AccessCo, quale governance per la rete unica nazionale?

Nasce AccessCo, la società incaricata di creare un'unica rete di telecomunicazioni in fibra ottica,  dopo il via libera da Tim e Cassa depositi e prestiti su spinta del governo
Smart working AP Photo/Elise Amendola,

Si chiamerà AccessCo la nuova società italiana per creare l’infrastruttura su cui viaggerà l’Internet veloce in Italia. Nasce dalla convergenza di un progetto sostanzialmente fallito del governo Renzi di creare le autostrade digitali in Italia che prevedeva l’agire concorrenziale delle imprese capitalistiche nelle aree a forte domanda di mercato, come ad esempio Milano, Roma o Napoli. Tra esse spiccava FiberCop, di proprietà di Tim (controllata dal gruppo francese Vivendi con la partecipazione di Fastweb), mentre nelle aree interne o montane, a scarso rendimento di mercato, sarebbe intervenuto lo Stato con una società pubblica. Fu creata Open Fiber partecipata da Enel e Cassa Depositi e Prestiti.

Il 31 agosto scorso si è tornati su quella scelta e il governo ha deciso di cambiare rotta, per due motivi. Il primo, perché quel modello non ha funzionato: durante il lockdown abbiamo compreso tutti quale è il ritardo infrastrutturale in Italia. È stato evidente che Internet non è più solo un luogo di intrattenimento, ma un fondamento della produttività di un Paese e un diritto di cittadinanza da assicurare a tutte le persone. Il secondo, quel modello di governance non ha prodotto i risultati sperati: né lo stato (Open Fiber), né il mercato (FiberCop) sono stati capaci in un quinquennio di collegare gli uffici, le fabbriche, i negozi, le scuole e le abitazioni alla rete veloce. E quando a gennaio del prossimo anno si spera di utilizzare le risorse del Recovery Fund si deve essere pronti e operativi nel realizzare gli investimenti che l’Europa ci chiede, dandoci oltre 300 miliardi di euro, anche a fondo perduto.

Oggi il governo ci riprova mettendo insieme pubblico e privato per creare una società con una governance condivisa: AccessCo vedrà la fusione di Open Fiber e FiberCop aperta a investitori finanziari americani, australiani e a operatori delle telecomunicazioni come Tiscali e, forse, Mediaset. La società creerà la rete unica nazionale e avrà una governance condivisa, in cui l’amministratore delegato sarà espressione di Tim che detiene il 50,1% del capitale, mentre il presidente sarà di scelta di Cdp controllata dal ministero del Tesoro.

Internet

La creazione di una rete nazionale della Internet veloce è l’infrastruttura fondamentale della nuova rivoluzione industriale, già in atto da qualche tempo e su cui si confrontano e si scontrano le potenze mondiali. Rimanere indietro su questa infrastruttura significa condannarsi all’arretratezza economica per le prossime due generazioni. Oggi una rete Internet veloce è per l’Italia l’equivalente di sviluppo della creazione della rete autostradale del dopoguerra, o della rete ferroviaria per la Prima Rivoluzione Industriale.

Speriamo quindi che i propositi del governo possano realizzarsi e consentire a tutti i cittadini di usufruire delle opportunità essenziali di accesso universale a Internet: ne vale della prosperità economica e della qualità democratica.

Il dibattito che ha accompagnato questa scelta si è polarizzato, come ormai da tradizione, tra i sostenitori del controllo pubblico della rete, che vedesse lo Stato come maggiore azionista, e i sostenitori del controllo privato che ritengono che solo l’impresa privata possa gestire al meglio i servizi. Alla fine si è deciso di condividere le ragioni opposte e si è scelto la via di mezzo.

