Quaresima: un deserto per fare la verità

I 40 giorni che precedono la Pasqua siano una riscoperta di noi stessi al di là delle influenze del mondo. Per questo è importante "fare deserto" ovunque siamo
ph Pixabay

Dakhla, 16 febbraio 2024.

Ho iniziato la Quaresima nel deserto. Un deserto vero, un deserto famoso, il Sahara. Mi trovo alla sua estremità occidentale, dove s’arresta, davanti all’Oceano. Deserto e acqua, due immensità che si toccano. Due mondi in antitesi. Il fermo e il mobile. Colori contrastanti. Spazi infiniti. Ambedue parlano, nel loro linguaggio silenzioso, simile e diversissimo.

Quando i primi monaci si sono messi in cammino in cerca di Dio, hanno scelto il deserto e l’oceano. Antonio abate si inoltrò nel deserto d’Egitto, i monaci irlandesi sulle isole sperdute nel mare. Perché proprio così lontano, perché in tanta solitudine?

Percorro 500 chilometri di deserto sahariano, tra Dakhla e Laayoune. Soltanto al termine del viaggio scorgo qualcuna delle famose dune di sabbia che sempre immaginiamo quando pensiamo al Sahara. Sembrano messe lì per qualche raro turista in cerca della foto con le impronte lasciate sulla sabbia. Il deserto che ho attraversato è altro, roccioso, duro, fatto di sassi e pietrisco, con radi cespugli di cui solo i dromedari sanno nutrirsi.

Era così il deserto nel quale il Spirito Santo spinse Gesù per essere tentato, rocce e sassi. Perché andare in questa nudità? La spiritualità del deserto – e con essa quella della Quaresima – conosce una ricchissima elaborazione simbolica e dottrinale. Camminando in questo tratto occidentale del Sahara, più ventoso che caldo, mi sento prosciugare l’anima, così come mi si prosciuga il corpo. Non c’è un albero sotto il quale ripararmi, non una cavità nella quale nascondermi. Non c’è connessione wi-fi che mi permette di navigare da una notizia all’altra o di lasciarmi distrarre da video piacevoli, condurre docilmente da un influencer all’altro. Ma non ci sono neppure i grandi magazzini nei quali perdersi per lo shopping… Sei terribilmente solo, con il silenzio attorno. Non siamo abituati.

Gesù è rimasto da solo per 40 giorni, un’eternità. Saranno stati proprio 40? Non si tratta di un numero simbolico? Sì, è anche un numero simbolico, che ricorda i 40 anni del popolo di Dio nel deserto, i 40 giorni di Mosè sul monte Oreb, i 40 giorni di viaggio del profeta Elia… Rimangono comunque un’eternità. Chi ha il coraggio di inoltrarsi in tanta solitudine? Perché la Chiesa ogni anno ci ripropone la medesima avventura?

Semplicemente perché ne abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di ritrovare noi stessi, al di là delle maschere, di come gli altri vorremmo che fossimo, dei condizionamenti a cui siamo sottoposti dal nostro mondo consumista, arrivista, superficiale. Abbiamo bisogno di uno spazio per conoscere chi siamo veramente. Siamo “polvere”, come ci è stato detto quando ci è stata imposta la cenere in testa all’inizio della Quaresima? Sì, siamo stati plasmati col fango della terra. Ma su quest’argilla è stato alitato lo spirito di Dio. Nel “deserto” possiamo riscoprirci “figli di Dio, santi per vocazione”, come scriveva Paolo (un influencer che possiamo ascoltare…) ai cristiani di Roma (cf. 1, 7). Anche il popolo d’Israele scoprì nel deserto la propria identità e la propria vocazione, anche Mosè, anche Elia, anche Gesù…

Possiamo scoprire chi siamo veramente, qual è la nostra “missione”, il progetto della nostra vita, perché in questo “deserto” non siamo soli. Se riusciamo a fermarci, a entrare nel silenzio, potremmo ascoltare la voce di colui che ci ha plasmati, che ci ha chiamati. Ti sedurrò, ti condurrò nel deserto, ripete ancora Dio, e lì parlerò al suo cuore (cf. Osea 2, 16). Ed ecco che il deserto diventa il luogo della scoperta del Dio vero, non degli idoli che ne deformano il volto. La scoperta del Dio di Gesù Cristo che ha tanto amato il mondo da darci il Figlio suo, e con lui tutto.

In questi giorni ho la fortuna di essere nel deserto del Sahara. Ma per avviare questo dialogo con Dio, nel silenzio e nella verità, non è necessario venire qui. Anche in una città caotica si può entrare nel segreto nel cuore e lì iniziare il colloquio per conoscere la nostra miseria e la nostra grandezza, la misericordia di Dio e il suo immenso amore.

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