Profezia e cammino

Articolo

Chiara ci ha lasciato soltanto con il corpo, e ci rimane il più di lei: l’anima e la sua lezione. Non dimenticherò il giorno in cui – introdotto da Piero Coda, il suo teologo – mi intrattenne nell’ufficio del Centro, a Rocca di Papa, disadorno e accogliente: due sedie divise da un tavolino posto sopra un tappeto che ne ripeteva appena la misura. Chiara, all’inizio, teneva le mani unite sulle ginocchia e richiamava la semplicità e la discrezione di una probanda. Sorridendo, lasciò che le parlassi della mia vita, s’interessò con garbo a tante cose, specie al lavoro, ai progetti, persino ai sogni. Mentre raccontavo si faceva via via più partecipe e incoraggiante e sono qui a ringraziarla, oggi in special modo, non solo della sensibilità e dell’intelligenza che mi dedicò, ma anche della ricchezza spirituale che vi profuse. Quel mattino era nata una conoscenza discreta e franca, testimoniata da ciò che via via si consoliderà: lei con la sua grazia allegra, indulgente e ferma, io con la sensazione di riceverne, ogni volta, un dono interiore ancora impreciso, ma confidente e rasserenante. In tre circostanze mi lusingai di averne avuto un segno, e fu quando, a Rimini, di fronte alla municipalità tutta presente nella Sala dell’Arengo, con una grande folla riunitasi sotto il palazzo comunale, tenni l’orazione che motivava la cittadinanza onoraria, unanimemente e laicamente attribuita a quella creatura straordinaria; una seconda volta quando intervenni, dai Castelli romani, in una conversazione di Chiara, via satellite, con mezzo mondo; la terza volta quando in un grande teatro romano, colmo di gente che traboccava addirittura nelle strade, intervistai Chiara per un’ora e mezzo e il pubblico non si arrendeva all’idea che si stancasse e smettesse di parlare. Quel legame durerà in altre forme – per lettera, sui giornali, nei libri – fino al giorno della malattia. E nondimeno, anche allora, troverà il tempo per inviarmi, attraverso Piero Coda, una breve missiva, coraggiosa e serena. Era la risposta a un mio scritto, appena pubblicato, che qui, in questo congedo, vorrei riassumervi. Dicevo dunque che, nella scia dei grandi mistici della Chiesa, Chiara era insieme annuncio e ascolto, parola e traduzione, segno e senso. Ecco perché è stata una possibile congiunzione tra profezia e cammino, e ha messo insieme ciò che inclina a separarsi. Lo ha fatto in nome di ogni uomo, di ogni cultura e di ogni religione per unire spirito e materia. Dove è stata voluta e ascoltata, cioè in ogni parte del mondo, ha provocato un’idea di Dio riconducibile alla sua essenza unica e univoca, non mutuabile, né separabile, né ripetibile. Ma anche di un uomo responsabile delle proprie azioni, arbitro delle proprie scelte, interiori e concrete. E proprio qui la testimonianza di Chiara ha spento i fuochi delle solitudini ardenti – invaghite dei propri privilegi, a cominciare dal Dio personale – in cui si prega e si spera ciascuno per sé, non tenuti a condividere il Bene e il Male che attraversano tutti e ogni cosa. Radicata in un Novecento colpevole di tanti orrori, ma al quale va riconosciuta la più sociale e morale delle scoperte an- tropologiche – il primato del noi sull’io, cioè l’essere nati per la condivisione – Chiara ci ha mostrato che gli uomini non solo vivono, ma esistono, insieme. L’uomo, insomma, è essenzialmente la sua relazione, dal momento che nascendo ha già dentro la contestualità dell’altro, cioè di colui dal quale promana la sua stessa identità, essendo tutti nati – seppure a sembianza d’un solo , come dice Manzoni – da altri per gli altri. L’altro, senza pensare il quale la tua persona è diminuita; l’altro, come memoria e come premessa di quella tela apparentemente senza significato che è la storia, per dirla con Goethe. Nella