Pompei: la quotidianità degli “ultimi”

Un libro e una mostra approfondiscono aspetti inediti della città vesuviana alla luce delle ultime scoperte

Cosa attira il visitatore comune nell’antica Pompei? La smania di collezionare conoscenze ed esperienze spirituali (davanti alla bellezza), emozioni (davanti ai calchi delle vittime del vulcano), la fama di un sito che chiunque vorrebbe aver visto almeno una volta nella vita? E nel caso di un archeologo, di uno storico dell’arte?

Gabriel Zuchtriegel, attuale direttore del Parco archeologico di Pompei, prova a rispondere al quesito nel suo Pompei la città incantata (Feltrinelli), raccontando «cosa spinge un archeologo come me a dedicarsi con tutta l’anima a questo luogo, dalle toilette (non è uno scherzo, abbiamo avuto visitatori insoddisfatti che per questo motivo hanno scritto al ministero della Cultura) fino alle indagini stratigrafiche, che continuano ad aggiungere, all’immagine che abbiamo dell’antica città, aspetti sempre nuovi e in parte sorprendenti». «Il punto che questo libro vuole approfondire – prosegue l’autore – è: perché, oggi, ci interessa l’antichità? Cos’ha da raccontarci e cosa racconta di noi? Cos’è che rende significative le scoperte archeologiche di cui ogni tanto si parla nei media? Per capirlo dobbiamo consentire a noi stessi di entrare in contatto con la nostra storia personale e la nostra emotività».

A questo punto devo confessare un mio vecchio sogno, mai tentato di realizzare tanto sembrava impossibile: visitare con tutto l’agio e senza limiti di tempo una Pompei quasi vuota di turisti, tutta per me, avendo come guida lo stesso direttore dal Parco. Ebbene, questo libro in qualche modo è giunto a  soddisfare quel desiderio: lo leggevo, infatti, e avevo la sensazione di vagabondare per le strade, le domus, i luoghi pubblici e il suburbio dell’antica città insieme ad un prof. Zuchtriegel prodigo di aneddoti e osservazioni riguardanti sì il sito vesuviano, ma anche la propria biografia dagli studi di archeologia classica, preistoria e filologia greca conclusi col dottorato all’Università di Bonn, agli scavi fatti qui in Italia a Gabii, Selinunte, Eraclea e nel Parco archeologico di Paestum, di cui è stato precedentemente direttore. E ciò senza ordine apparente, come in un conversare spontaneo che prende spunto da una particolarità del luogo attraversato o nel quale si fa sosta. Passando così in rassegna i miti raffigurati in sculture e affreschi, il periodo borbonico degli scavi, i danni provocati al sito dalle bombe dell’ultima guerra, le criticità di un’area archeologica vasta e fragile come questa, il giusto modo di dare notizia delle nuove scoperte attraverso i media e molto altro ancora.

E a proposito di nuove scoperte, l’autore si sofferma su quelle, ormai famose, emerse dagli scavi in corso a Civita Giuliana, l’immediato suburbio pompeiano, nel quartiere rustico di una villa già in parte esplorata da scavi clandestini: la stalla con i calchi di due cavalli, l’unicum rappresentato da un fastoso carro cerimoniale e la cosiddetta “stanza degli schiavi”, quest’ultima fulcro della mostra in corso fino al 15 dicembre L’altra Pompei: vite comuni all’ombra del Vesuvio. Allestita nell’affascinante scenario della Palestra Grande, è la prima a raccontare la città dei ceti medio e basso degli artigiani, dei negozianti e delle prostitute, dei liberti e degli schiavi, rispetto a quella ben più nota delle ricche dimore dai raffinati arredi e decorazioni, intendendo con ciò completare l’immagine della vita dell’epoca. Il percorso espositivo consente di seguire idealmente, dalla nascita fino alla morte, questa maggioranza di meno abbienti rimasta nell’ombra dei grandi eventi della storia, indagandone le attività quotidiane, l’alimentazione, i costumi e gli svaghi, i rapporti personali, con il mondo esterno e con l’aldilà, rivissuti anche con l’ausilio di installazioni multimediali.

Di forte impatto emotivo è la ricostruzione della citata “stanza degli schiavi” di Civita Giuliana: un ambiente angusto e scarsamente illuminato, completo dei suoi poveri arredi, fra i quali spiccano tre brandine composte da telai in legno e una rete di cordini sulla quale venivano stese delle coperte, il tutto restituito dalla tecnica dei calchi (i vuoti nella cinerite riempiti da una colata di gesso): a giudicare dai due giacigli di adulti e dal terzo di bambino, l’umile abitazione di una famiglia servile, ben diversa quindi dalle famose case signorili ad atrio con peristilio. Toccanti anche i ceppi in ferro che alla fine di una giornata di duro lavoro servivano a imprigionare gli schiavi per evitare eventuali fughe notturne, come pure gli anonimi cippi funerari in pietra dei ceti più bassi, raffiguranti in forma stilizzata un collo e una testa. A evidenziare il sesso del defunto, gli esemplari di tipo femminile esibiscono nella parte retrostante l’accenno di una treccia.

«L’altra Pompei – scrive il prof. Zuchtriegel, curatore di questa rassegna insieme all’archeologa Silvia Martina Beresago – racconta una bellezza diversa da quella abituale, classica e marmorea, e propone invece l’estetica della vita quotidiana, degli oggetti e delle immagini che circondavano la gente comune». Un modo, dunque, per ridare la parola alla schiacciante (e silente) maggioranza di schiavi, liberti, artigiani e lavoratori che abitarono la città distrutta dall’eruzione del 79 d.C.

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