Qualche riflessione sul caso del Natisone

La vicenda dei tre giovani travolti dal fiume ha commosso tanti. È necessario però andare oltre i clamori da social
Frame di un video, girato da un passante anonimo dal ponte Romano, della tragedia del Natisone, in cui si vede il disperato tentativo di un vigile del fuoco di raggiungere i tre ragazzi stretti in un abbraccio al centro del fiume, il 31 maggio 2024. Nel filmato si vede il soccorritore nuotare con tutte le proprie forze a lato dei ragazzi per provare ad avvicinarsi ma, sebbene allenato a simili interventi, non riesce nell'intento e alla fine deve desistere per non rischiare di essere a propria volta travolto dalla furia del fiume. ANSA

Ha provocato grande commozione in tutta Italia la vicenda dei tre giovani travolti dalla piena del fiume Natisone, in provincia di Udine, il 31 maggio scorso. Tante sono state le polemiche su diverse questioni: sul perché i tre si trovassero lì appena dopo una notte e una mattinata di pioggia fortissima, sull’adeguatezza dei soccorsi (in merito alla quale è stato aperto un fascicolo d’indagine come atto dovuto), sulla possibile insufficienza dei cartelli che segnalano il pericolo, sul fatto che sia andato in rete praticamente in diretta un video in cui i giovani venivano derisi da una voce fuori campo per la loro imprudenza, sul sensazionalismo mediatico, e più in generale sulla “febbre da social” per cui – come ha osservato la madre di Patrizia, una delle due ragazze – pensiamo prima a fare foto e video e poi a soccorrere.

L’inchiesta farà doverosamente il suo corso; ma intanto è utile, oltre naturalmente in primo luogo a rispettare il dolore delle famiglie evitando clamori e toni sopra le righe, smorzare alcuni degli eccessi che si sono sentiti e letti in questi giorni.

C’è da evitare innanzitutto la retorica del Natisone come “fiume killer”: non lo è, prova ne sia ad esempio il fatto che ogni estate si tiene sulle sue rive un festival molto noto in zona; che attira parecchie persone senza che accadano tragedie. Lo è però ad alcune condizioni, che i locali conoscono bene. Innanzitutto il fatto non tanto che stia piovendo, quanto che sia recentemente piovuto molto: la piena può arrivare anche “in differita”, e non è raro nemmeno che piova a dirotto sui monti mentre è bel tempo in pianura. Più di qualcuno ha commentato che non sarebbe mai sceso sul greto in quel giorno; ma ha anche ammesso che da giovane qualche bravata sul Natisone, o sul vicino guado del Malina, l’ha pur fatta, e quindi chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Poi il Natisone non è “killer” ovunque. Ci sono zone in cui scorre più tranquillo, ma la tanto chiacchierata “Premariacco beach” – sempre molto frequentata nei mesi estivi, pur nel rispetto del divieto di balneazione – si trova in effetti in un punto critico: si tratta infatti di uno slargo posto proprio nel mezzo di una gola ricchissima di forre, per cui l’acqua vi arriva dopo aver preso velocità e impeto, per riprenderlo appena dopo. Macabro a dirsi, ma è un luogo in cui si sono verificati anche suicidi: cadere in acqua lì significa essere sostanzialmente certi di venire inghiottiti e che recuperare il corpo sia difficile – non è ancora stato trovato quello del ragazzo, Cristian, e in passato il corpo di un sommozzatore rimasto accidentalmente intrappolato è riaffiorato dopo tre anni. Si sta ora discutendo (anche nell’ambito dell’inchiesta) se i cartelli che indicano il divieto di balneazione e il pericolo di piene improvvise possano dirsi sufficienti o se sia opportuno interdire in toto l’accesso alla zona, almeno in alcuni periodi; così come del fatto che certe nozioni riguardo ai rischi legati ai fiumi a carattere torrentizio dovrebbero essere patrimonio di tutti, chiamando quindi in causa le famiglie e le scuole.

Da ultimo c’è da segnalare la levata di scudi che c’è stata in loco contro l’inchiesta, che potrebbe arrivare a coinvolgere i soccorritori. Per capire fino in fondo perché si tenga così tanto a fare attenzione che chi si mette in gioco per salvare altri non debba diventare un capro espiatorio se le cose vanno male (in generale, non solo in questo caso), bisogna tenere conto che in Friuli Venezia Giulia realtà come la Protezione Civile sono cosa non seria, ma serissima: qui la PC è nata dopo il terremoto del ‘76, e conta su un numero di volontari particolarmente elevato in rapporto alla popolazione. Idem dicasi per i Vigili del Fuoco, la prima forza intervenuta in soccorso. Non è solo una questione di principio, ma anche un ripresentarsi alla memoria di casi concreti in cui professionisti o volontari si sono loro malgrado trovati invischiati in vicende giudiziarie – per quanto di natura completamente diversa rispetto a questa. Su tutte quella che arrivò a provocare la sospensione delle attività di protezione civile in seguito alla alle sanzioni comminate al sindaco di Preone (Udine) e al coordinatore della PC in seguito alla morte di un volontario colpito da un albero caduto a causa del maltempo: lì l’oggetto del contendere era l’interpretazione della norma che disciplina le responsabilità in materia di sicurezza sul posto di lavoro, ma il caso era diventato emblematico di come la posizione degli operatori in caso di eventi tragici sia quantomai delicata anche sotto il profilo legale. Non a caso anche il presidente regionale Fedriga, pur non mettendo in dubbio la legittimità del lavoro d’inchiesta, ha definito «polemiche fuori luogo» quelle che hanno coinvolto i soccorsi.

Che sia stata tragica fatalità, imprudenza, mancanze nei soccorsi, o un insieme delle tre cose, Udine si è comunque prima di tutto stretta attorno alle famiglie, anche con il lutto cittadino proclamato dal sindaco.

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