Prendiamo la parola

Carismi in comunione nella consulta dei laici della diocesi di Gaeta, aperti alla dimensione cittadina.
Gaeta

La stessa mattina in cui Benedetto XVI in terra di Calabria auspica l’avvento di «una nuova generazione di uomini e donne capaci di promuovere non tanto interessi di parte, ma il bene comune», mi ritrovo in una parrocchia della diocesi di Gaeta con un gruppetto di persone che, pensandoci a posteriori, potrebbero appartenere a tale “generazione”. Quattro laici e un sacerdote che fanno parte della Consulta diocesana delle aggregazioni laicali (Cdal), Carlo Tucciello, segretario della consulta e responsabile diocesano dell’Ordine francescano secolare, Anna Maria Cecchetti, rappresentante del Consultorio diocesano per le famiglie e neocatecumenale, Franca e Tonino Cicconardi del Movimento dei focolari e don Francesco Fiorillo, assistente, mi raccontano la storia, il presente e il futuro, ma soprattutto mi trasmettono la passione di un’esperienza coinvolgente.

 

Una consulta nata verso gli anni Ottanta e all’interno della quale sempre di più le aggregazioni capiscono che non possono più coltivare il loro “orticello” o, peggio ancora, farsi concorrenza fra di loro, fra quelle più grandi e quelle più piccole, ma aiutarsi; anzi le aggregazioni più sviluppate e consistenti si mettono al servizio delle altre, aiutandole a farle crescere e maturare. E gli incontri di consulta sono sempre attesi e partecipati, mentre le iniziative non mancano.

 

Si realizza un meeting annuale dove le associazioni comunicano la propria identità e scoprono insieme il loro ruolo nella Chiesa; poi parte un percorso formativo – “Essere sale e luce nella Chiesa e nel mondo” – sul valore del laicato oggi; e nasce la veglia di Pentecoste, che coinvolge la città e per la cui realizzazione l’attuale vescovo, mons. D’Onorio, chiama appunto la Cdal, chiedendo che si faccia non più in chiesa, ma in piazza, per incidere nel tessuto della gente, lì dove la gente si trova. Una novità, se si pensa che prima ciascuna parrocchia o aggregazione realizzava la sua festa di Pentecoste.

«È stato bello e proficuo poter essere protagonisti e decidere insieme di correre un rischio: quello di non ripetere la ritualità solita – aggiunge don Francesco –, avere uno stile che potesse coinvolgere anche chi non è inserito in senso stretto in un contesto religioso, e arrivare a tutti. La genialità della piazza e lo stile nuovo hanno attirato più di mille persone. È proprio vero che la comunione di intenti ci dà anche la possibilità di renderci visibili ed essere incisivi. Devo dire che in questo i laici mi sono spesso maestri».

 

Altra iniziativa il pellegrinaggio ad Assisi per stringere un “patto di comunione”: quattro pullman partono dalla diocesi alla volta della città di san Francesco, persone dei vari movimenti viaggiano insieme per dire forte: «Vogliamo camminare in comunione», come avevano mostrato dieci anni fa Chiara Lubich e i francescani, proprio ad Assisi. Ed ecco allora il momento clou: i rappresentanti di ogni associazione sottoscrivono il patto ai piedi della Porziuncola.

 

Se l’appetito vien mangiando, l’orizzonte si amplia cammin facendo. Prende vita, allora, un progetto che si apre alla città. Il programma di quest’anno prevede una riflessione sull’impegno dei laici per il bene comune a 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II e alla luce di quanto emerso da quell’importante assise. È arrivata l’ora di sporcarsi le mani, dicono i miei interlocutori. «Vogliamo metterci la faccia nella consapevolezza che si è cristiani ovunque – commenta Anna Maria Cecchetti –. Lo Spirito ci muove, ci spinge a farci sentire in una società dove il cristiano il più delle volte ascolta, osserva, ma non scende in piazza, non prende la parola. Non possiamo più demandare agli altri».

 

Il segreto di questo dinamismo? La profonda stima reciproca, sostengono tutti. «Quando ci troviamo, ognuno in qualche modo pospone la realtà che rappresenta per far spazio alla realtà dell’altro – spiega Franca Cicconardi –. Condividiamo tutto quello che viviamo, anche momenti difficili personali o delle nostre comunità, perché alla base c’è una grande fiducia reciproca. Siamo lì solo per costruire la comunione fra tutti: è questo che ha fatto riempire le piazze». Ed ha messo in moto, tra l’altro, tanta provvidenza, come testimonia il marito Tonino che è l’economo della consulta.

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