Prosecco patrimonio dell’umanità

Pro e contro del prestigioso riconoscimento internazionale. 15 i comuni coinvolti. La lotta contro i pesticidi e la monocultura del Prosecco. La “doppia anima” della popolazione

Ci sono voluti dieci anni – l’iter è infatti iniziato nel 2008 –; ma alla fine le colline del Prosecco, tra Conegliano e Valdobbiadene, ce l’hanno fatta a diventare patrimonio dell’umanità Unesco. Poco più di 9 mila ettari invece dei 20 mila inizialmente previsti, che coprono 15 Comuni: così prevede il dossier approvato il 7 luglio a Baku, in Azerbaigian, che ha corretto e sostituito quello bocciato lo scorso anno in Bahrein. 15 comuni in cui aspetti economici, di gestione del territorio e culturali si uniscono in quello che è definito “paesaggio culturale”; e che ora attende – secondo le stime citate dal presidente della Regione Veneto, Luca Zaia – un milione di turisti in più ogni anno (oltre il doppio di quelli attuali).

Da giovane donna cresciuta tra quelle colline, non ho potuto non pensare al rapporto di amore-odio che c’è tra gli abitanti della zona e le tanto decantate “rive”. Certo sono parte della storia locale: che è anche storia di duro lavoro per terrazzare e mettere a coltura i pendii – ricordo che da piccola rimasi stupita nel rendermi conto che, in altre zone, le colline non erano così –, di riscatto da un passato di povertà, di promozione del territorio tramite il successo di un prodotto stimato in tutto il mondo (l’Istat calcola che, nella sola Inghilterra, una bottiglia stappata su tre tra gli spumanti sia di Prosecco); ma anche di rapporti contrastati sotto il profilo ambientale, contro cui si è più volte scagliata anche una voce di prestigio come quella del poeta Andrea Zanzotto.

Specie negli anni precedenti alla candidatura, in cui – giocoforza – si è imposta la necessità di un occhio di riguardo alla salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio, si è assistito ad un’enorme proliferazione dei terreni piantati a vite – anche in pianura, dove non è presente le denominazione Docg –, e incremento nell’utilizzo di pesticidi: tanto è vero che sono sorti numerosi comitati e associazioni che hanno denunciato (dati Arpa e Ispra alla mano) la contaminazione delle falde acquifere, l’aumento di alcune patologie, la perdita di biodiversità, la fragilità idrogeologica conseguente agli sbancamenti dei pendii.

Il comitato Marcia Stop Pesticidi, che riunisce la grande maggioranza di questi gruppi, ha anche lanciato una petizione contro il riconoscimento da parte dell’Unesco: motivandola (oltre che con le ragioni sopra citate) con il fatto che «nelle colline in esame di naturale è rimasto ben poco. L’industria a cielo aperto del prosecco non ha nulla a che vedere con la coltivazione della vite di qualche decennio fa, e i danni sono sotto gli occhi di tutti: il mondo contadino di un tempo che caratterizzava eticamente questa zona è scomparso lasciando il posto ad una imprenditoria industrializzata».

Naturalmente, già da tempo i coltivatori hanno risposto alle accuse dei danni provocati dalla “monocoltura del Prosecco”: chi fa notare come la necessità di preservare i pendii per poterli coltivare sia viceversa di stimolo alla loro tutela, chi testimonia come ci sia più attenzione all’uso dei pesticidi (alcuni sono stati vietati, e non mancano produttori che si sono convertiti al biologico); mentre anche da parte delle istituzioni si registra una maggior consapevolezza sul fronte dell’impianto su vasta scala di vigneti, con una stretta sulle concessioni (specie dopo che la sovrapproduzione dello scorso anno ha addirittura costretto alcuni coltivatori a gettare parte del raccolto). Uno studio condotto dall’Uls 2, inoltre, ha smentito una maggiore incidenza di tumori nell’area.

Anche leggendo i commenti sui social, ma anche sui giornali, questa “doppia anima” della popolazione è ben evidente: da chi si dice felice ed orgoglioso del risultato raggiunto, a chi denuncia di essere costretto a chiudersi in casa ogni volta che vengono effettuati i trattamenti sui vigneti vicini; da chi loda l’impegno del comitato promotore, a chi si scaglia contro la “lobby del Prosecco”; da chi auspica che si concretizzi l’aumento dei flussi turistici e loda l’annuncio di Zaia di voler concedere concessioni solo per l’ospitalità diffusa, a chi si dice preoccupato perché la rete viaria e di trasporto pubblico è palesemente inadeguata a sostenere un tale viavai. L’auspicio è quindi quello che il riconoscimento Unesco, pur arrivato in una fase in cui persistono alcune problematiche, sia di stimolo ad affrontarle: «un punto di partenza e non di arrivo», per dirla con il presidente del comitato promotore, Innocente Nardi.

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