Tuttavia, vogliamo esprimere un punto di vista poco rappresentato, se non del tutto ignorato dal dibattito nostrano. Esso riguarda il tema della governance di questa infrastruttura che può essere organizzata e gestita secondo criteri che vanno oltre lo stato e il mercato, secondo una forma organizzativa che gestisce e produce beni comuni. Per comprendere questo punto di vista, bisogna dichiararsi l’obiettivo principale della creazione di una tale infrastruttura: a nostro avviso è quello della cittadinanza digitale, ovvero di consentire l’accesso universale di tutti a Internet. Far rientrare l’accesso come diritto di ogni cittadino è essenziale per consentire all’economia digitale di svilupparsi.

Se è questo l’obiettivo, la via dello stato e del mercato sono insufficienti e inadeguati. Il modo migliore, economicamente più efficiente e strategicamente più efficace, sarebbe stato porre la rete veloce sotto le regole del governo dei beni comuni. La scelta è tra immaginare politiche centrate sull’utente o sugli interessi degli operatori. Nel febbraio 2013 La Federal Communications Commission (FCC), organo regolativo statunitense delle telecomunicazioni, ha proposto mega-reti wi-fi ad accesso universale e gratuito. La proposta è stata un’autentica bomba per le società di telecomunicazioni, perché crea una rete Internet a costi tendenzialmente nulli per gli utenti, che possono avere accesso alla comunicazione digitale in modo illimitato e gratuito, da casa, da lavoro, da scuola azzerando quasi i costi di connessione. In tal modo si può creare una piattaforma operativa fondamentale, cambiando paradigma economico: non il mercato capitalista di Smith e neanche lo stato imprenditore socialdemocratico o di roosveltiana memoria, ma il più antico governo dell’economia dei beni comuni. In questo modo ci sarebbe il più grande aumento di produttività, tanto agognato nel nostro belpaese.

La proposta della FCC è figlia del più avanzato progresso tecnologico e non di sprovveduti rivoluzionari. Le nuove scoperte del campo elettromagnetico hanno reso l’etere dall’essere una risorsa scarsa a trasformarsi in una risorse illimitata e inesauribile, proprio come il sole e il vento per l’energia solare ed eolica. Le più recenti antenne intelligenti consentono di condividere lo spettro inutilizzato e a sfruttarlo per trasmettere segnali in rete wireless. Secondo la National Telecomunications and Information Administration (NTIA) con queste tecnologie lo spettro delle radiofrequenze vedrà moltiplicare la capacità di trasmissione in maniera esponenziale.

In questo modo la tradizionale regolamentazione pubblica delle frequenze, mediante rilascio delle licenze, non ha più ragione di esistere, perché la risorsa è illimitata e inesauribile. Pertanto è bene che non sia gestita da un privato né da una autorità pubblica, ma sia regolamentata solo per consentire a tutti di accedervi essendo (l’etere) un bene comune e senza proprietari speciali.

Il Commons è una governance fondata sulla logica collaborativa, condivisiva della messa in comune dei protocolli, secondo una deliberazione trasparente e democratica. Solo lungo questa via si può assicurare una vera neutralità della rete. La neutralità è diventato il cuore della battaglia per il governo delle società attuali: è questo lo scontro tra Usa e Cina attuale per il controllo delle reti digitali.

L’attore che deve svegliarsi è il terzo settore, spesso attardato in discussioni antiquate. È quello il mondo che difende gli interessi dei Commons. Esso è il luogo delle iniziative individuali eccedenti, delle organizzazioni locali democraticamente organizzate, delle istituzioni di aiuto, delle organizzazioni religiose, dei gruppi culturali e artistici, delle fondazioni educative, dei club di sportivi amatoriali, delle cooperative di produzione e consumo, delle associazioni condominiali, dei gruppi di autoconsumo, delle scuole, delle fondazioni e di tutte quelle istituzioni formali e informali che generano capitale sociale e accrescono il benessere diffuso nella società.

C’è bisogno che i portatori di interesse di una governance condivisa prendano coscienza della partita fondamentale che si sta giocando e agiscano di conseguenza, aggiornando il proprio lessico e l’orizzonte di azione. Bisogna evitare di correre incontro al futuro guardando indietro. Si corre il serio rischio di andare a sbattere.

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