quale, invece, ciascuno vale tutta l’umanità e deve risponderne per intero. Ma con quali mezzi? Chiara lo dice: è una contraddizione che, simbolicamente, si risolve sulla Croce, dove c’è un uomo che non misura più le distanze, non cerca più il colpevole, non si fa più giustizia, ma assume su di sé la tua vita, con tutte le sue ferite; dove, con le sue braccia larghe, e inchiodate, in realtà accoglie e stringe al petto le divisioni del mondo. Perché? Per negare, annullandolo, ciò che non sa ricondursi all’ut unum sint. Quando il pensiero di Chiara cominciò a precisarsi correvano tempi intrisi di ideologia. Si diceva, tra l’altro, che il comunismo era la parte di dovere non compiuta dai cristiani; e più forte ancora fu l’azzardo di assimilare la predicazione di Chiara a un sentimento sommariamente comunistico, su cui il bigottismo si esercitò a lungo. Da allora Chiara ha continuato a ripeterci come leggere il tempo che viviamo: accettando l’idea, o se volete l’ipotesi, che la nostra origine morale sia davvero sul Golgota, dove Padre e Figlio diventano tutt’uno, di carne e di sangue come noi, per trarci dall’oggi, per consegnarci al dopo la morte. È l’etica della continuità, il contingente che sgomina sé stesso, è il frutto di un Dio che lascia i suoi cieli ed entra nel nostro tempo facendo degli anni di Gesù un momento della sua stessa continuità. E, in lui, della nostra infinità. Non fu certo per caso che il papa del turbamento, Paolo VI, disse a Chiara: Anche per questi focolari passa la primavera della Chiesa!. Non solo della sua, in verità, ma anche delle confessioni che Chiara verrà conoscendo, invitata dai dotti e dai semplici; come in Thailandia, dove in un’assemblea di monaci buddhisti fu chiamata madre e maestra spirituale. Storia e profezia ci interpellano sul da farsi per rimettere insieme l’etica dell’unità, cioè riunire i frammenti dell’indivisibile, l’uomo, ricomponendo le strutture del condivisibile, la comunità. Non dunque, un’altera e dogmatica professione religiosa: al contrario, è partendo da qui che si compie il salto rischioso della fede, come lo chiama SØren Kierkegaard, dove si lanciano i dadi di Pascal, dove si svolge la partita a scacchi del Settimo sigillo di Bergman. Ciò che lacera gli uomini e la loro relazione è l’idea che la nostra vita dimori in un arcipelago di innumerabili isole in ciascuna delle quali c’è uno di noi che vede l’umanità nella propria ombra, fidandosi di essa soltanto; pronto a cogliere in quella del vicino qualcosa di sospetto, di ostile, da dover controllare e magari colpire. Le guerre di religione, e, di civiltà, nascono anche dal vedere e amare quelle ombre. E ora siamo qui, a guardare questo vuoto, e ad ascoltare questo silenzio, seppure con l’idea di tornare da domani a rivederla e a riudirla da dentro. Qualunque sia il destino canonico, per dir così, riservato a chi lascia non solo nella Chiesa, ma anche nei focolari accesi nel mondo, nelle religioni con le quali ha dialogato, nello spirito di pace e di fraternità a cui si è data in nome di Gesù abbandonato – e quindi dell’uomo da ritrovare, chiunque e dovunque sia – mi scuso per l’azzardo, ma Chiara è già stata santa. L’incontro con Madre Teresa di Calcutta, che fu oggetto di un suo vivissimo ritratto nel corso del nostro primo incontro, è il segno di una condivisione di opere e di destini – sono parole di Madre Teresa – che rappresentano il grande bene della reciprocità . Piero Coda, presidente dei teologi italiani, interprete privilegiato dello spirito dei Focolari, un giorno mi spiegò Chiara citando questa sua frase, estrema come una profezia: Dovrete essere, tutti, la madre l’uno dell’altro!. Era l’ut unum sint, ma per rompere il pane e dividerlo. La sua laicità, a ben vedere quella di Gesù.

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