Piccolo grande Iqbal

Un Attenborough o uno Spielberg sarebbero capaci di ricavarne un film di denuncia, commosso e indignato. Intanto ha suggerito a Francesco D’Adamo un ispirato romanzo, già esaurito e subito ristampato: è la Storia di Iqbal, edita da EL nella “Ex libris”, collana per ragazzi dalle tematiche attuali di forte coinvolgimento, letterariamente curata. Storia vera di un ragazzo pakistano diventato in tutto il mondo il simbolo della lotta contro lo sfruttamento dei bambini da parte di datori di lavoro avidi e senza scrupoli. Iqbal Masih aveva cominciato a cuocere mattoni in una fornace all’età di quattro anni. Ceduto ad un fabbricante di tappeti dalla sua famiglia di contadini ridotti in miseria, in cambio del prestito di 16 dollari, continuò a lavorare dall’alba al tramonto, incatenato al telaio, in condizioni disumane, come milioni di altri suoi coetanei nei paesi più poveri del mondo. A dieci anni, dopo aver ascoltato ildiscorso di un membro del Fronte per la liberazione dal lavoro minorile, Iqbal trovò la forza di ribellarsi al suo padrone e di farlo arrestare, contribuendo così a far chiudere decine di fabbriche clandestine a Lahore e a liberare centinaia di altri piccoli schiavi. Fu proprio quella organizzazione a pagare la sua libertà con 13 mila rupie, poco più di 700 mila lire. In seguito, divenuto un attivista del Fronte per la liberazione, Iqbal fece sentire la sua esile voce di denuncia anche in Europa e in America, ricevendo nel 1994 il prestigioso premio Reebok “Youth in action”. Troppo breve, putroppo, la sua parabola: il giorno di Pasqua del 1995, mentre correva in bicicletta con due cuginetti nel suo villaggio di Muritke, a trenta chilometri da Lahore, il piccolo grande Iqbal venne ucciso a colpi di fucile. Aveva cir- ca 13 anni. Anche se i responsabili non vennero mai scoperti, sembra indubbio che l’assassinio fu opera della “mafia dei tappeti”. Una storia triste, dunque? “Non è vero – sostiene l’autore, dialogando con i suoi giovani lettori -: è la storia di come si può conquistare la libertà. Ed è una storia che continua e va avanti, tutti i giorni. Anche mentre voi leggete queste righe”. È anche un romanzo sul valore della memoria che, a tutti i costi, va salvata, perché senza di essa non c’è speranza nel futuro. Sì, la memoria di Iqbal è viva. E il 16 aprile, giorno della sua morte, è ora proclamato Giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile. La mappa della vergogna Il perverso meccanismo del “debito ereditario” di cui è stato vittima Iqbal e che porta alla schiavitù milioni di bambini del Sud-Est asiatico per cifre, mediamente, intorno ai 20 dollari, è ben illustrato nel doloroso saggio di K. Bales I nuovi schiavi (Feltrinelli). Ma quanti sono nel mondo i bambini lavoratori al di sotto dei 15 anni? Secondo l’Organizzazione Internazionale del lavoro (Oil), circa 250 milioni, di cui il 61 per cento in Asia, il 32 per cento in Africa, il 7 per cento in America Latina. “Sono – commenta D’Adamo – cifre approssimate certamente per difetto. D’altronde come catalogare i milioni di bambini abbandonati e randagi, dai meninhos da rua brasiliani alle bande che popolano le fogne di Bucarest e di altri paesi dell’Est europeo travolti dai recenti cambiamenti? Come censire i milioni di bambini e ado- lescenti di entrambi i sessi che “lavorano” nel mercato clandestino, semiclandestino, quasi legale dello sfruttamento sessuale, su cui alcuni paesi hanno costruito una vera e propria industria?”. Quanto ai paesi nei quali è più diffuso lo sfruttamento del lavoro minorile, l’autore cita “quelli del Sud, naturalmente, le aree più povere del mondo, dove bambini e bambine sono impiegati come raccoglitori nelle piantagioni, come operai nelle miniere, nelle fabbriche di tappeti, nelle fornaci di mattoni, nel lavoro servile domestico, nei mercati di strada, nelle fabbriche di giocattoli e di abbigliamento”. Ma non solo: per lui è significativo che il fenomeno “sia presente anche nel ricco e opulento Nord del mondo: negli Usa, dove coinvolge soprattutto i figli delle minoranze etniche ancora discriminate dal punto di vista economico (almeno 500 mila piccoli chicanos impiegati nelle piantagioni di frutta in California, spesso a contatto con pericolosi pesticidi chimici). Più di mezzo milione in Italia, e non solo nelle aree tradizionalmente depresse”.

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