicono che dobbiamo essere insieme per costruire un mondo unito».

Quali sono, secondo lei, i fattori che frenano od ostacolano il dialogo tra cattolici ed ebrei?

«L’ignoranza è l’ostacolo maggiore. Perché ti fa ritenere che conosci tutto e non ti spinge ad avere il desiderio di conoscere l’altro e il suo mondo. L”ignoranza alimenta facilmente il pregiudizio. Pregiudizio, che significa non sapere nulla dell’altro ma credere che si sa qualcosa dell’altro, perché l’ho ricevuto dalla mia Chiesa, dalla mia famiglia, dai miei amici. Dobbiamo far emergere i pregiudizi e parlarne insieme».

Qui nell’emisfero Nord si è da poco celebrata la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, dal 18 al 25 gennaio, ma è stata preceduta come sempre, il giorno 17, da una giornata di dialogo ebraico-cristiano. Si tratta di un’occasione preziosa per educare i cattolici al dialogo con gli ebrei. Ma è ancora solo un piccolo passo rispetto alla strada che ci aspetta. Come favorire, dal suo punto di vista, la crescita del dialogo?

«Sono realmente importanti le giornate di dialogo, ma non sono sufficienti. C’è bisogno di creare occasioni per vivere insieme. E serve più tempo. Il dialogo tra cattolici ed ebrei non è uno spazio intellettuale, non è un tempo in cui dire cose belle per due ore. Dialogo è un impegno, un impegno di vita, un codice di vita. Occorre chiedersi come vivi la tua vita. Io dico che la mia vocazione è una la vocazione al dialogo. Se qualcuno parla contro è il cattolicesimo, io sarò quella che difenderà la parte cattolica, non perché io sono cattolica, ma perché i miei amici cattolici sono parte della mia vita e mi sento responsabile di loro».

Il 27 gennaio è stata celebrata la Giornata internazionale della memoria dell’Olocausto. Che significato ha per lei?

«Un primo punto. All’inizio l’Olocausto era un problema legato agli ebrei, come a dire che spettava alle vittime la responsabilità di tenere viva la memoria di questa vicenda. Ma l’Olocausto è una tragedia di tutta l’umanità.  Cioè tutti siamo responsabili, non solo le vittime, non solo i popoli perseguitati».

E il secondo?

«La data stessa. Il 27 gennaio è una data molto importante, stabilita dall’Onu nel 2005. Ma questo è il giorno per la memoria delle vittime, perché in quel giorno del 1945 ci fu la liberazione del campo di Auschwitz Birkenau. Ed io sono critica con questa data perché viene chiamata “di liberazione”, ma noi dobbiamo riconoscere che la liberazione non è stata tale, perché il mondo sapeva cosa succedeva lì e non ha fatto nulla. Non è stato dunque liberato intenzionalmente nulla. È stata una conseguenza della parte conclusiva della guerra. I sopravvissuti non si sentono rappresentati da questa data».

In quale data lei fa memoria?

«Il popolo ebraico ha un’altra data, quella della rivolta del ghetto di Varsavia. Cioè la memoria della resistenza e non delle vittime. Tutto dipende da come si racconta la storia. Comunque, ogni possibilità di ricordare, di fare memoria è per me un’occasione preziosa, perché questo capitolo della storia dell’umanità non sia storia, ma sia memoria. Perché la memoria ci porta dal passato al presente e suscita responsabilità e impegno nei nostri giorni».

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